‘The Psychedelic Miracle’. È possibile guarire con le sostanze allucinogene? | Rolling Stone Italia
Home Rolling Affairs Reportage

‘The Psychedelic Miracle’: io mi curo con gli allucinogeni

Alcuni dottori stanno rischiando tutto per scoprire il potenziale medico di MDMA, ayahuasca e altre sostanze psicotrope per curare vittime di stupri, veterani di guerra o aiutare miliardari della Silicon Valley

Dr. X è un papà. Come – noiosamente – previsto, alle 16.37 di una giornata di festa sta accendendo un grill, pronto con un paio di pinze in una mano e una birra nell’altra. I suoi figli corrono attorno al patio della casa, che potrebbe essere davvero ovunque; Dr.X ha un curriculum impressionante, eppure è cresciuto in una città povera in un posto che potrebbe essere davvero ovunque. Come molti americani è cristiano. Come molti uomini attenti alla loro salute combatte il fisico da papà andando in palestra una o due volte a settimana, prima di iniziare la giornata nel suo studio medico.

Due ore prima, stavolta in maniera non proprio convenzionale, stava aiutando a camminare una donna nel suo giardino, la aiutava a smaltire una grossa dose di MDMA. È stato lui a somministrargliela, durante la mattinata, a drogarla fino a farla viaggiare fuori dalla sua mente.

Questa è la terapia della psichedelia assistita, una pratica non nuova ma sempre più popolare che consiste nell’amministrare sostanze psicotrope per trattare un grosso gruppo di problemi fisici, psicologici e psico-spiritali. Alcune persone barcollano fuori dalla stanza che Dr.X usa per questi “viaggi”, così sono chiamate informalmente queste sessioni. Alcuni devono restare lì per parecchie ore in più rispetto alle cinque inizialmente previste, per piangere o per aspettare di riconquistare un certo equilibrio emotivo, stesi sul lettino impegnati ad affrontare segreti, traumi, credenze e lutti sprofondati nel loro subconscio. La ragazza ha passato sette ore in cura, vedeva la sua tristezza uscire fuori dal suo corpo per entrare in una scatola di giada, scatola che la ragazza ha chiuso con un lucchetto dorato a forma di cuore e buttato nel mare. Lei vedeva il trattamento in maniera scettica e, secondo quanto mi ha detto Dr.X, dopo «era davvero arrabbiata che si trattasse di una roba illegale».

Il trattamento del Dr.X – una o due sessioni di MDMA, poi altri viaggi con funghi allucinogeni – è, senza nessun dubbio, illegale. L’MDMA è una sostanza Schedule I (ndt, Schedule I è una classificazione della DEA, una sorta di categorizzazione delle droghe), così come lo sono i funghi allucinogeni. La sua somministrazione potrebbe causare la sospensione della licenza medica, se non addirittura la sua revoca, insieme agli ovvi rischi per la libertà personale e per i suoi diritti da genitore. «Queste sostanze dovrebbero far parte della pratica medica, sono davvero parte di una cura medica», dice in sua difesa. La versione semplificata del concetto dietro al trattamento con MDMA, che causa intensa attività neurologica e il rilascio di dopamina e serotonina (che si crede possano causare il buon umore), è che elimina la paura, facendo sì che le persone possano interagire – e affrontare – con le parti più profonde della loro psiche. Le droghe psichedeliche, in generale, dovrebbero portare alla luce il lato osservazionale dell’ego, consentendo un nuovo sguardo sul proprio Io e sui propri ricordi, potenzialmente portando ad una comprensione più profonda e, infine, alla guarigione.

Dr. X è uno specialista in medicina interna e non ha nessun paziente che lo cerca per fare della psicoterapia. Ma più lavora con questo metodo, «più mi rendo conto che la coscienza è correlata alle malattie», dice. Ogni malattia. Narcolessia. Cataplessia. Il morbo di Crohn – un paziente, dopo essere stato sottoposto alla terapia psichedelica, ha ridotto del 30% i livelli di zucchero nel sangue. Persone con allergie alimentari hanno scoperto, grazie a questi viaggi, che si stavano attaccando da sole, internamente. «La coscienza è molto sottovalutata», dice il Dr.X. «La usiamo in ogni parte della nostra vita e ne stimiamo la parte intellettuale, ma neghiamo il suo valore emotivo e intuitivo. La terapia psichedelica «ha rinvigorito la mia passione e dedizione per la medicina. Penso che sia un’ottimo strumento per trovare benessere, quindi mi sento moralmente ed eticamente obbligato a esplorare questo spazio».

Al momento – dal punto di vista legale – siamo nel pieno di una sorta di rinascimento psichedelico. L’Università di New York, del New Mexico, di Zurigo, la John Hopkins, l’Università dell’Alabama e della California hanno tutte collaborato con l’Heffter Research Institute, istituto legato alla ricerca sulla psilocibina, per studiare questa sostanza che può farti smettere di fumare, combattere l’alcolismo, l’ansia da cancro terminale e la dipendenza da cocaina; l’Usona Institute fa ricerca sulle “medicine capaci di espandere la coscienza” presso l’Università del Wisconsin. Dal 2000 la Multidisciplinary Association for Psychedelic Studies (MAPS), una organizzazione no-profit a Santa Cruz, in California, sta sostenendo sperimentazioni cliniche che consistono nella somministrazione di MDMA a pazienti con PTSD, soprattutto veterani ma anche agenti di polizia, pompieri e civili. A novembre l’FDA ha approvato la Phase III di queste sperimentazioni cliniche – l’ultima prima che il tutto diventi medicalmente legale – per curare il PTSD con l’MDMA. Il MAPS, che ha investito 25 milioni di dollari per raggiungere questo risultato nel 2021, supporta anche la ricerca sull’ayahuasca (una sostanza estratta da alcune piante amazzoniche), LSD, marijuana e ibogaina, l’estratto farmaceutico della droga psicoattiva iboga, proveniente dall’Africa. L’organizzazione sta sostenendo anche uno studio, attualmente in corso al Medical Center dell’UCLA, per curare l’ansia legata all’autismo. Un altro studio, dove si è utilizzata l’MDMA per curare l’ansia di pazienti affetti da malattie mortali, si è appena concluso.

Due guide monitorano una sessione di psichedelia terapeutica durante uno studio clinico presso la Johns Hopkins University

«Se non pensassimo che queste sostanze siano molto importanti non saremmo qui a fare ricerca», dice il Dr. Jeffrey Guss, professore di psichiatria al Medical Center della NYU e ricercatore presso il NYU Psilocybin Cancer Project. «La loro validità è stata dimostrata da centinaia di anni di storia, venivano utilizzate in riti religiosi e sedute mediche. Il loro potenziale e l’importanza della loro esplorazione sono ovvi a chiunque».

