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Un profugo siriano risponde a Donald Trump

Nedal è negli Stati Uniti da 16 mesi ma sa già comprendere la nazione meglio del suo nuovo Presidente

Foto di Philippe Huguen (Getty Images)

Foto di Philippe Huguen (Getty Images)

Di tutti gli ordini esecutivi che Donald Trump ha firmato nel corso della settimana, il più sconvolgente – nonché il più grottescamente anti-americano – è il blocco dell’immigrazione per tutti i profughi. Il congelamento dell’accoglienza durerà 120 giorni, eccetto nel caso dei rifugiati siriani, il cui ingresso verrà sospeso a tempo indeterminato; in aggiunta a queste direttive, Trump ha sospeso per 90 giorni l’immigrazione da sette paesi a maggioranza musulmana. Come tiene a notare Raymond Offenheiser, presidente di Oxfam, «i profughi che verranno toccati dalla decisione di oggi sono tra le persone più vulnerabili del mondo – che siano donne, bambini o uomini – persone che stanno semplicemente cercando un luogo sicuro in cui vivere, dopo essere riusciti a sfuggire a una tragica spirale di violenze e perdite».

Di recente mi trovavo nel mio stato natale, il Michigan, dove stavo scrivendo un reportage sulle reazioni dei votanti al messaggio economico di Trump. Lì, ho raggiunto un condominio di periferia e ho incontrato Nedal, un musulmano trentenne originario della Siria, che è arrivato in Michigan come profugo nel giugno del 2015 – per una strana coincidenza, era anche lo stesso mese in cui Trump lanciava la sua campagna presidenziale. (Nedal mi ha chiesto di non usare il suo cognome, poiché teme per l’incolumità della sua famiglia, che è attualmente in Siria).

È da decenni e decenni che la periferia di Detroit, nonché la città stessa, ospitano una vasta popolazione medio-orientale. Si tratta di cristiani e musulmani di origini siriane, libanesi e irachene, oltre a gruppi musulmani del Bangladesh e della Bosnia. Se si eccettua la California, il Michigan è lo stato che ha accettato il più alto numero di profughi siriani. «In Michigan, possiamo vedere di prima mano i problemi del programma per rifugiati», ha detto Trump ai suoi sostenitori durante il rally a Freedom Hill, un parco nella città di Sterling Heights. La sua dichiarazione era falsa: nello stato non si era verificato alcun problema. A dirla tutta, il Michigan aveva bisogno di nuovi residenti, perché, per gran parte dello scorso decennio, ha perso parte della sua popolazione. (lo stato ha perso un seggio al Congresso nel 2000, ed è probabile che ne perderà un altro entro il 2020). Ma non importava: con toni cupi, Trump metteva in guardia il suo pubblico contro il «gran numero di profughi mal controllati che entrano nel vostro stato senza che lo sappiate, senza che approviate o sosteniate questa decisione».

Nedal è nato a Dar’a, la città del sud della Siria in cui, ispirandosi alla Primavera Araba, sono scoppiate le prime proteste contro il Presidente Bashar al-Assad. «Guardavamo all’Egitto e ci dava speranza, capisci?» mi dice, in un inglese un po’ incerto, Nedal, che a quelle manifestazioni ha partecipato.

Prima che scoppiasse la guerra civile, Nedal – terza generazione di una famiglia di agricoltori – studiava ingegneria agraria all’università, e si era specializzato in apicoltura. Quando la violenza per le strade ha cominciato a farsi sempre più frequente, Nedal, sua moglie e la loro figlia appena nata, sono fuggiti a piedi verso il confine giordano. Lì, mi dice, «Ogni mese mi dicevo ‘Okay, questo è l’ultimo mese. Il mese prossimo torniamo in Siria… Okay, il prossimo mese. Il prossimo mese. Ero stanco. Non potevo studiare, non potevo lavorare. Era dura». Passavano tre anni. Nedal andava alle Nazioni Unite e chiedeva lo status di rifugiato, sperando di venire mandato in Europa, dove aveva amici e familiari, anche loro sfuggiti alla guerra. Ma, dopo una serie di controlli dei precedenti penali, veniva informato della decisione: lui e la sua famiglia sarebbero stati mandati negli Stati Uniti – per la precisione, in Michigan. Alla notizia, Nedal, che non ne aveva sentito parlare molto, googlava “Detroit”. Era un “Oh no!” immediato: Nedal ripensava a un suo amico, che era andato a New York, e gli aveva detto «Detroit? Ci sono grossi problemi lì. Più a Detroit che in Siria!».

