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“Il mio obiettivo non è far godere chi guarda” – intervista a un regista di porno etico

Charlie Benedetti è un regista non-binary italiano che lavora per la madrina del porno femminista Erika Lust. Abbiamo parlato con lui di asessualità, delle differenze tra porno mainstream e porno etico e del suo nuovo corto "Girl Gang"

Qualche settimana fa ho visto Girl Gang, un cortometraggio porno tutto al femminile scritto e diretto da Charlie Benedetti, ambientato in una sala prove rivestita di manifesti che rimandano al femminismo e al Girl Power. È la storia di quattro amiche che condividono la passione per la musica e hanno il piacere di fare sesso fra di loro.

Non sempre mi capita di vedere contenuti di sesso esplicito che siano sensuali, ma trovo che Girl Gang lo sia. La sua carica erotica è amplificata dalla complicità fra le performer e anche dal mood ironico (un sesso gioioso e divertito).
 Una delle peculiarità di questo cortometraggio è la presenza di un personaggio asessuale, interpretato da Benedetti, che non per questo resta indifferente o disinteressato al sesso, semplicemente non si sente coinvolto in prima persona e preferisce filmare piuttosto che partecipare agli amplessi. Ho chiamato il regista per fargli qualche domanda sul film e sul cinema porno, nel quale lavora da qualche anno.

Come ti è venuta l’idea per questo film? La questione dell’asessualità si è inserita dopo o era la prerogativa?
È stato il progetto più spontaneo che sono riuscito a realizzare fino a ora. Mi sono rimesso a suonare la batteria dopo 15 anni e, riprendendo confidenza con lo strumento, la mia mente ha iniziato a proiettare flashback delle prime volte in cui ho suonato. Hanno iniziato a riaffiorare le sensazioni che provavo, soprattutto con le varie band. Mi sono ricordato di un periodo (molto breve) in cui feci parte di un gruppo al femminile. Ricordo benissimo la sensualità che trasudavamo tutti insieme. Da lì ho visto tutto Girl Gang davanti ai miei occhi. Essendomi fomentato tantissimo, mi son detto che avrei voluto partecipare anch’io come membro di questa girl gang.

Poi mi sono chiesto “e la scena di sesso?”, lì ho iniziato a tentennare. Ho da poco avuto modo di capire di essere demisessuale, termine che rientra nel termine ombrello dell’asessualità, quindi si è accesa un’altra lampadina: “Perfetto, il mio personaggio sarà asessuale”. Nei miei film cerco sempre di realizzare qualcosa che faccia sentire rappresentato me in primis, non per presunzione, ma perché guardandomi intorno faccio fatica a trovare film/serie che mi facciano pensare “parla proprio di me”. Dico sempre che faccio film per sentirmi meno solo e so in fondo di non essere l’unico ad aver bisogno di un tipo di rappresentazione che mi faccia sentire che esisto davvero e, qualunque cosa io sia, avrà sempre la sua validità.

Il fatto che si parli di asessualità in un porno rende tutto piú accattivante, in quanto sembra essere paradossale e invece non lo è per niente. In questa società l’asessualità viene spesso derisa e del tutto svalorata, sminuita come se “non vuoi scopare, allora hai per forza un problema” oppure il problema è che “tu non sei attraente abbastanza”, mentre si può essere asessuale o demi, sentendosi e apparendo sessualmente attraente.

Per te è importante che chi performa nei tuoi film goda davvero o, trattandosi di una rappresentazione, l’obiettivo è far godere chi guarda?
Il lavoro sessuale è un lavoro come un altro, quindi non è detto che ti debba piacere mentre lo stai performando. L’importante è che la performance sia credibile, tutto il resto è un surplus. In generale cerco di lavorare alle scene di sesso con i performer come lavoro sulla loro recitazione, cercando di guidarli affinché si avvicinino il più possibile a quelle emozioni. Non mi è mai piaciuta un’interpretazione artefatta, lo stesso vale per il sesso.