I più ottimisti sostengono che, se tutto dovesse andare bene, tra 10 o 15 anni queste sostanze psichedeliche potranno essere somministrate legalmente al pubblico, non solo a chi è afflitto da alcune patologie specifiche. Nel frattempo, secondo l’executive director del MAPS, Rick Doblin, «ci sono centinaia di terapisti che vogliono lavorare con sostanze psichedeliche di livello I», come il Dr.X. Sono in Florida, Minnesota, New York, California, Colorado, North Carolina, Pennsylvania, New England, Lexington, Kentucky. «Centinaia in America», dice, ma «ce ne sono tantissimi sparsi in tutto il mondo».

Come in tutti i campi, la sperimentazione underground ha grosse variazioni in termini di qualità, metodo ed expertise. Alcuni sono veri dottori, come il Dr.X, altri terapisti, altri non hanno una preparazione molto convenzionale. Non usano tutti le stesse sostanze, e non tutti ne usano necessariamente solo una. Alcuni lavorano con l’MDMA, altri con l’ayahuasca, una sostanza diventata trendy che si beve in cerimonie di auto-esplorazione sparse per tutto il paese; altri somministrano 5-MeO-DMT, una sostanza estratta da una rana del deserto Sonoran, altri ancora l’iboga che, secondo le poche ricerche disponibili, sarebbe una delle cure più efficaci del mondo contro la dipendenza da oppiacei – nonostante possa provocare seri problemi cardiaci.

«La terapia psichedelica ha rinvigorito la mia passione per la medicina», ha detto un medico.

Questi terapisti underground sono divisi su quale medicina sia la migliore o la più adatta per una patologia o per un’altra. Ma su una cosa sono tutti d’accordo. «Le persone coinvolte stanno rischiando le loro carriere e la loro libertà per aiutare altri a raggiungere una certa libertà emotiva, sono tutti contrari al proibizionismo», dice Doblin. «Il solo fatto che queste persone siano disponibili a sviluppare queste terapie, nonostante il rischio personale, dice molto su quello che pensano del potenziale di queste droghe per aiutare la psicoterapia».

Ci sono limitazioni. Le droghe psichedeliche non sono per tutti. Non sono neanche totalmente risk-free. Nessun ricercatore, che sia underground o meno, dimentica di specificare che alcune situazioni cliniche rendono impossibile la somministrazione e che, nonostante i rischi non si avvicinino minimamente a quelli descritti nella mitologia della drug-war, si possono comunque presentare problemi seri. La tossicità della codeina causa migliaia di morti all’anno. La psilocibina qualcosa in meno. Alcuni studi hanno dimostrato i danni cerebrali di chi fa uso cronico di ecstasy, nonostante nel 2010 un ricercatore di Harvard non sia riuscito a riscontrare danni cognitivi su un largo gruppo di mormoni che ne faceva uso – la Chiesa non l’aveva ancora vietata. Studi dedicati al dosaggio dell’MDMA non hanno rilevato prove di neurotossicità o di danni permanenti nei recettori della serotonina. L’LSD non rimane nel tuo corpo per sempre (ci rimane per qualche ora). Ma persone fatte di ecstasy sono morte di infarto, hanno bevuto troppo o troppa poca acqua durante un rave; si sono verificate aggressioni e anche un omicidio durante cerimonie con l’ayahuasca in Perù, paese dove il turismo è esploso proprio in seguito alla neonata popolarità della sostanza. La preoccupazione più comune, quella legata a “perdere il controllo” durante un brutto trip, non si è ancora realizzata in nessuno di questi studi clinici – nonostante alcuni soggetti abbiano avuto viaggi negativi. Il Dr. Charles Grob, professore di Psichiatria e Scienza Comportamentale all’UCLA, ha condotto alcuni studi con MDMA, ayahuasca e psilocibina, sostiene che queste esperienze negative siano gestibili da chi ha esperienza e la giusta preparazione. «Questa è medicina seria, con la M maiuscola», dice, «e se non stai attento, se non ricordi le basi, potresti vivere esperienze davvero difficili».

Dr. Michael Mithoefer, uno psichiatra, e sua moglie, Ann, un infermiere psichiatrico, stanno conducendo uno studio sull’uso di MDMA come trattamento per il DPTS

Anche nella migliore delle situazioni, però, il processo catalizzato dalla terapia psichedelica può spesso essere doloroso. «Non è che la gente si sente illuminata e istantaneamente sta meglio», dice il Dr. Michael Mithoefer, esperto a capo degli studi sull’MDMA a Charleston, in South Calorina. «Diciamo che rende il processo di cura possibile, non semplice». Quando prendi 125mg di MDMA purissima, abbastanza da paralizzarti, e qualcuno ti invita a gettare uno sguardo sul tuo Io più profondo, «è davvero destabilizzante», dice Dr.X. Ma lo è volontariamente. «Ti apri», aggiunge. «A volte la medicina può stabilizzare una situazione difficile. A volte tira fuori la vera follia, così che le persone la possano affrontare. Alcune persone si sentono rinvigorite, pronte a tornare alle loro vite, altre si sentono esauste, spente, frammentate. Alcuni mi hanno detto “questa cosa ha disintegrato tutto quello che pensavo di essere”».

Al di là dei limiti e delle sfide, i risultati raccolti rendono i ricercatori piuttosto ottimisti verso il potenziale curativo delle droghe psichedeliche. Se hanno ragione, la legalizzazione medica potrebbe ridurre il deficit delle opzioni di cura disponibili a chi soffre di trauma, depressione, ansia e dipendenza da sostanze, milioni di americani e di persone in tutto il mondo. «Se facciamo un passo in avanti e ci rendiamo conto che queste sostanze devono essere utilizzate solo in condizioni ottimali», dice Grob, «allora l’impatto a livello individuale, familiare e collettivo sarà positivo». In studi clinici come il suo è molto comune che i soggetti indichino la terapia psichedelica come una delle esperienze più importanti della loro vita, un po’ come la nascita di un figlio.

