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Perché recuperare la questione Panama Papers se non l’avete seguita finora

È l'inchiesta di data journalism più grande dei nostri tempi, che spiega molto sul funzionamento dei paradisi fiscali. E ha le premesse per diventare un film da Oscar

L'immagine in home page dell'International Consortium of Investigative Journalists

L'immagine in home page dell'International Consortium of Investigative Journalists

Il 5 aprile 2016 il quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung, in collaborazione con l’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e con un centinaio di testate giornalistiche internazionali (per l’Italia ha lavorato L’Espresso), ha pubblicato i documenti della società Mossack Fonseca, studio legale con sede a Panama specializzato nella creazione di società offshore. Queste informazioni sono state fornite da una fonte rimasta anonima che ha passato alla redazione del quotidiano 2,6 terabyte di documenti, per 11,5 milioni di file – ovvero, tutto ciò che è stato prodotto dalla fondazione dello studio nel 1977 a dicembre 2015.

Prima di tornare annoiati al video dei Guns a Las Vegas, tenete a mente questo: avere una società offshore non è un crimine in sé, finché il tutto viene dichiarato, altrimenti non si stanno dichiarando patrimoni per evadere le tasse, quando va “bene”, o per nascondere denaro sporco e attività illecite. Quando una persona con enormi capitali non paga tasse nel proprio stato, lo faranno gli altri per lui. E come ha spiegato John Christensen, direttore di Tax Justice Network a VICE News, «Mentre i nostri sistemi fiscali si adattano al fatto che i miliardari non contribuiscono, la disuguaglianza aumenta minacciando la stabilità sociale e la sopravvivenza economica dei nostri paesi. La questione è veramente grave.»

Politici, imprenditori, criminali

I clienti citati nei documenti della Mossack Fonseca sono 14.000, di cui 143 sono politici – i primi nomi ad uscire sono quelli di sei parlamentari del Regno Unito, il Primo Ministro islandese (dimessosi dopo la pubblicazione), il Presidente ucraino e quello argentino. Ma ci sono anche alcuni nomi di parenti e amici di altri politici di spicco come il Presidente russo Vladimir Putin, il Primo Ministro inglese David Cameron, il Presidente cinese Xi Jinping, il Presidente dell’Azerbaijan Ilham Aliyev. Ci sono anche 33 persone messe in blacklist dagli Stati Uniti per aver fatto affari con i cartelli messicani, con organizzazioni terroristiche come Hezbollah, o con la Corea del Nord o l’Iran. E tra gli italiani ci sono il tesoriere del clan mafioso Brancaccio Angelo Zito, in carcere dal 2000 per associazione mafiosa, oppure imprenditori come Francesco Corallo, unico azionista di una società alle Seychelles aperta due settimane prima che una sentenza della Corte dei Conti lo condannasse a risarcire lo stato italiano di 335 milioni di Euro.

Dettaglio della copertina de L'Espresso uscito venerdì 8 aprile, con i primi 100 nomi italiani nei Panama Papers

Dettaglio della copertina de L’Espresso uscito venerdì 8 aprile, con i primi 100 nomi italiani nei Panama Papers

Quelli famosi

Tra i nomi c’è anche quello dell’attuale presidente della FIFA Gianni Infantino, coinvolto nella trattativa di alcuni accordi sui diritti TV affidati a società in paradisi fiscali ai tempi in cui lavorava per la UEFA. C’è Jackie Chan, che risultava proprietario di sei compagnie offshore. Ci sono Pedro Almodovar, che ha cancellato la conferenza stampa del suo ultimo film per evitare di rispondere alle domande sulla questione, e il fratello Agustín che si è preso la responsabilità per i danni d’immagine causati al regista. C’è l’inventore di X-Factor Simon Cowell, azionista di due società usate per un investimento immobiliare alle Barbados – acquisto fatto in seguito da Cowell senza intermediazione delle società, spiega il suo avvocato. E per l’Italia, i nomi celebri sono: Luca Cordero di Montezemolo, che risulta beneficiario di una società che nel 2007 ha aperto un conto in Svizzera; Valentino Garavani, lo stilista da anni residente a Londra, che risulta tra i nomi di una società con sede alle Isole Vergini Britanniche (tra le più gettonate come sede per società offshore, con più di 100.000 compagnie); Barbara D’Urso, azionista della società Melrose Street con sede nelle Seychelles, che gli avvocati della presentatrice spiegano le sia servita per un affare immobiliare in Costa Azzurra poi saltato; Carlo Verdone, che risulta tra i nomi della società panamense Athilith Real Estate, costituita nel 2009 e chiusa nel 2014 – attraverso gli avvocati, Verdone ha detto di non sapere come mai il suo nome figura in queste carte. Ci sono anche Jarno Trulli, le figlie di Stanley Kubrick (che hanno intestato la casa di proprietà del padre a compagnie offshore per evitare le tasse di successione) e il campione di scacchi Bobby Fisher.

