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Il BDSM non è violenza

"L’immagine mainstream del BDSM è fuorviante e per nulla rappresentativa del mondo che vorrebbe descrivere", spiega Alithia Maltese, educatrice di sessualità alternativa e insegnante di bondage

Foto di Stefano De Angelis. Legature: Alithia Maltese, modella: Usagi Momo

Mi fa piacere che si parli sempre di più di BDSM, perché rappresenta un modo di vivere la sessualità e credo sia importante al fine di non pensare al sesso come azioni volte a procreare o finalizzate alla penetrazione fra due o più persone. Nonostante tutto, la superficialità e la faciloneria con le quali spesso si affronta l’argomento mi lasciano perplessa, perciò ho voluto parlarne con una persona che fa parte della comunità BDSM: si tratta di Alithia Maltese, educatrice di sessualità alternativa e insegnante di bondage, che trasferitasi a Torino da Siracusa ha fondato il primo aperitivo dedicato ai giovani della scena BDSM piemontese. 

Si occupa di formazione, organizzando a livello nazionale incontri su consenso, poliamore e laboratori sulla comunicazione non verbale, di cui parla anche nel suo blog “BDSM e altre amenità”. La mia prima domanda riguarda proprio questo aspetto: il BDSM è diventato o potrebbe diventare mainstream?

“Esiste già un’immagine mainstream del BDSM, che però è fuorviante e per nulla rappresentativa del mondo che vorrebbe descrivere”, mi dice Alithia. “Quello che mi piacerebbe è che chi vuole avvicinarsi a questo mondo possa avere la possibilità di farlo in maniera consapevole. Preferirei che il BDSM non venisse rappresentato per nulla anziché mostrarlo come una patologia psichiatrica”.

Come spiegheresti il BDSM a delle persone scettiche o che non hanno la più pallida idea di cosa sia?
Premesso che non mi interessa cercare di convincere le persone a entrare a far parte di questo mondo, ritengo che, anche chi non ne ha mai sentito parlare, potrebbe prendere come esempio per la propria vita personale e relazionale alcuni aspetti del BDSM, per esempio l’educazione al consenso o come esplorare più liberamente le proprie fantasie. Chi lo pratica ha come obiettivo la ricerca del piacere e durante la sessione di gioco è possibile portare avanti questa ricerca con i mezzi più disparati. All’interno della pratica possiamo esplorare i nostri desideri e condividerli con la persona (o le persone) con cui giochiamo. Possiamo provare vergogna, piangere, rilassarci, godere, avere paura, lasciare il controllo in totale libertà, senza preoccuparci del giudizio di chi è lì con noi in quel momento. Questo ci permette di avvicinarci, di entrare maggiormente in intimità con il/la partner. Non condivido con te solo il mio corpo, ma apro una finestra sui miei segreti e ti permetto di vedere cose di me che in altre occasioni non mostro. In più, come singole e singoli, praticare il BDSM ci porta a domandarci che cosa cerchiamo in una relazione (che duri il tempo di una sessione di gioco o che sia il rapporto con il/la partner), chi siamo, che cosa vogliamo. Insomma, dal mio punto di vista è uno strumento di autodeterminazione in piena regola.

Raccontami la tua esperienza: quando e come ti sei avvicinata al BDSM?
Da piccola amavo legare le cose. Usavo quella che doveva essere una corda per saltare: sedie, tavoli, bottiglie, niente poteva stare al suo posto. Costruivo fortini, tende, castelli. Raggiunta la maturità sessuale ho iniziato a fantasticare di legare le persone. Nel giro di poco tempo la fantasia è diventata realtà. Sentivo, però, che mancava qualcosa. Giocare con la cera e fare sesso estremo con le persone che frequentavo non raccontava tutto di me. Inoltre avevo bisogno di parlare con qualcuno che avesse i miei stessi istinti, avevo bisogno di confronto. Così ho chiesto consiglio a un’amica che sapevo avere i miei stessi interessi e lei mi ha suggerito di iscrivermi a FetLife, un social network dedicato al BDSM che conta quasi nove milioni di iscritti in tutto il mondo. Qui ho scoperto dell’esistenza della comunità torinese, dei party e dei corsi di bondage. Mancava ancora un evento dedicato ai più giovani e così ho deciso di impegnarmi in prima persona fondando il TNG Torino, l’aperitivo informale dedicato al BDSM per persone tra i 18 e i 35 anni. 

Come ti è venuto in mente di trasformare questi interesse e passione in un lavoro?
La mia pratica d’elezione è lo shibari (disciplina giapponese che consiste nel legare una persona in un contesto erotico). Per me legare vuol dire avere un dialogo. Trasmetto il mio stato d’animo, comunico i miei desideri alla persona che sto legando e contemporaneamente mi metto in ascolto. Il corpo parla, basta saperlo osservare.

Mi tornano in mente le parole del il mio insegnante di teatro, Kuniaki Ida, ripeteva spesso che “il corpo non mente”: niente di più vero!
A un certo punto mi è capitato di essere invitata a eventi pubblici, come il Fish&Chips Film Festival del cinema erotico di Torino, a parlare di temi quali il consenso, la violenza, il BDSM. Sono stata chiamata in quanto organizzatrice di eventi a tema e come persona che ha un bel po’ di esperienza alle spalle. Non mi andava di arrivare a questi incontri impreparata, così ho cominciato a studiare educazione sessuale e a sviluppare un metodo personale per trattare argomenti connessi alla sessualità alternativa. Ho quindi avviato la mia attività di insegnante di shibari, perché era nata l’esigenza di accostare alla teoria la pratica e non avrei potuto scegliere altro strumento che le corde.

