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Contro il mito del “non si scopa con gli amici”

Darsi piacere a vicenda è bello: perché non dovremmo farlo con le persone a cui vogliamo bene?

Foto di Dainis Graveris on SexualAlpha

Ci sono una serie di aspettative e regole implicite che derivano dal modo in cui pensiamo i rapporti sociali: ad esempio, ci si pone in un certo modo con i colleghi di lavoro; quando si inizia a frequentare romanticamente qualcuno, solitamente questo implica che non si farà sesso con altre persone – salvo diversamente concordato in caso di relazioni non-monogame; e ancora, con le persone che ti sono amiche è lecito sfogarsi e cercare conforto, uscire insieme e divertirsi, ma è credenza comune quella che “con gli amici non si scopa”. 

Ora, riesco ad empatizzare con il punto di vista di chi si guarda dal fare sesso con i propri amici: sono sicuro che tra le principali preoccupazioni ci siano il timore che si possa creare imbarazzo, il rischio percepito di “rovinare” il rapporto o di sviluppare sentimenti per l’altra persona; io stesso a volte ho pensato di alcuni miei amici “oddio, ma non è che mi piace?” dopo episodi in cui ci siamo trovati in intimità, poi ho imparato a non prendermi troppo sul serio in quelle occasioni. A volte quel “siamo amici” serve come scusa banale per giustificare il non voler fare sesso con qualcuno. Ma è così sbagliato darsi piacere tra persone che si vogliono bene? Se un rapporto viene rovinato dal sesso, che in teoria è una cosa bella, ne valeva davvero la pena? Emozioni e sentimenti sono davvero il peso opprimente che immaginiamo che sia?

In un articolo sulle relazioni sessuali, la psicologa Lisa Diamond ha osservato che le persone, particolarmente in relazioni eterosessuali, tendono a fare una divisione rigida tra “amici” e “amanti” (“lovers”), e come questa sia invece più ambigua e sfumata nelle comunità composte da persone LGBT+. Scrive Diamond: “L’insieme di potenziali partner sessuali/romantici e potenziali amici spesso si sovrappone, specialmente in comunità ristrette. Ne risulta che molte persone appartenenti a minoranze sessuali sviluppino relazioni romantiche a partire da amicizie, o avviino contatti sessuali periodici con amici stretti e fidati”.

A tal proposito, mi vengono in mente le esperienze con il mio attuale gruppo di amici gay, che userò come case-study a supporto della mia tesi. In sostanza, ci siamo passati un po’ tutti a vicenda: baci, petting, preliminari, sesso “completo” (che è il modo politically correct per chiamare l’anale), creando quasi tutte le combinazioni possibili tra noi – tranne due di loro che sono in una relazione monogama e quindi non ci cagano. Con uno di loro ho prima fatto sesso e poi siamo diventati amici stretti – per poi non toccarci mai più – altri due dopo aver scopato una sera in vacanza hanno litigato in modo passivo-aggressivo il mattino seguente: uno ha accusato l’altro di “averlo usato”, l’altro invece si è posto in modo spavaldo e distaccato, da pseudo-maschio alfa. Poi dopo due chiacchiere hanno risolto e sono diventati più amici di prima.

Tutto ciò per dire che sì, possono effettivamente esserci esiti negativi, soprattutto se in un primo momento non ci si sente a proprio agio o non c’è comunicazione tra le parti. In uno studio sugli “scopamici” (che è una traduzione orribile del termine americano “friends with benefits” – che si distingue da “booty call”, che invece descrive qualcuno che si chiama solo per fare sesso), lo psicologo sociale e sex researcher Justin Lehmiller e colleghi hanno indagato l’esito di alcune scopamicizie: a distanza di un anno, il 31% del campione ha smesso di avere rapporti di qualsiasi tipo, mentre il restante 69% è equamente diviso tra il restare amici o scopamici, o avviare una relazione romantica. Ciò che è interessante però sono i predittori di questi esiti positivi: avere un rapporto solido, comunicare delle regole ed essere chiari rispetto a dove si vuole portare la relazione. 

Sarà che vivo il sesso in modo molto leggero – almeno quello che faccio io – ma mi chiedo a questo punto quanto ci serva davvero una “tassonomia” dell’intimità, cioè una specie di classifica che descrive e regola il modo in cui pensiamo e viviamo le nostre relazioni, soprattutto se queste non si escludono a vicenda e non interferiscono tra loro. Forse l’esclusività sessuale nelle relazioni romantiche serve a dare ordine mentale, ha la funzione di “proteggere” la coppia, la inserisce in una categoria – e le categorie servono ad orientarci nel mondo e a semplificare le cose. Ancora, la regola per cui non si fa sesso con i propri amici può servire a prevenire che i “sentimenti” – o quelli che vengono percepiti come tali – rovinino i rapporti, considerato da un lato il valore che diamo al sesso e come difficilmente lo riusciamo a separare dall’affetto, dall’altro il fatto che alcuni di noi vivono le emozioni forti in modo angosciante. 

Ma al tempo stesso, il confine tra “romantico”, “platonico” e “sessuale” tende a sfumarsi fino al punto da renderci incoerenti, e questa categorizzazione complica ciò che in teoria dovrebbe proteggere. Spesso la vita è pesante, e la cura che diamo e riceviamo dalle persone a cui teniamo può passare anche da cose come contatto fisico, coccole e sesso. Perché non riconoscere che certe cose esistono e succedono, e fare una riflessione a riguardo? Perché non parlare delle cose che desideriamo e che proviamo per le persone care?

La verità è che a volte vogliamo scoparci i nostri amici o amiche, magari perché siamo arrapati e sono le persone più vicine a noi, o perché vogliamo loro bene ed è una cosa bella darsi piacere a vicenda; altre volte vogliamo scoparci persone che non sopportiamo o che ci fanno schifo, o ci innamoriamo a caso della prima persona che passa, e niente di tutto ciò dovrebbe farci sentire in colpa o ansiosi, alla luce del fatto che possiamo effettivamente mettere in discussione e modificare le regole che gestiscono le nostre relazioni.