In realtà abbiamo già vissuto situazioni simili: tra gli anni ’50 e i ’70 sono stati pubblicati più di 1.000 studi sulle droghe psichedeliche, somministrate in oltre 40.000 casi per curare di tutto, dalla dipendenza al DPTS, dall’autismo ai disordini antisociali. Nonostante i risultati incoraggianti, secondo Grob, «l’entusiasmo e la mancanza d’inibizione degli anni ’60» hanno contribuito alla proibizione di molte sostanze psichedeliche, impedendo la ricerca per decadi. Ora, invece, sia la ricerca underground che quella ufficiale stanno guadagnando spazio. Molti studi positivi sono stati pubblicati; molti pazienti e molti dottori li leggono; molte storie di successo si diffondono con il passaparola. «Il segreto è alla portata di tutti», dice Grob, e, forse a causa dell’aumento di depressione e dei tassi di suicidio, la domanda è in forte aumento. I ricercatori della NYU, UCLA e John Hopkins specificano sempre che non possono, né vogliono, lavorare con gli studiosi underground, ma alcuni ammirano la loro forza di volontà, la loro capacità di agire contro la legge guidati solo dalla convinzione che guarire le persone sia troppo importante. «Da questo punto di vista, li rispetto molto», dice il ricercatore della NYU Guss. «Davvero. Sono un membro della casta. In un certo senso siamo isolati da tutta la conoscenza che si diffonde nella comunità underground». Questa esperienza vasta e disorganizzata contiene dettagli sul potenziale di queste medicine, sulle sfide e sui problemi – dettagli su tutto quello che può fare davvero alla vita di una persona il consumo di droga psichedelica. «Sono molto ansioso di capire», dice Guss, «quello che questi specialisti underground possono insegnarci».

Ho sentito parlare per la prima volta di terapia psichedelica quando, anni fa, un dottore mi ha detto che la mia vagina soffriva di depressione. Avevo deciso di fare un esame pelvico, sentivo che qualcosa non andava; durante il secondo appuntamento, di fronte ai risultati negativi delle analisi e dopo aver risposto a centinaia di domande sul trattamento per DPTS che stavo subendo, domande legate a minacce sessuali e violenza sessuale che avevo subito, la dottoressa mi ha detto che i miei genitali erano fottutamente giù di morale.

Questo è successo a San Francisco, in un periodo in cui facevo molto yoga; persino io ero sconvolta dall’idea che i miei genitali potessero avere un disordine emotivo. Ma ero incuriosita, la dottoressa mi aveva indicato un terapista che poteva guarire anni di traumi in una sessione di cinque ore, a patto che io conoscessi la parola segreta. La dottoressa mi ha dato il numero di questo terapista, un terapista che lavorava con l’MDMA.

Non ho mai chiamato. Ho traslocato. Anni dopo ero in vacanza sulla costa, mio marito era fuori a correre e per un momento ho contemplato la possibilità di togliermi la vita. L’ho pensato sul serio. In macchina, in giro per una commissione, ho pensato di premere l’acceleratore e gettarmi nel blu brillante del Pacifico.

«Possiamo guidare la nostra evoluzione intellettuale usando le droghe psichedeliche come se fossero strumenti di auto-hacking», dice un magnate della Silicon Valley

Si, tutto questo non è una novità per me: il DPTS, il conseguente serio problema di depressione, pensieri suicidi. Nei miei documenti sanitari sono definita come disabile permanente, ma in realtà all’epoca stavo molto meglio – lavoravo, andavo al karaoke, avevo una mia vita. Certo, sono capitati passi indietro e grossi episodi, ma anche se i miei “problemi” non erano esattamente risolti, ero comunque in una fase positiva grazie ad anni di terapia costante. Purtroppo, la notte prima del mio giro in macchina, avevo iniziato a urlare in un ristorante, mi sentivo fuori controllo e incapace di smettere di fare una scenata. Adesso, spostata la macchina lontano dalla scogliera e tornata in hotel, mi ritrovo a urlare dentro i cuscini del letto. Ho chiamato una terapista del luogo e le ho chiesto un appuntamento d’emergenza. Mentre ero stesa in posizione fetale nel suo ufficio mi sono chiesta ad alta voce se dovessi provare la terapia con l’MDMA.

Stranamente (o magicamente, come sarebbe stato ovvio più avanti), la dottoressa aveva il numero di un altro terapista che lavorava con le droghe psichedeliche.

La donna, poi, mi ha raccontato di aver avuto un cliente, con cui lavorava da anni, che aveva fatto un viaggio. Il cambiamento nella sofferenza di quel paziente, mi ha detto, è stato incredibile, come passare dal giorno alla notte. Ho chiamato il numero e ho parlato con una donna che mi ha subito chiesto un incontro faccia a faccia, durante il quale mi ha spiegato che le mie sofferenze sono uno dei motivi per cui l’MDMA doveva diventare disponibile a tutti il prima possibile. La donna mi ha detto, fregandosene di esagerare le mie aspettative, che mi avrebbe aiutato moltissimo – le poche ore passate con lei mi sarebbero servite di più di tutti gli anni di terapia fatti fino a quel momento.

Dopo un secondo incontro, un lunedì mattina mi sono presentata sul posto, nervosa, eccitata e disperata, a stomaco vuoto (come richiesto) in una stanza affascinante, il divano da una parte e il lettino dall’altra. Dopo aver fatto una sorta di preghiera ho ingerito la capsula trasparente di polvere bianca, poi la terapista si è allontanata sul patio e mi ha lasciato il mio spazio. Mi è stato detto che il viaggio psichedelico inizia all’improvviso, quando decidi che deve iniziare, e stavo davvero soffrendo prima che il viaggio iniziasse. Aspettare l’effetto della medicina non è stato facile.

Un intruglio allucinogeno di ayahuasca, una pianta amazzonica sempre più popolare

Il Viaggio. 9,35 del mattino.

Sono piena di dolore, gratitudine e terrore. Sono stata in grande attesa, extra-intoccabile, da quando ho fissato questo appuntamento. Il mio corpo dev’essere teso e intrecciato, si prepara a lasciarsi andare… Alle 9,55 è comparso il dubbio. Sulla mancanza di senso, di scopo, sulla futilità di tutto questo. Un momento fa avevo visioni di secchi di lacrime viola. Adesso sono tipo andiamo a leggere il giornale e bere del the da qualche parte.

Questo è successo quando la terapista, che era tornata in sala, mi ha detto che ero più fatta di quanto pensassi e che sarebbe stato il caso di stendermi e lasciarmi andare.

Non mi aspettavo il trip, o i viaggi nel tempo. Ma ho visto i film della mia vita, ho visitato le persone importanti. La terapista ha messo su un disco di chitarre scampanellanti, musica che prima sembrava sfigata, poi la composizione più bella e dinamica che avessi mai sentito. Tutto questo per l’ecstasy. Ho respirato a fondo, gli occhi chiusi e una mano sul torace. Mi ha detto che il nostro lavoro è quello di fidarci della mia intuizione. Sono tornata ai momenti in cui è iniziato il mio DPTS. Ho visitato una stanza nera, abbandonata, e lo straniero che mi aggrediva. Ho guardato la scena – nella realtà ero riuscita a scappare fisicamente integra – e ho visto un finale alternativo. Non venivo stuprata, come pensavo sarebbe successo nelle mie paure. Lo straniero, invece, ha fatto un passo avanti e mi ha messo le mani al collo, strangolandomi.

