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Che cos’è la sessualizzazione e cosa c’entra col femminismo?

Le parole “oggettificazione” e “sessualizzazione” sono diventate ricorrenti nelle riflessioni e nei dibattiti su come viene rappresentato il corpo delle donne. Ma siamo sicuri di sapere davvero cosa vogliono dire?

Foto via Unsplash

Ho come l’impressione che, da quando ormai undici anni fa Lorella Zanardo mise su Internet il suo documentario Il corpo delle donne, che raccontava come vengono raccontate e rappresentate sui media, le parole “oggettificazione” e “sessualizzazione” siano diventate ricorrenti nelle riflessioni e nei dibattiti di molte persone. Il femminismo si occupa da molto tempo di questi temi, probabilmente con l’utilizzo di un’altra terminologia, ma a Zanardo va il merito di avere fotografato uno spaccato storico della tv e del cinema italiani sotto l’egida di Berlusconi, che su queste rappresentazioni ha fondato i suoi imperi mediatico e politico.

Ho voluto parlarne con cinque professionisti per capire meglio e avere una visione ampia che varcasse i confini nazionali e le nostre influenze culturali, così ho intervistato la dottoressa Vittoria Bottelli (psicologa, psicoterapeuta e sessuologa clinica), la dottoressa Alessia Dulbecco (pedagogista, counsellor e formatrice), Cam Fraser (sex coach maschile australiano), Personaje Personaje (ricercatore transdisciplinare e artista ecuadoriano che vive in Spagna) e la dottoressa Elisa Sipio (ginecologa e consulente sessuale).

“Di sessualizzazione – forse non esattamente con questo termine – ne parlò già Freud”, mi racconta Bottelli, “secondo cui la libido è sottesa a qualsiasi azione umana, come motivazione primaria. Negli anni le diverse scuole di pensiero hanno relativizzato l’importanza dell’Eros come motore propulsore della psiche, pur riconoscendo l’importanza della sessualizzazione come meccanismo di difesa. È sicuramente un termine in auge di questi tempi, poiché è presente una commistione di linguaggi, dove la psicologia ha prestato termini ed è stata influenzata a sua volta da molte altre discipline/aspetti socioculturali”.

“Se ci atteniamo alle definizioni, in campo scientifico si parla di sessualizzazione quando una parte del corpo (in particolare in alcune specie di invertebrati) cambia funzione e diventa strumento sessuale. Attualmente non parliamo di questo quando ci riferiamo alla sessualizzazione, tuttavia può aiutarci a comprendere l’origine del termine: una parte del corpo, un atteggiamento, che prima non aveva attinenza con la sessualità, cambia il valore simbolico che le attribuiamo, diventando “sessuale”, aggiunge Sipio.

Da qui nasce la mia prima perplessità: l’essere umano è sessuato e sessuale, di conseguenza – secondo me – è sessualizzato intrinsecamente. Ma il mio punto di vista sembra non trovare riscontro nelle teorie elaborate in ambito psicologico. Infatti, quello che per me è una componente connaturata all’individuo, viene considerata generalmente un atteggiamento connesso alla seduzione, che dal mio punto di vista è una componente aggiuntiva, perché “sedurre” significa letteralmente “condurre a sé” (per scopi sessuali o di altra natura), mentre per me essere sessualizzati o sessualizzare altre persone non è necessariamente legato alla seduzione, ma ha più a che fare con la percezione del desiderio e dell’istinto.

L’Associazione Americana degli Psicologi ha redatto il Report of the APA Task Force on the Sexualization of Girls (un nome dal retrogusto militaresco, che francamente mi inquieta un po’) in cui viene detto che si parla di sessualizzazione quando il valore di una persona viene fatto derivare soltanto dal suo sex appeal, escludendo altre sue caratteristiche; una persona è tenuta a conformarsi a uno standard, che equipara l’attrazione fisica – intesa in senso stretto – con l’essere sexy; le persone sono viste come oggetti adibiti all’uso sessuale altrui, piuttosto che come individui in possesso della capacità di agire e prendere decisioni autonomamente; la sessualità è inappropriatamente imposta a qualcuno.

“In pedagogia si è cominciato a parlare di sessualizzazione in epoca relativamente recente e in particolare in riferimento ai media e ai messaggi che essi veicolano”, mi spiega Dulbecco. “Specifico inoltre che non tutta la pedagogia si occupa di questo tema ma essenzialmente la pedagogia di genere, il che non è un caso, perché chi si occupa di pedagogia di genere pone questo concetto in relazione ad altri, come gli stereotipi di genere e le dinamiche di educazione al genere”.

Il punto di vista di Personaje Personaje è politico ed esula dal tema in sé: “La nozione di sessualizzazione, come ogni altra, è in costante sviluppo, ma al giorno d’oggi viene menzionata in conversazioni molto diverse, grazie al lavoro e al riconoscimento dei movimenti femministi, alla promiscuità etica, alla teoria queer e altre prospettive che mettono in discussione il patriarcato”, ma ammette che – proprio per questo work in progress concettuale – non ha ancora elaborato una definizione conclusiva.