Il mio obiettivo prioritario non è neanche far godere chi guarda. Mi sono ritrovato a dirigere film espliciti in maniera del tutto inaspettata. Non ho mai pensato di voler far carriera in questo ambito specifico, ma più ci sono a contatto e piú capisco che è qui che continuo a trovare terreno fertile per poter scavare a fondo in questioni per me necessarie. Faccio film per cercare di creare qualcosa che venga avvertito quanto piú vivo e riconoscibile possibile e, di nuovo, per poter rappresentare qualcosa che ancora non trova grande spazio.

Si parla tanto di porno mainstream e porno etico: sei d’accordo con questa differenziazione netta? Qual è il tuo punto di vista?
Non sono d’accordo con questa differenziazione netta. Esistono tante differenze molto evidenti, come esistono molte altre cose in comune. Non credo che queste due definizioni siano l’antitesi o l’antagonista l’una dell’altra. La mia speranza è che questo distacco si vada ad assottigliare sempre di più.
Tutto il porno dovrebbe essere prodotto in forma etica, cioè garantire trasparenza e un ambiente sicuro a tutti i performer. Garantire una retribuzione giusta ed equa e parità di accesso a tutte le persone coinvolte. 
Quando intervisto performer che lavorano principalmente nell’industria “mainstream”, molti restano sorpresi e grati del fatto che si parli delle loro preferenze, confini, condizioni fisiche/mediche/mentali, dei loro background, abilità e passioni. Si stupiscono che venga illustrato l’iter di collaborazione tra produzione e performer dal casting al set fino alla promozione. La maggior parte di loro non è abituata a fare casting e in tanti restano sorpresi che vengano forniti loro acqua e cibo sul set.

Inoltre credo che il porno dovrebbe essere sempre a pagamento per chi ne fruisce, seppur con un piccolissimo contributo. È un servizio che viene fornito grazie al lavoro di tante persone e in cui l’immagine dei performer viene esposta nella maniera più vulnerabile possibile, senza darci il diritto di vittimizzarle. La maggior parte di loro è cosciente di tutto ciò che comporta fare questo lavoro. Non capisco come possano esistere miliardi di contenuti porno gratuiti e che violano il consenso delle persone che si ritrovano su quei siti. Che il porno sia di così facile accesso è problematico, perché, in mancanza di un’ educazione sessuale istituzionale e iper-inclusiva, è un dato di fatto che il porno sia la prima forma di contatto con il sesso dei più giovani.

Sicuramente il porno dovrebbe essere inteso da tutti come una semplice forma di intrattenimento, ma finché la società non ci fornirà strumenti per essere dei consumatori responsabili, le problematiche restano tante. Tra queste anche la sovrarappresentazione di dinamiche eteronormate, la stereotipizzazione dei corpi che devono rientrare nei canoni estetici patriarcali o la feticizzazione dei corpi “diversi”, così come delle sessualità, dei generi (cis/trans/non binario) ed etniche. Tutte le mie relazioni sono stata svalutate e feticizzate a causa della rappresentazione distorta delle “lesbiche” nel porno. La categoria “lesbian” è una delle più ricercate nei siti mainstream eppure ha davvero poco a che a fare con il sesso e le relazioni lesbiche: ciò ha avuto un effetto denigratorio sulla mia vita.

Anche nel porno etico si può riscontrare in diversa misura ed evidenza quanto sopracitato, ma santificare il porno etico è tanto sbagliato così come demonizzare quello mainstream. Credo che non esistano ancora le condizioni politiche e sociali per poter definire un porno puramente etico. L’eticità assoluta per me starà nel vivere in una società che riconosce ai sex workers i propri diritti come lavoratori e che scucia loro di dosso una stigma abominevole quanto ipocrita. In attesa che questa utopia si realizzi, mi ritengo assolutamente fortunato di poter lavorare per una produzione di cinema per adulti che continua a crescere e migliorare affinché i performer e tutte le persone coinvolte si ritrovino a vivere l’esperienza lavorativa più sana e professionale possibile.

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