Giulia Zollino vuole farvi capire che la prostituzione è un lavoro come un altro | Rolling Stone Italia
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Giulia Zollino vuole farvi capire che la prostituzione è un lavoro come un altro

Nel suo libro "Sex work is work", la divulgatrice e attivista prova a parlare agli italiani di lavoro sessuale in modo competente ma anche leggero, senza moralismi e giudizi – e funziona

Approdata su Instagram ad aprile 2019, Giulia Zollino è diventata in poco tempo uno dei punti di riferimento in Italia per parlare di lavoro sessuale in modo competente ma anche leggero, senza moralismi e giudizi. Lo racconta attraverso le sue esperienze sul campo e di recente ha pubblicato il libro Sex Work is Work (Eris Edizioni, 2021), che – a dieci giorni dall’uscita è già in ristampa.

Antropologa, esperta di educazione sessuale e operatrice di strada, il suo obiettivo principale è quello di de-stigmatizzare il mondo variegato e complesso di quello che dal 1978, grazie a The Scarlot Harlot (Carol Leigh, attivista femminista e lavoratrice sessuale) ha definito appunto “sex work”. Come tutti i volumi della collana Book Block anche Sex Work is Work è un compendio di una sessantina di pagine il cui fine non è tanto quello di risolvere in modo esaustivo il tema che affronta, ma piuttosto fornire una serie di informazioni per avvicinarsi all’argomento offrendo un punto di vista interno.

Zollino lavora da alcuni anni come operatrice con alcune unità di strada, ossia associazioni che si occupano di dare assistenza a chi vive e lavora in strada – e nel suo caso a persone che esercitano lavoro sessuale, specificamente persone che si prostituiscono. Ha raccolto aneddoti e pensieri di coloro che il sex work lo fanno, dipingendo uno scenario molto distante da quello che viene proposto dai media o da come viene immaginato dalla morale comune, che più spesso lo vittimizza e svilisce senza conoscerlo direttamente. Durante il primo lockdown ha realizzato una seria di interviste a persone che praticano o hanno a che fare col lavoro sessuale sia in Italia che all’estero, l’ha chiamata Putitalks e ha chiacchierato con loro di come stessero affrontando la crisi sanitaria (e socio-economica) mondiale.

“Innanzitutto sono contenta che la casa editrice abbia accolto con entusiasmo di riportare le voci di tante persone che fanno lavoro sessuale. La maggior parte delle citazioni che ho riportato sono di testi scritti da sex worker, interventi tratti da Putitalks o persone che ho conosciuto personalmente. Questa cosa per me aveva molto senso e soprattutto ha un significato politico.” mi racconta Zollino. Creare le condizioni tali affinché le soggettività direttamente coinvolte si esprimano è sicuramente il punto di forza di questo volume e di tutto il suo progetto di comunicazione.

Nell’introduzione al libro, ma prima ancora qualche mese fa, su Instagram, hai fatto coming out come lavoratrice sessuale, perché?
Mentre scrivevo, ho inserito dei riferimenti alla mia esperienza personale. Volevo raccontare l’esperienza di altre persone partendo da me, perché quello che faccio comincia da ciò che ho vissuto in prima persona, quindi facevo fatica a dare sostanza ai miei pensieri senza metterci la faccia. Mi sembrava falso non farlo o addirittura fingere, dire che non era così, camuffare, quindi è stato un po’ un atto di coraggio dire che ho fatto lavoro sessuale e che – se avrò bisogno – lo farò ancora. Sto cercando di normalizzare questa esperienza perché penso che prima di tutto sia utile per me, fa parte della mia vita, di quello che sono, e poi lo faccio proprio nell’ottica di lanciare un messaggio di destigmatizzazione: l’ho fatto anche io che vengo considerata una persona normale, perché chi lo fa di consueto non dovrebbe essere considerata una persona altrettanto normale?

