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Cannabis Light fuorilegge? Un altro passo indietro per l’Italia

Un parere del Consiglio Superiore della Sanità consiglia di vietare la canapa al CBD. Peccato che nel frattempo sia esploso un business enorme, come vi raccontiamo nella nostra inchiesta

Foto di Nikolay Vinokurov / Alamy / IPA

Un no che pesa. Per chi della “nuova” sostanza aveva imparato ad apprezzare il sapore, per chi ci aveva trovato un business, oltre che da un punto di vista politico.

La notizia è di questi minuti: il Consiglio superiore di sanità chiede, di fatto, la fine del mercato della cannabis light. In un parere che era stato richiesto a febbraio dal ministero della Salute, l’organo, che ha funzione consultiva, spiega che “non può essere esclusa la pericolosità dei prodotti contenenti o costituiti da infiorescenze di canapa”, e per questo motivo chiede “che siano attivate, nell’interesse della salute individuale e pubblica e in applicazione del principio di precauzione, misure atte a non consentire la libera vendita dei suddetti prodotti”.

Il CSS entra poi nel dettaglio, argomentando che il “consumo avviene al di fuori di ogni possibilità di monitoraggio e controllo della quantità effettivamente assunta e quindi degli effetti psicotropi che questa possa produrre, sia a breve che a lungo termine”. Non sono chiari, si legge, eventuali rischi in concomitanza con altre patologie, in caso di gravidanza o allattamento, di interazione con altri farmaci, le conseguenze sullo stato di attenzione. Per questo il “consiglio” al legislatore è quello di attivarsi per “mettere fuori legge” il prodotto, che, però, nel frattempo, nel giro di un anno, ha spopolato. Sono centinaia i punti vendita aperti, mentre la cannabis light ha conquistato anche i banchi delle farmacie e i tabaccai, e la piantagione di canapa stanno tornando negli Appennini e lungo la Pianura Padana.

Che quella della mancanza di informazioni “mediche” attorno al prodotto fosse un tema si sapeva, così come non si mette in discussione la legittimità di un istituto come il CSS a emettere pareri di questo tipo. Ma, mentre il primo Paese del G7 dà il via libera completo alla legalizzazione della cannabis a scopi ricreativi, in una nazione che continua a muoversi con il passo del gambero, per cui il progresso continua a rimanere un orizzonte decisamente offuscato, quella di oggi non può essere considerata una buona notizia. Con tutte le sue contraddizioni e la sua esplosione “anarchica”, la canapa “al CBD” poteva rappresentare la vita italiana alla legalizzazione. Ora, invece, tutto torna in discussione , come sempre a queste latitudini.

Di seguito la nostra intervista nel mondo della cannabis light, pubblicata sul numero di giugno di Rolling Stone.

“E voi perché siete qui?”. Abbiamo di fronte i due tizi più freak di tutta la fiera, e non possiamo fare a meno di andare dritti da loro. «Vendiamo soluzioni per non essere sgamati quando fanno i controlli antidroga, you know?», ci urla nell’orecchio il primo. È tedesco, vestito da testa a piedi con un costume che vorrebbe ricordare una cima di marijuana, e che, nel calore del palazzetto dove ci troviamo, lo deve far sudare in una maniera che è meglio non immaginare. «Urina sintetica, peni finti, abbiamo anche cateteri femminili! Invisibili, antigoccia!», continua, orgoglioso. Accanto a lui il suo socio – anzi, il CEO dell’azienda, come ci viene spiegato con deferenza – non smette di suonare la trombetta che ha sul pomolo del finto bastone da passeggio, per la gioia di un gruppo di ragazze a caccia di selfie bizzarri. Indossa un completo giallo canarino, che, immaginiamo, vuole richiamare il core business della società. Facciamo notare che in Italia, la nuova terra promessa della cannabis legale, la loro trovata non sembra destinata ad attecchire. «In Spagna spopoliamo, arriveremo anche qua. La cannabis light? Da noi non c’è, ma è una figata», risponde l’uomo-cima, senza nemmeno avvicinarsi al nocciolo della questione. Sono reclamati per nuovi selfie, e noi proseguiamo oltre.

Siamo all’Unipol Arena di Casalecchio, alle porte di Bologna. Niente basket né live oggi, per il fine settimana la struttura ospita IndicaSativa Trade, la più importante fiera italiana della canapa. Che, dopo l’ultimo sonnacchioso decennio, è tornata di colpo al centro della scena. Bong e posaceneri di Bob Marley, ora, sono relegati negli angoli della struttura; il sound no, quello viene sempre dalla madrepatria caraibica. Per il resto tutto è cambiato.