Sull’aereo, Nedal e sua moglie avevano pianto. Avevano appena avuto un altro bambino, e adesso si trovavano in volo verso un paese nel quale non conoscevano nessuno. Ma, con l’aiuto di un gruppo luterano non-profit di nome “Samaritas”, erano riusciti a sistemarsi. Nedal lavora in una fabbrica che fa insegne per autolavaggi e stazioni di servizio, e insieme a sua moglie studia inglese a scuola. A Nedal, estroverso di natura, dà fastidio la sua lentezza nell’imparare la lingua, ma cerca comunque di allenare l’inglese parlando con gli sconosciuti al supermercato, o con altri genitori al parco giochi. Il suo “grande sogno”, dice, sarebbe di andare alla Michigan University – che ha un celebre corso di studi agrario – riprendere a studiare le api, e diventare un professore. “Ho molte idee sulle api,” mi dice.

La vita continua a non essere facile. Nedal sente la mancanza dei genitori, che rimangono intrappolati in Siria, anche se, al momento, Dar’a è più sicura di quanto non fosse all’inizio delle proteste. Di recente, però, suo cugino di diciassette anni è stato catturato e ucciso dall’ISIS. Era scomparso da mesi, e la sua famiglia ha scoperto la sua sorte via internet, su un sito che posta immagini delle vittime dell’ISIS. Nedal mi mostra, sul suo telefono, una foto del cugino: sembra presa da un annuario di un college americano. Poi fa scorrere le immagini: suo cugino in una tuta arancione, inginocchiato nel deserto; un uomo mascherato gli punta un fucile addosso. Scorre ancora le immagini: il corpo del cugino, steso a terra, insanguinato.

Quando entro in argomento Trump, Nedal inizia ad agitarsi, come se volesse togliersi un peso dallo stomaco. «Guarda, ascoltami! È un’ottima domanda. E importante. Quando ha cominciato a parlare dei musulmani, e dei siriani, mi sono spaventato. Ma poi ci ho pensato tanto. Trump non è tremendo come Bashar Assad. Non mi ucciderebbe. Non ucciderebbe i miei figli. Parla, certo. Questo non è un mio problema. La gente ha bisogno di lui. Tra quattro anni, potremo vedere come è andata. Forse migliorerà gli Stati Uniti. Non lo so. È un uomo d’affari, ed è intelligente. Forse troverà un buon lavoro per tutti. L’unica cosa è che vorrei che la gente, prima di dire che i musulmani o i siriani sono dei poco di buono, giudicasse il singolo [individuo]. Se quello non sembra a posto, okay. Non è a posto. Ma io non sono uguale a mio fratello. E mio fratello non è uguale a me. Quando vivevo in Giordania o in Siria, tutti i giovani guardavano all’America, sai? Vedevamo tutti queste comunità che vivevano insieme e non avevano problemi: musulmani, ebrei, cristiani, induisti. Tutti insieme. E dicevamo “Perché il mio paese non è come l’America?”.
Ma ora? Se gli Stati Uniti hanno lo stesso problema della Siria? Questo è un problema».

In molti hanno scritto del “mondo alla rovescia” scatenato dalla storia politica recente degli Stati Uniti. Per me, è stato uno di quei momenti: l’improvvisa, vertiginosa, consapevolezza che un profugo che è qui da sedici mesi capisca il significato della nostra nazione meglio del suo Presidente.

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