Le reazioni

Edward Snowden, l’informatore del Datagate della National Security Agency, lo ha definito il più grande leak nella storia del data journalism (lo è davvero, proprio per numero di dati), mentre Julian Assange e Wikileaks hanno da ridire sul fatto che i dati non sono stati pubblicati tutti, ma con “uscite programmate” e non integralmente – l’ICIJ ha spiegato che non tutto è di interesse pubblico. L’1 aprile la Mossack Fonseca ha pubblicato un annuncio sul proprio sito dicendo che stavano lavorando per capire l’entità di “una violazione nel server delle mail”, e il giorno stesso della pubblicazione dei dati lo studio ha sempre sostenuto di essere vittima di hackeraggio.

Dove sono gli americani?

Ci sono americani, ma sono pochi in proporzione agli altri. La BBC spiega in un articolo che gli americani non hanno più di tanto bisogno di paradisi fiscali offshore quando li hai in casa: in Delaware, Nevada e Wyoming le grandi corporation possono facilmente creare compagnie ombra per pagare meno tasse che nel proprio stato – la Mossack Fonseca forniva servizi anche in Wyoming e Nevada. In Delaware si può fondare una LLC (il corrispettivo americano di una SRL) in una giornata e con pochissimo capitale. Politico spiega anche che gli americani preferiscono altre nazioni oltre a Panama, come le Cayman, le Bermuda o Singapore. In un’intervista al Sole 24 Ore, il protagonista del caso SwissLeaks Hervé Falciani ha detto che i Panama Papers favoriranno nel breve periodo gli Stati Uniti, «La pressione esercitata sugli altri paradisi fiscali fa sì che chi dispone di ingenti quantità di soldi dovrà continuare comunque a lavorare. E con chi continuerà a farlo? Ma con il Delaware, naturalmente.»

Come è iniziata

La storia dei Panama Papers è complessa da spiegare e da capire per chi non mastica di economia, ma l’elemento sicuramente più interessante è che una fonte anonima sia riuscita ad hackerare e denunciare i protagonisti delle attività della Mossack Fonseca. 
Due membri dell’unità di investigazione del Süddeutsche Zeitung, i giornalisti Bastian Obermayer e Frederik Obermayer, hanno spiegato in un video pubblicato dal giornale tedesco come è andata: un anno fa una fonte anonima ha contattato la redazione con il messaggio “Ciao. Sono John Doe. Interessati a dei dati?” e ha fornito i dati. I giornalisti dicono di essersi “fidati dei documenti”, che messi a confronto con altri raccolti in precedenza sulla Mossack Fonseca hanno dimostrato di essere reali. Tutto il lavoro di confronto dei dati, e di collaborazione con l’ICIJ e le testate internazionali (chiamate a raccolta visto il coinvolgimento di personaggi da tutto il mondo) è stato tenuto segreto anche all’interno della redazione stessa, mentendo sul lavoro che stavano portando avanti. Bastian Obermayer ha detto di non sapere neanche il nome di questa persona, ma di aver parlato con lei più che con sua moglie. Quando l’articolo è uscito ha anche creato un hashtag sul suo ultimo anno: #craziestyearever. Si aprono le scommesse sull’anno in cui il film sui Panama Papers vincerà l’Oscar.

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