Merito della “CBD-mania” – dal nome del cannabinoide presente nelle infiorescenze di cannabis sativa –, come l’ha chiamata nelle scorse settimane il New York Times, cui non è sfuggita la nuova renaissance tricolore a sette punte.

Questa è una bolla destinata a sparire. I furbi si stanno approfittando del momento di grande euforia

«Mai vista così tanta gente il giorno di apertura. Ci sono 50 stand in più dell’anno scorso, e sono tutti di cannabis light», esultano all’infopoint all’ingresso. Il colpo d’occhio è impressionante. Hostess procaci porgono ai visitatori – il rapporto uomini-donne è almeno 3 a 1 – grossi barattoli di vetro colmi di cime resinose e variopinte della magica pianta. Il profumo è inebriante.

Alziamo lo sguardo da una coppia di pitbull annoiati che girano tra gli stand (una certa estetica resiste), e la rivoluzione appare evidente. A Bologna, per la prima volta in un momento pubblico, campeggiano in bella vista le infiorescenze nei barattoli. Tipo coffee shop di Amsterdam, per intenderci. Solo che questa è una marijuana 100% legale – la definizione corretta è “tecnica”, come quella utilizzata in edilizia o nella cosmetica –, in virtù della nuova legge del gennaio 2017, che apriva alla possibilità di produrre e commercializzare (con divieto ai minori di 18 anni) le varietà con un contenuto di THC inferiore allo 0,2%. Niente principio attivo psicotropo, dunque. Prende il suo posto il CBD, che, invece di renderti “high”, si limita a rilassare la muscolatura e combattere le ansie. Questo, almeno, è quanto sostengono i promotori, perché studi approfonditi sugli effetti ancora non esistono. Eppure la “nuova” sostanza ha fatto subito breccia.

A Bologna oggi va in scena il primo anniversario di questa rivoluzione, abbattutasi su una penisola che non ha mai brillato per smanie di cambiamento. Con le sue luci e i suoi riflessi sfuggenti – come si addice a ogni bolla, economica o culturale, che si rispetti – questo strambo mix di botanici col camice bianco e natty dreadlocks celebra i 12 mesi più sobri e vitali nella vita dei cannabis lover di casa nostra.

«Se ho la sensazione che qui si stia facendo la Storia? Non ho avuto il tempo per fermarmi e ragionarci un po’ su. Di certo non sono così naïf da non capire che abbiamo stravolto le cose, terremotato la filiera della canapa». Lo ammette Luca Marola, che raggiungiamo sulle scale antincendio all’esterno del palazzetto. Mentre ci parla, fuma una Marlboro e ricambia decine di saluti. Qui lui è la star.

Storico attivista antiproibizionista e fondatore 15 anni fa del Canapaio Ducale a Parma, alla scorsa edizione della fiera presentava il suo progetto EasyJoint, prodotto espressamente studiato per essere alternativo alla marijuana: la vicenda della cannabis light in Italia è cominciata così. Un articolo del Corriere del 19 maggio 2017 – dedicato alla Svizzera, il primo Paese a intuire le potenzialità del CBD – sosteneva che “l’idea della canapa light sta iniziando ad avere seguito anche in Italia”. Da allora sono stati pubblicati in media 1,4 articoli al giorno sul tema. «La nostra è un’attività di lobbismo, come avviene negli Stati Uniti. Il primo passo era creare una massa critica, fare parlare tanto i media di noi, possibilmente bene». Oggi il settore conta più di 700 aziende, si è passati dai 400 ettari di terreno coltivati a canapa del 2013 ai quasi 4mila stimati da Coldiretti per il 2018. Il giro d’affari della pianta a un potenziale di oltre 40 milioni di euro.

La clientela bolognese appare ricettiva. Un signore sui 60 anni con la pancia chiede se il CBD sia di tipo A o tipo B. Chissà se è una supercazzola. «Produciamo in Svizzera, in collaborazione con genetisti spagnoli, ma siamo pronti a partire anche a Torino. Stiamo entrando nella legge italiana passo dopo passo, senza forzare la mano», ci dice entusiasta Alex, che commercializza Flowers Extract, con varietà che nei nomi omaggiano Notorius B.I.G. e altri giganti del rap.

Il 23 maggio arriva la news di una circolare del ministero dell’Agricoltura, che conferma la liceità della cannabis light. Dei dubbi c’erano. La legge approvata un anno e mezzo fa non si esprimeva sulle infiorescenze della pianta, quelle che si fumano. Da qui le multe che per tutto il 2017 sono piovute sulle nuove aziende del settore e sui grow shop. «Non ce lo aspettavamo, il provvedimento è arrivato nell’ultimo giorno utile del vecchio governo», commenta Marola. Lo raggiungiamo al telefono una settimana dopo la fiera, mentre è in Sardegna allo scopo di promuovere una raccolta firme per un referendum popolare a favore della legalizzazione. «Le sanzioni vertevano sul fatto che alla canapa mancava la destinazione d’uso. Ora il tabù è caduto. Il 2018 sarà l’anno del consolidamento».