La scena si è ripetuta diverse volte. Mi sono vista strangolata, più volte. Finalmente riuscivo a vedere. Questo non è un problema legato a un tentativo di stupro, come ho pensato per anni, in terapia. Il problema era legato al fatto di aver subito un tentato omicidio.

Nelle settimane successive al viaggio, ogni volta che incontravo un uomo una voce dentro di me mi diceva: «Questo tizio non vuole ucciderti! Sul marciapiede di una grande città, quel tizio non vuole ucciderti, e quell’altro tizio non vuole ucciderti». Se mi fossi resa conto che pensavo volessero farlo davvero non sarei più uscita di casa. Per questo ero sempre esausta. Dopo il viaggio mi sono ritrovata a camminare per strada con una nuova energia, selvaggia. Riuscivo a vedere, finalmente, il vero terrore di quel momento, la mia paura di essere strangolata, una cosa terribile ma non così tanto perché, diciamocelo, il motivo era l’ecstasy. Appena mi sono resa conto di tutto questo, quel momento ha perso la sua silenziosa presa regolatrice sulla mia vita.

Per alcune persone il viaggio con l’MDMA finisce dopo alcune ore. Si alzano e iniziano a parlare. Bevono acqua e mangiano lo snack che gli viene consegnato, parlano per un po’ mentre la medicina esaurisce i suoi effetti. Poi se ne vanno.

Dal mio viaggio mi hanno dovuta far uscire a forza. Forse a causa di una variabile genetica che rende le persone più sensibili all’MDMA o forse perchè sono una “persona molto intensa”, intorno alle 2 del pomeriggio la terapista mi ha dovuto scuotere; era il momento di prepararsi e andare via – mio marito doveva venirmi a prendere e la terapista aveva un altro paziente. Quando sono uscita, più o meno dopo mezz’ora, ero allegra e in grado di comunicare, ma ancora dentro il trip. Mio marito, totalmente in confusione su come gestirmi, mi ha portato in un hotel della zona. Più tardi abbiamo tentato la via del ristorante. Balbettavo, all’inizio in maniera piacevole ma, circa otto ore dopo l’inizio del mio viaggio, tutto è diventato nero e oscuro. Ho immediatamente chiamato la terapista e le ho chiesto se i suoi altri pazienti, dopo i viaggi, sentissero il bisogno di bruciare immediatamente ogni singola cosa della loro vita; lei mi ha risposto no, in realtà no, quello che doveva fare era “niente, e molto lentamente”.

Negli studi clinici su MDMA e DPTS il protocollo richiede che i pazienti rimangano sotto osservazione per una nottata. Le sedute – generalmente tre, una ogni mese – durano 8 ore, perché è lungo il periodo in cui emergono le situazioni più complesse, soprattutto per pazienti con una storia di dissociazione, distaccamento dalla realtà – gente come me. La terapista che mi ha somministrato l’MDMA, una persona abituata da tempo a questo tipo di viaggi, non aveva mai lavorato con una persona così, ma per quelli come me, almeno secondo i ricercatori, non è insolito che il viaggio diventi doloroso dopo tante ore quante ne erano passate dalla seduta alla mia cena al ristorante.

Io di tutto questo non sapevo niente.

Quella notte sono andata a correre, sono scappata dall’hotel fino all’oscurità delle campagne circostanti, sola. Ero convinta che ogni cosa, ogni evento della mia vita fosse un errore. Ero sprofondata nel panico. Non sapevo cosa fare di me stessa a parte una cosa, un messaggio che continuava a tintinnare nella mia testa. Il messaggio era: DEVI. DIVORZIARE.


Un ricercatore sintetizza MDMA in un laboratorio a Boulder, Colorado. «È un agente destabilizzante», dice un medico. «Ma riesce ad aprirci»

«Questa è una cosa difficile da gestire se hai una vita: un’azienda, una casa, una moglie», spiega al telefono il Dr.Y ad un paziente. Il dottore, un uomo che sembra più giovane rispetto alla sua vera età, passeggia mentre parla con il paziente, probabilmente molto distante, un uomo che ha iniziato la terapia dopo aver abbandonato la sua relazione, il suo lavoro e la sua città – tre degli eventi più traumatici in assoluto, secondo gli psicologi. Il Dr.Y è uno psichiatra e può prescrivere medicine, ma nell’ultima seduta, la terza, ha chiesto al paziente se, dopo aver letto tutta la letteratura che gli aveva consigliato, si sentisse aperto alla sperimentazione con l’ayahuasca. Voleva essere sicuro che l’uomo fosse seriamente consapevole del processo di “integrazione”, un termine meno gentile di “recuperare le macerie provocate dalle nostre mine antiuomo interiori”. La metà dei pazienti del dottore hanno vissuto cambiamenti profondi dopo l’esperienza con l’ayahuasca. «Circa un quarto, invece – mi dice – considera la possibilità di divorziare».

Secondo il dottore il 90% dei suoi pazienti è adatto all’uso dell’ayahuasca. Il rimanente 10% è rappresentato da persone con psicosi, manie e disordini della personalità, generalmente chi non ha la forza necessaria all’integrazione, o chi non è pronto ad affrontare i sintomi dovuti al necessario abbandono degli antidepressivi. Questo è un requisito fondamentale per la maggior parte dei praticanti: come l’MDMA e la psilocibina, l’ayahuasca aumenta il livello di serotonina del corpo, e se somministrato insieme ad alcune medicine presenta seri rischi di avvelenamento. Il Dr.Y crede che il paziente sia abbastanza forte da affrontare queste sfide, e quelle psicologiche, e il paziente è d’accordo, come dice al telefono dopo qualche momento di esitazione («Sai – dice – una volta che tiri fuori certe cose non si torna indietro, non puoi non vedere o non sentire quello che hai visto e sentito”». Il dottore gli invierà dei contatti, gente affidabile per trovare la sostanza nella città del paziente. «Un processo di tre nottate di fila è meglio che uno di due, e due è sicuramente meglio che una sola», gli dice. La prima notte bevi l’ayahuasca e cerca di essere aperto; la notte successiva affonda dentro te stesso. Strati di autocoscienza. L’anima è una sorta di cipolla. A volte togliere gli strati con l’ayahuasca può significare avere esperienza della propria morte. Il Dr.Y dà al paziente ulteriori istruzioni per il mese precedente al suo viaggio: niente droghe, niente alcool, niente sesso. Non leggere i giornali, non guardare TV violenta; riduci lo stress, medita, trova quiete. E, nella settimana finale, niente carne, spezie o cibi fermentati. «Più pulito ti immergi», dice all’uomo il Dr.Y, «più la cerimonia ha effetto». Qualsiasi cosa accada, durante e dopo, il dottore sarà a sua disposizione.

