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E se la “sessualizzazione” fosse un grande equivoco?

Essere desiderati dagli altri ci offende? Ci fa sentire sotto minaccia? È implicitamente una pratica volgare? E se invece dietro queste reazioni ci fosse solo il nostro puritanesimo?

Foto via Unsplash

Non ci si aspetta che dalla Francia liberale del 2020 arrivino una dietro l’altra notizie come quelle di alcune settimane fa: dalle bagnanti che a Sainte-Marie-la-Mer sono state redarguite dalla gendarmerie per il topless, alla visitatrice del Museo d’Orsay a cui è stato intimato di coprire la scollatura sul seno, alla protesta di studenti e studentesse liceali per potersi vestire liberamente dopo che il vicepreside di un liceo aveva detto che le ragazze si sarebbero dovute coprire “per non eccitare la popolazione maschile”.

Ai cori di sdegno più che legittimi che ci ricordano quanto questi episodi siano frutto di sessismo, si accosta l’ormai noto tema della sessualizzazione, concetto che ho già avuto modo di affrontare su queste pagine e che non ha smesso di interessarmi né lasciarmi perplessa. 

“Quando sento parlare di sessualizzazione penso che stiamo inciampando in un equivoco che paragona il desiderio sessuale a qualcosa che possa abbattersi su terzi come il malocchio o la sfiga”, mi spiega Maria Tinka Iniotakis, del collettivo porno Rosario Gallardo, che si occupa di produrre pornografia e di sex counseling. Le ho voluto porre alcune domande perché si interessa da tempo di questo argomento, ragione per cui ci siamo trovate spesso a confrontarci.

Si continua a rivendicare il proprio diritto a non essere persone sessualizzate, come se lo sguardo altrui sminuisse perché foriero di desiderio e sensualità non consensuali. Cosa ne pensi?
Quando si usa il termine sessualizzazione, a sua volta mutuato dalla biologia, viene veicolato un messaggio a monte, che sembra suggerire che la funzione sessuale di un dato individuo sia una coatta imposizione capace di dare una prepotente accezione sessuale a chi non l’avrebbe, ossia che noi non siamo esseri sessuati, sessuali, né sensuali, ma – eventualmente – veniamo sessualizzati dall’esterno, quindi a quel punto entriamo nell’ambito della sessualità.

Come ti poni rispetto a questo concetto?
Uno dei miei strumenti performativi principali è il coinvolgimento del pubblico nel mio desiderio. Senza quello che amo chiamare “esibizionismo” non vi sarebbe alcuna comunicazione né coinvolgimento del pubblico, né tantomeno lo spettacolo. Non vi sono dubbi sul fatto che io sessualizzi gli spettatori eppure vi posso assicurare che non dispiace a nessuno, anzi, mi pagano per essere sessualizzati, alla stregua di un dildo. Se uso il mio pubblico per arraparmi e godere, lo molesto?

Forse in quel caso l’obiezione che ti potrebbero fare è che quelle persone partecipano ai tuoi eventi e workshop sapendo che questo potrebbe accadere.
Sì, ma qui stiamo parlando di uno dei dogmi più radicati nella cultura umana: essere desiderati porta a essere corrotti dal peccato. Quando la malizia ci tange è come essere accusati di complicità nell’autodistruzione, veniamo privati del nullaosta di civiltà che ci riscatta dalla nostra condizione naturale di prede. In quest’ottica, essere desiderati è di per se una molestia. Crediamo ancora in una natura umana in cui il desiderio sessuale sia peccato e corruzione?

Mi sembra che il concetto di sessualizzazione ricalchi, penosamente, tutti i preconcetti puritani sul desiderio che lo connotano come una sostanza tossica. Offende essere desiderati? Ci fa sentire sotto minaccia? È implicitamente una pratica volgare? Sono tante le questioni che si aprono. Per esempio, farsi le seghe sull’immagine di un catalogo di moda è una sessualizzazione, perché non è un oggetto adibito alla masturbazione, se invece lo si fa su un giornalino porno, allora nessuno si lamenta.

Quello che viene recriminato è che le riviste di moda abbiano un’altra finalità, mentre quelle porno siano fatte apposta per eccitare.
Credo che l’accusa di sessualizzazione denoti un grave problema con la sessualità, sopratutto nella sua non riconosciuta ed osteggiata, funzione sociale. Penso che le antichissime coercizioni sessuali su cui abbiamo costruito i nostri costumi ci impediscano di vivere con fluidità le interazioni sociali, cristallizzate in una visione rigida di antagonismo di genere.   Facciamo fatica ad ammettere che abbiamo paura gli uni degli altri perché abbiamo paura del nostro desiderio e quindi del desiderio altrui. Le poche occasioni di fare esperienza positiva in relazione alla sessualità e al corteggiamento rendono le manifestazioni di queste istanze maldestre e frustrate. Invece di gridare alla molestia e puntare il dito contro il primo che sbaglia, potremmo farci coraggio a vicenda e renderci conto che se è l’amore che salverà il mondo, il nostro continuo disprezzo per il desiderio carnale renderà l’amore un prodotto farmaceutico somministrabile solo previa prescrizione del medico.

Secondo te perché questo leitmotiv della sessualizzazione ricorre quasi esclusivamente quando si parla di donne o – meglio – di femmine?
La femmina e il femminile sono abbinati alla debolezza, alla sensualità e alla sessualità, per questo è in voga il concetto di “sessualizzazione” in relazione alle donne. Quando una persona incontra una femmina, cosa vede? Utero per procreare, mamma che sgrida, fica da chiavare. Che vissuto ha in relazione a questi tre modelli? Si relazionerà al femminile in base a ciò che in quel momento rappresenta: moglie, mamma, amante, qualche volta pure figlia, anche se – diciamo – secondo me è un’istanza non pervenuta.

Femminile, purtroppo, è legato a doppia mandata ai concetti di sensualità, accoglienza, accudimento, “scopabilità”, allora una persona potrebbe chiedere: “Mi hai sessualizzato, perché?”, sentendosi percepita e usata con quel ruolo specifico lì, un’altra potrebbe dire “Sarò pure bella, oltre a essere femmina, però non me ne frega niente di scopare, perché – dunque – mi guardi come qualcosa che non sono? Il fatto che io abbia la fica non vuol dire che sia quello!”

Quando parliamo di fatica e fastidio della donna nello stare in un ruolo sessualizzato, parliamo di un problema reale, oggettivo, che c’è. Credo che ci sia veramente la necessità di far fronte a un cambiamento culturale, perché se vado in giro sexy, questo non può minimamente autorizzare la società a comportarsi come se io fossi un servizio erogato dalla natura, senza neppure darmi qualcosa in cambio.

In sostanza per te la sessualizzazione non è qualcosa di attribuibile, ma piuttosto un pretesto per non venire a patti coi propri desideri, sia di chi guarda, che della persona che viene guardata?
Non sto dicendo che è giusto e vantaggioso essere ovunque e comunque percepita come sollecitazione sessuale, ma – essendo la sessualità costitutiva del nostro essere vivi – non credo sia una pratica che si possa inibire agendo sulla buona educazione.