Con Cam Fraser ho indagato il senso che viene dato alle parole “oggettificazione” e “sessualizzazione” che abbiamo mutuato dall’inglese “objectification” e “sexualization”, perché volevo capire se il discorso che facciamo qui avesse una valenza diversa, simile o uguale proprio da chi quella lingua la parla dalla nascita: “In inglese sono spesso usate come sinonimi, ma sono relative a due concetti diversi. La mia impressione è che la sessualizzazione implichi un’attenzione sull’aspetto di una persona: si può concentrare sulla bellezza fisica o sulle caratteristiche fisiche di una persona, d’altra parte l’oggettificazione è la rappresentazione di una persona come un semplice corpo/oggetto per il desiderio sessuale dell’altro”. Anche nella nostra lingua tendiamo a sovrapporre e intercambiare questi concetti, del resto.

Bottelli mi ha riferito che in psicologia il concetto di sessualizzazione viene spesso usato quando si parla di trauma, infatti chi ne ha subito uno può usarlo come meccanismo di difesa: “Possiamo sessualizzare in termini inconsapevoli qualsiasi esperienza, permettendoci così di tramutare in eccitazione e sensazione di vitalità emozioni altrimenti soverchianti o aspetti della nostra vita quotidiana come l’aggressività, che possono produrre difficoltà nella loro gestione. Di per sé non rappresenta un costrutto problematico o distruttivo”.

Dal suo canto, Dulbecco mi spiega che la pedagogia di genere e i Gender Studies, hanno cercato di andare più a fondo cercando di capire perché sia diffusa la sessualizzazione, anche in tenera età. “In particolare si è cercato di non colpevolizzare le bambine provando a capire quale sia il sistema che permette tutto ciò. In questo senso, nel discorso entrano a gamba tesa gli stereotipi di genere e tutto ciò che li sostiene, dai messaggi che ricevono dagli adulti di riferimento ai giochi includendo la tv. Lo studio attorno alla socializzazione di genere ci dice che i percorsi che eseguono maschi e femmine sono – ahimè – ancora molto diversi. Bambine e bambini si adultizzano anche grazie al fenomeno del tweeting – l’adolescenza retrodata – ossia quel fenomeno per cui i programmi pensati per i 14enni vengono fruiti da chi ha 8 anni, e quelli per i ventenni vengono fruiti dai 12enni”.

Dello stesso parere è Sipio, che aggiunge: “Rappresentare continuamente, a livello mediatico, immagini femminili piene di attribuiti fortemente sessualizzati porta a costruire un immaginario in cui la donna diventa uno strumento, il cui scopo è soddisfare il piacere di un certo tipo di pubblico (maschile), inoltre appiattisce e omogenizza i vari aspetti della femminilità, che si riducono a stereotipo: o così o non sei femminile”.

“Non si tratta di criticare la rappresentazione del lato sexy di una donna o di condannare le fantasie su una persona ritenuta attraente, il problema sorge quando la lente della sessualizzazione diventa l’unico filtro con cui si guarda una persona, ignorando quindi ciò che pensa, ciò che avrebbe da dire, ciò che la differenzia dalle altre, riducendo la sua attrattiva solo al fatto di incarnare un modello che susciti attrazione sessuale” – e qui la dottoressa si ricollega a quanto detto da Fraser.

“Per me la sessualizzazione ha anche a che fare con le persone trans che chiedono di essere più che feticci sessuali delle stesse persone che ci uccidono o cercano di invisibilizzare la nostra realtà col discorso dell’anatomia, della supremazia binaria e certi credi religiosi”, ricorda Personaje Personaje, ampliando il discorso, solitamente circoscritto all’ambito femminile e inglobando appunto le persone che non non si identificano e/o non esprimono il proprio genere stando nei rigidi codici di maschio e femmina. In questo senso fa anche notare che le discussioni portate avanti dal femminismo e dalla filosofia sex positive siano contemporanee alle ideologie che rifiutano l’idea di corpi diversi e dissidenti, persone, comunità ed esseri che hanno (e rivendicano) l’autonomia di decidere cosa, dove, come, quando e con chi condividere sé stessi.

Fraser ammette di non avere familiarità col femminismo e le sue istanze circa questo argomento, ma commenta: “So che c’è una parte del movimento femminista che spinge per l’empowerment delle donne, le persone che ne fanno parte saranno d’accordo che la fusione tra sessualizzazione e oggettificazione perpetua l’idea che la sessualità femminile è per chiunque eccetto che per la donna stessa”.

Sessualizzazione e oggettificazione non sono fenomeni negativi o positivi in sé, salvo che diventino l’unico filtro contemplato per “leggere” l’altra persona. Ciò che penso sia rilevante è l’autodeterminazione nell’agire su di sé e/o nell’accogliere l’azione altrui su di sé di queste azioni, ma per arrivare a essa dobbiamo dotarci di strumenti culturali per comprendere questi concetti cercando di spogliarli di dogmatismo.

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