Ci sono controindicazioni per chi fa queste cose in stile underground. A parte l’ovvio pericolo di arresto, sono molti i rischi per chi fa terapia psichedelica illegalmente. Si possono incontrare difficoltà nel recuperare un prodotto pulito: il MAPS ha contribuito a un programma di testing dell’MDMA, e la metà delle pillole controllate non contenevano affatto la sostanza; ci sono state testimonianze di sciamani che hanno aggiunto all’ayahuasca una pianta allucinogena per potenziare il trip. Il paziente, inoltre, è svantaggiato anche dall’ignoranza attorno a come dovrebbe essere il supporto prima e dopo la terapia. Una volta all’anno, in una location variabile, si tiene una conferenza segreta dove si riuniscono tra i 50 e i 100 terapisti underground. «Condividiamo informazioni, la gente impara cose nuove», dice chi ci è andato più volte. Un altro ricorda conferenze sulle dosi da somministrare, su come capire se un paziente ha disordini della personalità – che molti non credono compatibili con le droghe psichedeliche – e sul differente impatto della musica sulle sedute. Ma a queste conferenze vanno solo poche persone, e il materiale prodotto non può essere pubblicato.

“Si tratta davvero dell’opzione migliore per combattere la crisi dei suicidi dei veterani,” dice un marine che ha provato la terapia con l’MDMA

In più, quasi nessuno dei pazienti underground riceve l’attenzione che il Dr.Y ha riservato al suo. Alcuni non sanno cosa fare prima o dopo, non possono permettersi di pagare la preparazione, altri non sanno come trovare il prodotto giusto; alcuni rischiano di doversi prendere la prima cosa che gli capita tra le mani, è comunque difficile trovare spacciatori affidabili. Un dottore che in passato ha somministrato sostanze psichedeliche (non vuole dirmi quali) per curare la depressione e l’ansia (quando gli ho detto che non avrei usato il suo vero nome – come i supereroi – ha chiesto di poter essere chiamato Dr. Batman) ha smesso di farlo a causa dei rischi per la sua professione, ma in alcuni casi estremi consiglia l’uso dell’ibogaina. «Conosco parecchie persone che la smerciano», dice. «Ma mi fido solo di due. Diciamo due su dieci. Si tratta di infermiere, gente che sa come gestire un’emergenza». Al di là di tutto questo c’è “un’intera subcultura” di terapisti amatoriali, dice il Dr. Batman. «Si tratta di un movimento di drogati che aiutano altri drogati. Non penso che sia una grande idea».

Sarebbe meglio, secondo il Dr. Batman, che la gente si sottoponesse al trattamento con l’iboga in una clinica fuori dal paese. Secondo le statistiche fornite da un posto simile, in Messico, un paziente su dieci ha bisogno di attenzione medica, uno su cento di un serio intervento e, anche in una situazione semi-ospedaliera, alcuni perdono comunque la vita. Non tutti, però, si possono permettere di prendere un aereo per provare il miglior trattamento possibile. «Per me è difficile trovare qualcuno di adatto nell’ambiente underground», dice il Dr.Batman. A volte, però, la sua preoccupazione che uno dei suoi pazienti si possa unire ai cento americani che muoiono ogni anno di overdose di oppiacei sconfigge le sue esitazioni.

Anche per sostanze più sicure come l’MDMA e la psilocibina, dice il Dr.X, «il fatto che dobbiamo fare questo nascondino, facendo venire e andar via i pazienti rispetto ad un trattamento più ospedaliero dove i pazienti possono rimanere sotto controllo più a lungo rende la situazione tutto meno che ideale».

Le persone che ritengono di aver bisogno di questa terapia psichedelica sono disposte ad affrontare tutti i rischi. Nigel McCourry, un 35enne veterano dell’Iraq che ha partecipato ad uno studio del MAPS sulla somministrazione di MDMA, si è sentito così trasformato dal trattamento da volerlo proporre ad un suo collega. «Con lui ho condiviso parecchie battaglie – dice – ha bisogno di aiuto». Dopo parecchie ricerche e un viaggio interstatale ha trovato un terapista underground, sconosciuto a entrambi. McCurry sapeva quanto il processo sarebbe stato complicato: per un anno dopo l’inizio della sua terapia, mi ha detto, «Era davvero assurdo. Avevo tutte queste emozioni che affioravano dal nulla. Mi mettevo a piangere in situazioni casuali. Mi sono dovuto concedere davvero molto spazio per far uscire tutte quelle cose. Mi veniva da piangere e non sapevo perché. Davvero una cosa intensa».


Un ricercatori prepara alcune dosi di MDMA per l’uso in sedute di psicoterapia sperimentali

Mentre era un paziente della sperimentazione clinica, McCourry ha dovuto fare tre sedute preparatorie di 90 minuti prima di prendere la sostanza, un’altra seduta di integrazione la mattina successiva, una telefonata al giorno per tutta la settimana successiva e una ulteriore seduta di 90 minuti dopo ognuno dei tre viaggi. Il suo amico non aveva né il denaro né l’opportunità per ottenere questo tipo di supporto. Ha deciso provare il viaggio comunque. Nella loro unità militare, i 2/2 Warlords, «i ragazzi si suicidano continuamente» dice McCourry. «Penso che la terapia sia la nostra opzione migliore per risolvere la crisi dei suicidi dei veterani».

Elizabeth Bast, un’artista 41enne, ha sentito di non avere altre opzioni a parte la droga psichedelica quando il marito, Joaquin Lamar Hailey (conosciuto dai più con il suo nome da street artist, Chor Boogie), è caduto di nuovo nella dipendenza da eroina, dipendenza che pensavano potesse ucciderlo. L’artista è andato in Costa Rica per prendere l’iboga in un centro di cura. Quando ha sentito la necessità di farsi di nuovo i due si sono rivolti a uno spacciatore locale, negli Stati Uniti. «L’Iboga è stata fondamentale», dice la Bast. «Gli ha salvato la vita». La coppia ha iniziato a organizzare e facilitare trip per tossicodipendenti di altri stati (la sostanza è illegale in quasi una dozzina). Ma ci sono tante persone che non possono aiutare. Da quando ha scritto il suo libro sull’esperienza, la Blast ha ricevuto richieste ogni giorno: «”Mio fratello sta morendo, non riesco a lasciare il paese”. Saremmo felici di aiutare queste persone. Ma è troppo rischioso».