L’ho provata per la prima volta cinque minuti fa. Ci sta dopo il caffè: al posto della sigaretta, non delle canne

Secondo quasi tutti quelli con cui abbiamo parlato, il CBD è il cavallo di Troia per una legalizzazione della cannabis. «Negli Stati Uniti i referendari antiproibizionisti hanno fatto la stessa cosa con quella terapeutica. Hanno dimostrato che non faceva male, anzi: generava ricchezza condivisa. EasyJoint mette guadagni e consenso nel discorso antiproibizionista. Stiamo creando un modellino, tipo Bruno Vespa, di come sarebbe l’Italia coltivata a cannabis: con i campi controllati, niente mafia, posti di lavoro e scontrini», spiega Marola. Che riceve l’endorsement del leader radicale Marco Cappato: «La cannabis light ha aperto una breccia, sta abbattendo le semplificazioni sulla “droga che uccide”. Una grande intuizione, nel rispetto della legge. A proposito, c’è una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione già depositata in parlamento, caso mai qualcuno fosse interessato». Nel nuovo e magmatico quadro politico, le speranze paiono poche. Se il M5S vive di contraddizioni in materia, ma non è pregiudizialmente contrario, l’idiosincrasia di Salvini è stranota.

La storia del rapporto tra l’Italia e la coltivazione della canapa è lunga, a Nord come a Sud. Le cose sono iniziate a cambiare esattamente un secolo fa, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, quando gli eserciti presero a preferire i materiali sintetici per i loro equipaggiamenti. Allora in Italia si coltivavano ancora più di 100 mila ettari di canapa. Poi arrivò il Proibizionismo, che diede un altro colpo alla filiera. Eppure nel 1940 l’Italia era ancora la seconda produttrice mondiale, dopo la Russia. Poi un lungo declino, che ha portato a una presenza residuale della pianta.

Non a Carmagnola, alle porte di Torino, dove Felice Giraudo continua a coltivare l’omonima varietà originale. Ha 84 anni e due decenni fa ha fondato l’associazione dei produttori Assocanapa. «In questo momento a farla da padrone sono le infiorescenze. È una bolla, destinata a sparire, e ci sono i furbi che se ne approfittano. Sento in giro dati che mi scandalizzano: si promettono rese per ettaro che vanno dagli 8mila ai 500mila euro, quando noi che coltiviamo la canapa da decenni sappiamo bene che un ettaro frutta circa 2000/2500 euro». Il tono del decano dei coltivatori italiani è tranquillo, ma amareggiato: «In questo momento la canapa è campo di battaglia, e i protagonisti indossano diverse maglie. C’è del vero, ma anche tante bufale e chi sta solo cercando di sfruttare il momento di euforia. Intanto le aziende farmaceutiche hanno iniziato a muoversi». La Carmagnola è una delle 64 varietà legalmente coltivabili in Europa. E la circolare del 22 maggio dà il via libera solo alle infiorescenze riconosciute a livello comunitario. «Tutte le altre non sono conformi, perché non è possibile verificarne la provenienza genetica. Mi auguro un giro di vite verso coloro che, con i loro prodotti, impediscono lo sviluppo di una canapa italiana di qualità», esulta Marola.

Tra i produttori presenti a IndicaSativa Trade, sono in pochi a rientrare nelle maglie del protocollo europeo. Insomma: più le cime sono invitanti, più è probabile che non siano in regola. Tra gli stand bolognesi le infiorescenze hanno nomi noti agli amanti della foglia a sette punte: White Widow, Dutch Kush, Skunk o Lemon Haze, ci sono persino i pollini. Un ragazzo romano con un enorme tatuaggio di Paul Gascoigne sull’avambraccio mostra una varietà con un fotogramma di Romanzo Criminale sulla bustina. Ognuno ha la sua teoria sulla provenienza dei prodotti. «Pare che alcuni produttori “lavino” le piante, con un procedimento non del tutto chiaro, per abbattere il tasso di THC», racconta Francesco, che assieme al socio Augusto sta testando alcune varietà nel retro della fiera. Paradossi di questo boom.

C’è chi dice che l’80% delle varietà provengano dallo stesso produttore elvetico, responsabile dell’invasione di ibridi e incroci che richiamano ai top di gamma delle Cannabis Cup di Amsterdam. Tutti acquistano da lui, poi etichettano e portano in Italia. Sarà vero?

