Home Scostume

Che cos’è la PrEP e perché potrebbe servire a sconfiggere lo stigma intorno all’HIV

Con una pillola da prendere prima e dopo aver fatto sesso non protetto si può ridurre del 99% il rischio di contrarre l'HIV. Allora perché non se ne parla di più?

Lane Turner/The Boston Globe via Getty Images

Il progresso medico-scientifico degli ultimi anni ha profondamente – e fortunatamente – cambiato i nostri comportamenti sessuali. Se in passato il sesso monogamico della famiglia borghese era (almeno in teoria) l’unico strumento per arginare figliate numerose e morti a causa di infezioni sessualmente trasmissibili, oggi preservativo e pillola anticoncezionale permettono un efficace controllo delle nascite, gli antibiotici ci consentono di non morire di gonorrea o sifilide, assumendo farmaci antiretrovirali le persone positive all’HIV possono tenere a bada il virus e godere di una buona qualità della vita, e grazie alla PrEP il contagio da HIV si può addirittura prevenire. Ma che cos’è, esattamente, la PrEP? 

PrEP” sta per “Profilassi Pre-Esposizione [all’HIV]” e consiste nell’assumere quotidianamente, o con un dosaggio specifico prima e dopo un rapporto sessuale considerato a rischio, una pillola che contiene due antiretrovirali. In questo modo, qualora una persona dovesse entrare a contatto con il virus, il farmaco in circolo nell’organismo ne bloccherebbe la replicazione; studi dimostrano che ha un’efficacia superiore al 99% se assunta correttamente. 

Approvata nel 2012 dalla Food and Drug Administration, l’agenzia che si occupa di controllare e approvare farmaci negli USA, e diffusa sul mercato con il nome di Truvada, nonostante la comprovata efficacia l’assunzione e implementazione della PrEP è stata piuttosto lenta, specialmente in Europa e Italia. Se in alcuni Paesi Europei la PrEP è finanziata pubblicamente per coloro che ne hanno bisogno e ci sono state campagne informative per promuoverne l’uso, in Italia facciamo ancora fatica a muoverci in quella direzione. Nel nostro Paese, la PrEP è prescrivibile da uno specialista in malattie infettive e disponibile in farmacia al costo di 60€ (una volta erano 700€) e non rimborsabile in quanto farmaco di classe C (come la pillola anticoncezionale, per intenderci). 

Se vogliamo far sì che la PrEP abbia un impatto significativo per le comunità e per la popolazione, e che contribuisca ad arginare e mettere un punto all’epidemia di HIV/AIDS, come auspicato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, potremmo pianificare strategie di prevenzione dell’HIV e programmi educativi focalizzati sull’ottenere cambiamenti rispetto a barriere strutturali, come ad esempio costi e accessibilità, e barriere socioculturali, quali credenze sbagliate e stigma.

Ad esempio, al di là di preoccupazioni rispetto a effetti collaterali del farmaco o all’efficacia in termini di costi-benefici, la PrEP solleva dubbi intorno al potenziale rischio che “faciliti” rapporti sessuali a rischio e causi una riduzione dell’uso del preservativo. Nonostante le ricerche in questo contesto diano risultati misti e contrastanti, la percezione che ciò avvenga è abbastanza diffusa. Non sono rari commenti del tipo “la PrEP è solo una scusa per fare sesso senza preservativo”, e in America tempo fa si diffuse l’utilizzo del termine “Truvada Whore” (puttana del Truvada) per appellare negativamente e fare slut-shaming a coloro che assumono la PrEP. Probabilmente lo stigma che riguarda la PrEP è radicato nelle discriminazioni storiche che hanno colpito le persone positive all’HIV, che spesso si interseca anche con quello di appartenere a una minoranza etnica o sessuale, e in questo caso a quello legato alla promiscuità sessuale.

Non penso che fare sesso non protetto riguardi esclusivamente la libertà individuale, né sono liberal al punto da pensare che “ognuno fa quello che vuole”, soprattutto in un contesto legato alla sanità pubblica. Detto questo, prendo atto del fatto che, per vari motivi, ci sono persone che preferiscono fare sesso senza preservativo – o a cui capita di farlo senza – e che non vadano stigmatizzate in alcun modo per questo, e che il piacere sessuale debba essere considerato una componente chiave della salute sessuale generale. E soprattutto, PrEP o non PrEP, continueranno a farlo; di certo non sarò io a entrare nei letti altrui e infilare loro i preservativi.

Alla luce di ciò, è importante avere consapevolezza dei rischi e fornire alle persone conoscenze e strumenti necessari per proteggersi – cosa che in questo momento non avviene. Chi è in PrEP ha una probabilità superiore al 99% di non prendere l’HIV, e testandosi ogni 2-3 mesi seguendo i protocolli di monitoraggio possono ricevere una diagnosi precoce di un’eventuale infezione sessualmente trasmissibile. Pertanto, se le persone che sono in PrEP decidono consensualmente di fare sesso senza preservativo (o se capita, perché capita) non avranno l’ansia per un mese o più di aver contratto l’HIV, entro circa un paio di mesi sapranno se hanno contratto o meno una malattia, e quella decisione si può dire libera perché in quel momento avrebbero tutte le informazioni e gli strumenti per prenderla. 

Inoltre, al di là del beneficio primario derivante dalla PrEP, ovvero prevenire l’infezione da HIV, le persone che la assumono esperiscono anche benefici collaterali rilevanti dal punto di vista sociale e emotivo: possono esservi dei cambiamenti positivi nel modo in cui le persone pensano e vivono le relazioni sessuali, contribuendo a ridurre quel senso di paura e stigma legati all’HIV, e creando un senso di empowerment, dal momento che avrebbero più opzioni e potere rispetto alla prevenzione.

Possiamo perdere tempo a criticare alcuni tipi di comportamenti che istintivamente non ci piacciono, oppure possiamo focalizzarci su come far conoscere e rendere accessibili forme di prevenzione per ridurre le infezioni da HIV in maniera sicura ed efficace – così come sta accadendo in paesi come il Regno Unito, in cui le nuove infezioni nel 2018 sono diminuite del 71% rispetto al 2012 tra uomini gay e bisessuali, trend in calo attribuito proprio all’uso della PrEP. In questo contesto, un ruolo rilevante lo potrebbero giocare le cliniche che si occupano di salute sessuali, medici specialisti in malattie infettive, attivisti queer e LGBT+. 

Come sottolinea Kane Race, professore di Studi di Genere e Culturali, nel suo saggio Reluctant Objects. Sexual Pleasure as a problem for HIV medical prevention, negli ultimi anni la ricerca e le strategie di prevenzione dell’HIV sono state separate, o perfino antagoniste, rispetto al sesso e al piacere sessuale; pertanto, è importante che le campagne di promozione della salute sessuale diffondano messaggi sex positive e che si focalizzino anche su concetti come il piacere sessuale come parte integrante della salute sessuale, in modo da superare stigma e bias legati a queste questioni, che invece rischiano di influenzare negativamente il modo in cui le persone approcciano alla prevenzione stessa.