Anche la legalizzazione medica delle droghe psichedeliche presenta i suoi rischi. Nella comunità underground si borbotta che potrebbe essere necessario introdurre troppi requisiti per amministrare la sostanza, per farne uso e in che modo; alcuni temono possa diventare una cosa per le multinazionali, altri che la qualità del prodotto possa calare. Già adesso, negli stati dove si somministrano le sostanze legalmente: «Ci sono posti dove viene fatto in maniera molto poco professionale», dice Ben De Loenen, executive director dell’International Center for Ethnobotanical Education Research and Service (ICEERS), un posto che fornisce risorse e aiuto per chi fa uso o vorrebbe fare uso di ayahuasca e iboga. Grob ha ricevuto telefonate da pazienti che si sono sentiti in ansia per mesi dopo una terapia psichedelica, secondo lui a causa della cattiva preparazione, sia del paziente che del prodotto. Ci sono dubbi anche relativamente alla sostenibilità ecologica dell’operazione. La deforestazione dell’Amazzonia e la crescente popolarità dell’ayahuasca hanno portato gli sciamani ad avventurarsi nelle profondità della giungla per trovare le piante giuste. Lo stesso si può dire per il 5-MeO-DMT, conosciuto come “la Rana” a causa della sua origine, un liquido – che va fumato, ingoiarlo può uccidere – proveniente dalle sacche di veleno di un anfibio, una sostanza che ha causato incidenti in riserve naturali. Alcuni gruppi di persone si sono avventurati alla ricerca di queste rane lasciandosi dietro una scia di birre vuote e spazzatura. Se queste sostanze diventassero legali e a disposizione di tutti, chissà se resteranno disponibili in natura a lungo.

Guss, il ricercatore della NYU, immagina un futuro dove la terapia psichedelica sia riservata a professionisti di alto livello, un ramo di ricerca che sia importante per la comunità scientifica. Per ora, però, ci sono l’underground, alcuni paesi in via di sviluppo e Internet. L’ICEERS offre vari suggerimenti per la pratica, oltre che supporto terapeutico gratuito per chi subisce crisi dopo o durante le cerimonie. Il MAPS ha pubblicato sul suo sito un manuale su come prendere l’MDMA, scaricabile gratuitamente da tutti.

«Pubblicare informazioni su come si fa la terapia è il miglior contributo possibile alla sicurezza», dice Doblin. Nel Deep Web è pieno di spacciatori di iboga e ibogaina. Ci sono migliaia di persone in lista d’attesa per l’ultimo studio clinico del MAPS. «La gente è disperata», dice Doblin. «La gente fa questa roba».

Personalmente, la mia fase di integrazione post-MDMA è stata brutale. La mia situazione, quella notte, non è migliorata neanche dopo essere tornata in hotel. Non riuscivo a dormire, stesa accanto a mio marito ho usato tutte le mie forze per non dirgli che volevo andarmene per sempre; neanche mio marito è riuscito a dormire granchè, spaventato dalla mia agitazione. Per settimane ci siamo ritrovati sul pavimento, o a letto, a piangere. Non riuscivo a dirgli se volevo ancora essere sposata con lui; non sapevo neanche quale fosse la mia personalità (divertente? ero divertente? ma lo ero davvero o stavo solo recitando?) o la mia sessualità, magari non ero bisessuale, magari ero solo gay. Il mio umore oscillava dall’estrema gentilezza e ottimismo fino alla disperazione e alla confusione più spiazzante. Ho passato delle ore, un giorno, indulgendo in una fantasia molto specifica: volevo riempire una vasca di acqua bollente, mandare giù la bottiglia di Ativan che conservavo dal giorno della mia prima diagnosi, e tagliarmi le braccia, dai gomiti ai polsi. Più tardi, in un momento decisamente diverso, ho visto il mio Journey Journal e ho capito che stavo attivamente organizzando il mio suicidio; se qualcuno avesse portato il notebook alla polizia, questi avrebbero potuto anche trattenermi contro la mia volontà.

La mia terapista dell’MDMA mi ha consigliato sin da subito di fare più di un viaggio. La prossima volta, mi ha detto durante una delle numerose sedute di integrazione, sarei rimasta tutta la notte. Ero d’accordo, un altro viaggio era da fare, ma avevo parlato con qualcuno che mi aveva consigliato un terapista underground con uno stile diverso che mi aveva fatto una buona impressione. Dopo tre mesi dal mio primo viaggio, ho bevuto l’ayahuasca in una stanza buia con altre tre persone, preoccupata dalla schizofrenia che affligge la mia famiglia e di cui avevo discusso con loro prima.

Durante la prima notte delle due previste per la cerimonia, mentre ero seduta sul nido che avevamo costruito con materassini da yoga e sacchi a pelo, mi sentivo davvero nervosa. Ma meno della volta precedente. Dopo aver bevuto un po’ di quel liquido così denso mi sono stesa. Dopo i primi scintillii e le prime stelle dietro le orecchie, mentre i facilitatori cantavano – melodie antiche che dicono provengano dalle piante – ho avuto una visione di me stessa all’età di cinque anni. Sentivo che era successo qualcosa di negativo, ma non capivo cosa; non mi piaceva la direzione che stava prendendo la cosa; pensavo fosse una stronzata. La visione si è fermata. Al suo posto ho provato una rabbia soffocante, una rabbia che mi ha fatto pensare per cinque ore solo ad una cosa: volevo prendere la macchina, guidare via e augurare la morte a tutti questi stronzi qui nella stanza.

La notte successiva, dopo aver passato una giornata difficile, la visione è tornata di fronte ai miei occhi, la me stessa di cinque anni – questa volta arrabbiata. Non mi voleva parlare, non riuscivo a farla parlare. Sapevo che dovevo interagire con lei, e con il passare del tempo ho capito di odiare me stessa, che il mio odio per me stessa era il mio amico più fedele e che non sarebbe mai sparito finchè non fossi riuscita a capire quanto questo in realtà mi abbia sempre protetto; quando è successo, ed è successo, gli ho concesso un funerale vichingo, sempre nella visione, e mi sono ritrovata a piangere come non ho mai pianto in vita mia. Poi mi sono confrontata con la vergogna. Mi sembrava che la vergogna fosse opera della me di cinque anni, non della me di adesso, ma ho capito che non era importante e ho cercato di rincuorarla: sono io il diavolo di adulto qui, e sto per risolvere questa storia. C’è stata sofferenza, lutto e dolore e nausea. Ho vomitato, due volte, quantità assurde di liquido nero, e l’ho fatto con così tanta forza che mi è rimbalzato sul viso.

Poco lontano da me, una donna, recentemente vittima di un incidente stradale che l’ha costretta per qualche tempo sulla sedia a rotelle, restava silenziosa e perfettamente distesa; accanto a lei un altro partecipante stava vivendo di nuovo la notte in cui il padre si tolse la vita. Nella visione, come nella vita vera, l’uomo era incapace di fermarlo. Questa volta, però, quando l’uomo ha scoperto il corpo e ha tagliato la corda che teneva il cappio, non è crollato sotto il peso del cadavere come da bambino. Questa volta aveva la forza di un adulto, ed è riuscito a sorreggere quel peso. Nonostante il senso di orrore e fallimento, le chiamate alla polizia e le urla della madre, è riuscito a sorreggerlo per davvero tanto tempo.