Siamo tre aziende affiliate, le nostre sorelle sono in Spagna e Svizzera. A breve partiremo con la produzione in Italia: abbiamo già accordi con coltivatori locali in Umbria e a Pistoia. Essere qua con le nostre cime è fantastico, qualcosa che non si poteva nemmeno immaginare fino a poco tempo fa». A parlare così è Matteo, 32 anni reggiano, che ci mostra tutte le novità di CBD Alchemy. È da sempre in questo mondo, e fuma da quando è un ragazzino. «Il THC lo uso per anestetizzarmi, perché in questa società non sto mica tanto a mio agio. Il CBD, invece, perché ha un buon sapore, ed è più “facile”: se hai una giornata di sbattimenti meglio andarci piano con la ganja, certe olandesi che girano oggi ti rincoglioniscono».

Stiamo creando il modellino di Bruno Vespa dell’Italia coltivata a cannabis: senza mafia e più ricca

Un signore attempato con la camicia gli chiede come si faccia ad aprire un grow shop, cosa preveda la legge. Non è l’unico a cercare di capire come inserirsi in un settore che, per ora, macina profitti. «Molti sono ex negozianti di sigarette elettroniche: quando lo Stato ha messo il monopolio sui liquidi, hanno accusato il colpo», racconta Cristian che, sempre in Svizzera, realizza i prodotti del suo Dispensario. Il terrore di molti operatori del settore – e di chi pensa di diventarlo, ma temporeggia –, è di fare la stessa fine. «Monopolio vorrebbe dire tassazione, ma anche regole e standard qualitativi. Potrebbe essere un bene», rassicura Marola. Che insiste affinché la cannabis light continui a essere trattata come un prodotto agricolo e non un succedaneo del tabacco – come avviene in Svizzera –, e ha dubbi sulla vendita in tabaccherie e farmacie, cosa che avviene ormai da mesi in molte città.

Marcello, 20 anni, ha gli occhi rossi, fenomeno apparentemente incompatibile con il nuovo prodotto THC-free. Viene da Mantova, e si aggira in cerca di sementi. «L’ho provata per la prima volta cinque minuti fa. Ci sta dopo il caffè: al posto della sigaretta, non delle canne». «Il rilassamento si sente, soprattutto alle gambe», aggiunge Paolo, 20 anni. Non sono esattamente loro il target della cannabis light. «I ragazzini la fumano una volta e dicono “ma che cazzo è sta roba”?», spiega Matteo di CBD Alchemy. «Piuttosto la comprano i genitori, perché non vogliono che i figli vadano dagli spacciatori», aggiungono quelli del Dispensario.

Gli hater di un tale fenomeno esistono, ma non sono facili da trovare. Commentano online, sostengono che sia roba per sfigati e che la vera legalizzazione non si otterrà tramite simili compromessi. Di certo la fiera della cannabis legale non è il posto migliore per incontrarli. «È il primo passo per una legge organica, una volta caduti gli stereotipi», risponde Nandu Popu, storica voce dei Sud Sound System. Se cercavamo un attivista No-Cannabis-Light, abbiamo sbagliato mira. «Ho quasi 50 anni, sono antiproibizionista da quando ero bambino», racconta. Lui ha smesso di fumare quattro anni fa, perché ormai era subentrata l’assuefazione. «Ma mangio molti prodotti alla canapa. Vado in mountain bike e, per recuperare dopo gli sforzi, prendo il CBD, da sempre erroneamente trascurato. È meglio degli amminoacidi: lo assumo mischiato a un concentrato di peperoncino».

Ormai è quasi sera, e sulle note di Peter Tosh la fiera sta per concludersi. Imbocchiamo l’uscita, diretti al binario unico del trenino che ci riporterà in stazione a Bologna. Tra le persone in attesa, tutti hanno sacchetti tra le mani, fumano e controllano i propri acquisti. Probabilmente, però, nessuno “sente” nulla. La curiosità degli esseri umani e quella dei cronisti trova un punto di equilibrio, e facciamo su un cannone a norma di legge. Uno sguardo circospetto all’indietro, antica abitudine.

L’effetto placebo è immediato e ci guardiamo in faccia per capire se, dopo tante chiacchiere sull’assenza di “botta”, anche l’altro è nella stessa situazione. Realtà o suggestione, dura pochissimo. Finché Livio, un 27enne nerd della cannabis, legale e meno, ci raggiunge e si mette a chiacchierare. Ha appena speso 150 euro, almeno la metà in CBD, che oggi ha provato per la prima volta. «Ma sai che alla fine non è male? E poi nelle bustine ci puoi mettere quell’altra, di erba», dice, ridendo, prima di andare a prendere il FlixBus che lo riporterà a Milano. Certi tabù sembrano destinati a durare ancora un po’: «Mi raccomando, non scrivete il mio vero nome, eh!».

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