Da qualche anno a questa parte sui social si parla di più di lavoro sessuale e soprattutto dello stigma della parola “puttana”. Tu hai dedicato un capitolo intero del libro a questo tema. Volevo chiederti cosa ne pensi di chi rivendica questo termine sui social network: secondo te c’è davvero consapevolezza a riguardo?
A me sembra che, in generale, anche per quanto riguarda un discorso sulla sessualità e sul corpo, in pubblico (sui social) si facciano determinate affermazioni, che però vengono smentite o contraddette nell’intimità. Mi sembra che non abbiamo assimilato certe questioni e facciamo fatica a mettere in pratica alcuni discorsi.

Rispetto alla parola “puttana”, l’impressione che ho è che faccia un po’ figo affermare di esserlo (almeno nella nostra bolla sex positive virtuale) mentre nella vita quotidiana offline è una parola che si porta ancora dietro un’accezione storicamente negativa. In molti ambienti sex positive dichiararsi puttana è un modo per andare contro vecchi valori: siamo quindi passati da un significato molto negativo a uno molto positivo. Secondo me, invece, chi fa sex work si situa in mezzo: “sono una puttana, sex worker, prostituta, quello che ti pare, ma faccio questo, è il mio lavoro.” Chi non fa lavoro sessuale e si definisce tale aiuta da una parte a normalizzare questo termine, dall’altro forse contribuisce alla perdita di significato e intenzione.

Sei molto attiva su Instagram e il tuo modo di comunicare è davvero efficace, cosa ne pensi delle tante persone che parlano di sessualità sui social, nonostante la censura? Secondo te lo fanno in maniera positiva o ancora in modo normato e conforme, anche considerate le numerose restrizioni delle piattaforme?
Sì, sono tante e ce ne sono altrettante che quotidianamente ricevo richieste per dare consigli su come avviare progetti in cui fare educazione sessuale. Forse questo è un effetto del fatto che non abbiamo ricevuto questo tipo di educazione e siamo vissuti (e viviamo) in un contesto sessuofobico. Va molto di moda affrontare questi argomenti e si vuole cavalcare l’onda, ma al di là della censura e delle limitazioni dei social, credo che non se ne parli in modo rivoluzionario perché si ha paura di dire la propria. Se si esprime un punto di vista che esce anche di poco dai confini del pensiero condiviso nella propria bolla, ci si deve aspettare commenti negativi, frecciatine, se non vere e proprie shitstorm. Per esempio una volta avevo parlato dell’uso del preservativo all’interno di una negoziazione sessuale (facevo un discorso riguardante il sex work, quindi contestualizzando in modo molto specifico) e avevo affermato che, per alcune persone che fanno sex work, rinunciare all’uso del condom può significare guadagnare quella cifra in più utile per fare fronte a una necessità. Apriti cielo! Mi hanno detto che stavo giustificando il sesso non protetto, quando stavo riportando un’esperienza molto comune fra chi fa questo lavoro in determinate condizioni. Si fa pertanto molta fatica a mettere in discussione certi punti di vista.

È importante informare facendo sì che la gente scelga liberamente. Mi pare di capire che si critichi la norma proponendo un’alternativa. Che opinione hai a riguardo?
Ho aperto un account su Patreon per fare divulgazione in modo più ampio e uno degli abbonamenti prevede di ricevere anche mie foto erotiche. Ho fatto questa scelta perché volevo svincolarmi dalla dicotomia secondo cui se parli di sesso e fai educazione sessuale non puoi mostrarti in certe vesti. Ho notato che alcune persone sono state disorientate da questa decisione. Molte persone pensano che affrontare seriamente e in modo professionale certi argomenti corrisponda a proporli in modo serioso e senza esibire la propria sensualità. Oppure fai la puttana e basta, così è chiaro a chiunque come incasellarti. Come se le due cose non potessero coesistere.

Sulla base di questi discorsi mi è chiara una cosa, bisogna parlare (bene) di lavoro sessuale e il libro di Zollino è sicuramente uno strumento per capire che non si tratta di un segmento astratto lontano da noi, ma anzi estremamente complesso e sfaccettato e rispetto al quale dovremmo aprire gli occhi per mettere da parte pregiudizi e anche per far sì che i diritti delle persone che esercitano mestieri sessuali siano tutelate e rispettate.