A Boulder, un ricercatore prepara MDMA per uno studio clinico sponsorizzato dal MAPS

A novembre, i risultati di due grossi studi hanno dimostrato che la maggior parte dei malati di cancro a cui è stata somministrata una dose di psilocibina hanno provato grandi benefici, soprattutto relativamente ai loro problemi di ansia e depressione. A febbraio, un paper nel Journal of Psychopharmacology ha mostrato che «l’esperienza con le droghe psichedeliche comporta la diminuzione dei rischi di abuso di oppiacei e dipendenza». Vari paper del mondo della medicina suggeriscono come l’ayahuasca possa curare le dipendenze, l’ansia e la depressione, cambiare la struttura del cervello e la personalità. Per quanto riguarda gli studi sulla somministrazione dell’MDMA sui malati di DPTS, nessuno dei partecipanti non ha avuto benefici, più dell’80% si sente abbastanza guarito da non sentirsi più afflitto da qualcosa definibile come DPTS. Le stime sull’efficacia degli altri trattamenti per lo stesso problema variano tra il 50 e il 70%. Il numero è naturalmente contestabile ma, «anche se fosse solo il 25%», dice Mithoefer, lead clinician degli studi a Charleston, «si tratta comunque di milioni di persone ogni anno, solo negli Stati Uniti». Tutti quelli che hanno partecipato agli studi avevano già provato cure mediche e psicoterapia, alcuni entrambe; inoltre, soffrivano di DPTS da circa 19 anni.

«Ma la decisione di procedere verso la legalizzazione medica non è basata sulla scienza», ricorda Guss. «Si tratta di una scelta del governo. Noi potremmo anche essere capaci di provare la sicurezza e l’efficacia della sostanza. Ma ci sono comunque ragioni governative che impediscono la medicalizzazione».

L’uso di droghe psichedeliche è stato avversato dalle autorità per secoli, sia in Europa che in America. Secondo quanto pensano alcuni, questo è causato dalla paura che l’uso di queste sostanze possa fomentare una qualche rivolta sociale. Un modo di pensare simile a quello degli anni ‘6, anche se ora, però, sappiamo molto di più sulle droghe e su come ottimizzarle. «Non avevamo tutte le informazioni che abbiamo adesso», dice il Dr. Dan Engle, uno psichiatra che fa da consulente per healing centers sparsi in tutto il mondo. «Non avevamo, inoltre, tutti gli strumenti di salvaguardia che abbiamo adesso». «Un rinascimento psichedelico potrebbe essere la pietra angolare della cura psichiatrica moderna», aggiunge il medico. «Oggi, grazie al brain imaging, i ricercatori possono osservare come la psilocibina migliori le connessioni cerebrali rispetto al normale. Anche il cross-regional firing migliora. Questo è quello che succede al cervello sotto l’effetto di queste ‘droghe’ che abbiamo usato per centinaia, se non migliaia, di anni».

Questa visione ha reso le droghe psichedeliche davvero popolari nella Silicon Valley, dove il desiderio di autocoscienza incrocia il lusso di potersela permettere. La California, dove il chimico nato a Berkley, Alexander ‘Sasha’ Shulgin ha sintetizzato e distribuito MDMA per decenni prima che fosse proibita, è da sempre in prima linea in questo genere di movimenti. Oggi, secondo le stime di Doblin, il 40% dei terapisti underground è per la legalizzazione medica. L’anno scorso Chris Colin, giornalista del California Sunday Magazine, ha scritto un profilo della Entrepreneurs Awakening (EA), una compagnia che organizza soggiorni in Perù a base di ayahuasca per CEO di startup e di aziende hi-tech. I clienti, dice il proprietario Michael Costuros, «sono gente di alto livello, di enorme successo, che usa la sostanza per raggiungere risultati sempre migliori».

«Queste cose sono davvero potenti», dice Eric Weinstein, managing director per Thiel Capital, gruppo di investimento di San Francisco proprietà di Peter Thiel, «possono incidere su livelli comportamentali profondi, mostrare alla gente cose che possono cambiare o fare diversamente. Il cervello probabilmente stava già giocando con queste idee, magari nel subconscio. Tutta questa famiglia di sostanze è straordinaria, si tratta di cose profonde, inaspettatamente costruttive e sorprendentemente sicure. La maggior parte delle persone che ne fa uso riesce a scoprire stili cognitivi che non pensavano esistessero». Weinstein sta considerando seriamente la possibilità di produrre una serie di pubblicità-progresso intitolata Questo è il tuo cervello con la droga, pubblicità dove lui, un matematico e fisico, e altri luminari della Silicon Valley si espongono a favore «di un’evoluzione intellettuale raggiungibile attraverso l’uso di droghe psichedeliche e strumenti di autocoscienza».

Anche per questi super-cervelli, però, le sostanze psichedeliche possono fare di più che ottimizzare le prestazioni. Secondo Costuros, infatti, ti possono rendere una persona migliore: «La maggior parte dei CEO diventa più socievole, più centrata sugli altri». Se l’amministrazione controllata e integrata delle droghe psichedeliche continuasse, «non vedremo più imprenditori come Donald Trump, gente che mira solo al guadagno». Dopo un viaggio a base di ayahuasca organizzato da EA, un magnate ha abbandonato la sua azienda multimilionaria per costruire un residency program per artisti e musicisti. Chris Hunter, il 38enne che ha inventato il Four Loko, un liquore a base di malto e caffeina, ha fatto il suo viaggio con Costuros, un compagno dei tempi dell’Università dell’Ohio, ed è tornato rinato. «Perchè sei così stronzo?» si è chiesto mentre era fatto di ayahuasca. «Perchè non approcci la tua mascolinità in modo diverso? Non essere così dominante, non ignorare le donne nella tua vita, passa dall’altra parte e supportale, aiutale». Secondo le ricerche di Grob, chi ha fatto uso di ayahuasca in altri paesi «si è trasformato in un marito migliore, in un genitore migliore, in un figlio migliore, in un dipendente migliore, in un capo migliore, hanno trovato un livello di integrità umana più alto in tutto quello che fanno», mi ha detto.

Le droghe psichedeliche possono davvero cambiare un grande numero di persone. Test clinici hanno incluso soggetti di diverse categorie demografiche tra cui soldati, anziani e gente che non aveva mai preso droghe prima. Alcuni dei pazienti del Dr.X non votano certo democratico. Tutte le persone che cercano questo tipo di trattamento sono diverse ma hanno una cosa in comune: sono ricchi. «Se potessi farlo legalmente non negherei il trattamento a nessuno, potrei fare tutto alla luce del sole e consigliare servizi di supporto adeguati», dice il Dr.X. La segretezza genera mancanza di supporto, e sarebbe sbagliato offrire viaggi a qualcuno che non si può permettere le sedute di integrazione. (McCourry ha dovuto pagare la prima seduta della sua amica Marine, che non aveva denaro; hanno trovato un benefattore per pagare le altre due). I clienti, inoltre, sono quasi tutti bianchi. «Le eventuali condanne per questi bianchi borghesi sono molto più gentili di quelle per i poveri e per le minoranze» dice il dottore. «Le persone più vulnerabili, quelle che ne hanno più bisogno, non possiamo trattarle, è una tragedia».