Secondo te come mai negli ultimi anni c’è stata questa esplosione di corsi di bondage, in particolare di shibari e non di altre pratiche?
Legare il proprio partner è una delle fantasie erotiche più diffuse e in molti abbiamo sognato di farlo. Da quando ho iniziato a praticare questa disciplina è cambiata la consapevolezza del mio corpo e la percezione del corpo del mio partner. Ho sviluppato la capacità di ascoltare i suoi bisogni e i nostri desideri. 

Credo possa essere questa la ragione per cui molte persone, pur non essendo avvezze alla sessualità alternativa e pur non avendo mai fatto parte del mondo BDSM, decidano di avvicinarsi proprio a questa disciplina.

Conosco varie persone che praticano BDSM a vario titolo e organizzano eventi ludici o informativi e ho anche saputo di persone facenti parte della comunità che sono state criticate per il proprio comportamento non etico, talvolta molesto, col rischio di finire a praticare in modo pericoloso. Credo che siano queste le occasioni che, manipolate strategicamente dai media, mettono in cattiva luce chi fa BDSM anche professionalmente, quindi vorrei sapere se per poter tenere dei corsi come quelli che conduci è necessario avere dei titoli o basta una certa esperienza. Come fa una persona alle prime armi a distinguere un corso serio e professionale da uno che potrebbe rivelarsi addirittura non sicuro?
Ci sono tante persone che improvvisano ed è facile farsi notare parlando di argomenti comunemente ritenuti bizzarri. Come dicevo prima, personalmente ho deciso di studiare e prepararmi con l’aiuto di professionisti, dato che mi occupo di tematiche piuttosto delicate. Per quanto riguarda lo shibari esistono delle certificazioni solo relativamente agli stili: se vuoi avvalerti del titolo di istruttore di un determinato stile dovrai superare un esame con il maestro che ha ideato o che porta avanti quella tecnica. L’unico modo per avere informazioni sull’affidabilità di corsi, educatori ed educatrici è attraverso la propria comunità locale.

A tale proposito mi viene in mente che spesso si associa il BDSM alla violenza: cosa ne pensi? C’è davvero attinenza?
Alla base di tutte le pratiche del BDSM c’è il consenso. La violenza è, per definizione, un’azione volontaria esercitata da un soggetto su un altro, in modo da determinarlo ad agire contro la sua volontà. Questo rende BDSM e violenza mutualmente esclusivi.

Il BDSM è correlato indissolubilmente al sesso o sono anche prescindibili l’uno dall’altro?
Molti ti direbbero che non giocano con persone con cui non andrebbero a letto. Qualcuno pratica solo col proprio partner. In effetti alcune pratiche sono esplicitamente sessuali, come il pegging, giusto per dirne una, che consiste nel penetrare (o farsi penetrare) analmente per mezzo di uno strap-on o strapless. Non riesco a non vedere risvolti sessuali in questo caso, ma probabilmente anche questo è soggettivo. Per me il BDSM non è per forza collegato al sesso o al mio desiderio sessuale ma senza ombra di dubbio ha a che fare con l’intimità. Gioco spesso con alcune delle persone per me più care, mi piace condividere con loro momenti di intimità unici e irripetibili, ci piace prenderci cura gli uni degli altri anche attraverso queste pratiche, soprattutto con le corde.

Sul tuo blog hai una rubrica in cui recensisci e consigli libri e film sul mondo BDSM. Ti chiedo di nominarci 5 film sul tema che invece sconsigli.
365 giorni, perché, nonostante abbia letto diverse recensioni che lo accostano al BDSM, non c’entra nulla. È abuso puro nella prima parte e un brutto Harmony nella seconda. Cinquanta sfumature (di tutti i colori) perché mette insieme i peggiori stereotipi sul BDSM che mi vengano in mente e dipinge un mondo che non esiste. Il contratto, la stanza del piacere, il protagonista  abusato da piccolo che ha bisogno di essere salvato… Ci fosse una persona che si prende le proprie responsabilità! Ecco l’impero dei sensi perché i protagonisti partono con giochi innocenti ed entrano rapidamente in un vortice di disfunzionalità mostrata come inevitabile. Come a dire che chi si mette a fare queste cose a un certo punto impazzisce. Ricordo che rimasi molto disturbata quando lo vidi. La pianista, che di per sé è un bellissimo film, ha come parte fondante della trama una relazione di dominazione e sottomissione ma in realtà racconta di una donna che non riesce a venire a patti col proprio trauma. 

Cito ma salvo Histoire d’O perché il film e il libro sono figli del loro tempo. Al contrario di Cinquanta sfumature, che presenta un immaginario ormai decaduto e, se tutto va bene, deceduto, Histoire d’O mette in scena quello che allora si pensava fosse il BDSM. Insomma, è più un’opera storica che va guardata comprendendo che parla di un passato molto lontano.

Consigli a chi nutre curiosità verso questo mondo?
Informarsi sugli eventi presenti nella propria zona ed entrare in contatto con la comunità locale. Conoscere dal vivo persone già esperte o che si stanno affacciando a questo mondo permette di confrontarsi, farsi un’idea non solo sul tipo di pratiche che ci possono interessare ma anche sul tipo di rapporto che vogliamo avere con quelli che saranno i nostri compagni di viaggio. Inoltre far parte di una comunità ti dà la possibilità di avere informazioni di prima mano sulle persone con le quali ti rapporti, cosa che non sarebbe possibile con l’online dating. Questo è il motivo per cui ho fondato il TNG Torino.