Doblin sostiene che la DEA non è intervenuta contro questi terapisti underground perchè ha di meglio da fare che punire chi cerca di curare i ricchi, i traumatizzati e i tossicodipendenti. Le droghe psichedeliche, inoltre, sono sempre state una fissa dei miliardari – e di parecchi premi Nobel e superstar, gente a cui non avreste mai pensato, promette Costuros – che partecipano alle circa 120 cerimonie a base di ayahuasca che si tengono ogni weekend nella zona di New York City e della Bay Area. Cosa potrebbe fare la terapia psichedelica alle persone con delle difficoltà ad accettare lo status quo?

Una turista durante una seduta con l’ayahuasca in Colombia. Foto di Eitan Abramovich/AFP/Getty Images

Non sappiamo se la presidenza attuale, che contiene parecchie personalità contrarie alle droghe, interverrà sulla medicalizzazione. Per il momento le fila dei ricercatori aumentano, i terapisti underground aumentano. Quest’anno K., una terapista tradizionale, ha somministrato ad un paziente il suo primo viaggio con l’MDMA (insieme ad altri due professionisti, per ragioni di sicurezza); il cliente, un uomo a rischio suicidio con forti sintomi di DPTS rimasti dopo oltre 16 anni di terapia, le aveva portato il manuale della MAPS, scaricato da Internet. «Io ho studiato per offrire ai miei clienti un aiuto etico», dice K., «se la ricerca conferma che queste sostanze illegali possono aiutare senza particolari controindicazioni, allora è qualcosa verso cui sono aperta. Soprattutto se pensiamo che gli psicofarmaci tradizionali di controindicazioni ne hanno parecchie». Una volta assunta la sostanza, S., il cliente di K., ha parlato della sua infanzia di abusi e torture – «ma non avevo più paura», ha detto S. «Ho parlato nel dettaglio di molte cose orribili che mi sono successe. Poi ho detto: tutte queste cose sono finite, ora so che sono finite e il mio corpo sa che andrà tutto bene».

Per Weinstein, un uomo della Silicon Valley, le storie di questo tipo mostrano l’importanza della lotta per un accesso più libero alle droghe. «Se non si procede alla legalizzazione medica, se non studiamo e utilizziamo queste piante e queste sostanze, persone che potrebbero salvarsi moriranno», mi ha detto. «Famiglie si spezzeranno. I genitori continueranno a seppellire figli depressi che potrebbero essere salvati. Possiamo per favore chiederci se queste terapie avrebbero potuto salvare Prince dalla sua dipendenza da oppiacei? Alcune di queste sostanze sono droghe-contro-le-droghe… e siamo ancora contrari. Sono convinto che questa cosa non abbia alcun senso».

Io, alla fine, ho fatto una seduta underground di MDMA e una settimana di cerimonie illegali a base di ayahuasca e l’integrazione, nei mesi successivi, sembrava andare avanti dolcemente. Dopo aver preso l’ayahuasca continuavo ad alternare giornate buone con altre meno buone. Il processo era intenso ma non più devastante, un po’ perché avevo superato la fase più difficile del processing, un po’ perché il viaggio era diverso, forse mi ero abituata, forse tutte queste cose insieme. Oppure questo periodo positivo era solo l’anticamera di qualcosa di più sconvolgente.

Dopo alcuni mesi sentivo che non tutti i pezzi erano al loro posto. Ho sentito il bisogno di un’ulteriore seduta con le droghe psichedeliche, ormai ero sicura fossero la scelta giusta. Mi sono seduta di nuovo sul nido, sul pavimento di una stanza illuminata dalla luce lunare, ho sussurrato in una tazza di ayahuasca e ho bevuto. La visione sono di nuovo io, a cinque anni. Ancora. Le droghe psichedeliche, dicono, non ti danno quello che vuoi. Ti danno quello di cui hai bisogno. Sono scioccata, non pensavo di incontrare di nuovo la bambina. Questa volta però sono pronta a vedere quello che vuole mostrarmi. La bambina ricorda; io mi ricordo, realizzo e accetto con lentezza. Quando pensavo di non aver mai pianto così forte avevo torto.

Non posso (e non voglio) raccontare brevemente cosa è successo nelle ore successive, il giorno dopo e la notte dopo. La seconda sera i facilitatori hanno terminato la cerimonia senza di me. Queste persone soffiavano profumo e sussurrano benedizioni su quelli tornati dal viaggio. Io, invece, sono ancora dentro. I facilitatori fanno i turni per stare con me e cantare. Tutto è durato a lungo, io tremo, sto così male che una facilitatrice, una donna che nella vita si occupa di bambini abbandonati, decide di mettermi in una vasca d’acqua calda. Sono andata in iperventilazione, poi è passata. Ricordo la fantasia suicida nella vasca da bagno. La facilitatrice è seduta accanto a me, sul pavimento, e mi passa un asciugamano bagnato sul viso e sul collo. Le racconto della mia fantasia e dico che ora ho capito, in questa vasca da bagno, che non mi toglierò la vita.

Per un secondo la donna pensa che io mi riferisca alla sua vasca, non in generale. Quando capisce davvero cosa ho detto esplodiamo in una risata, scherziamo su quanto sarebbe assurdo per lei se io mi fossi uccisa in quella vasca, strafatta a casa sua. Scherzavamo, io nuda, lei che mi aiuta mentre io mi salvo la vita.

Ridiamo ma sappiamo che questo momento è una roba grossa, lo sappiamo bene. Non sono guarita, ma sono integra. Posso andare avanti e divorziare, sempre se questa sarà la scelta giusta, ma non perchè sono stata violata così tante volte da non poter neanche pensare una mia intimità. Ci saranno ancora mesi incredibilmente impegnativi, di supporto professionale, di lavoro attraverso il terrore e il dolore impresso sul mio corpo in un tempo in cui era piccolo e impotente di fronte al peso e all’oscurità degli adulti. Una parte del risultato, però, è già stata raggiunta. Tutti gli anni della mia vita in cui attivamente o meno ho pensato di togliermi la vita, sono finiti.

Ma cosa è cambiato, mi continuano a chiedere, con i viaggi? Nella mia vita, che differenza ha fatto?

Ogni cosa è diversa, gli dico. Ero spezzata prima, ma ora io sono qui.