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Inizia l’Eurovision in una città ancora in guerra

Siamo andati a Kiev per il mega-Sanremo europeo, tra palazzoni sovietici e carta igienica con la faccia di Putin

Il Budda dorato gigante è al suo posto, all’ingresso del locale, esattamente come a Dubai. E ci sono anche il lampadario kitsch rosso, i quadri mistico-pacchiani, il dj che suona ethno beat dalla consolle a mezz’aria: la stessa di Sharm el-Sheikh, di New York, di Londra. Il Buddha Bar di Kiev non ha nulla da invidiare al suo gemello di Montecarlo: non fosse per il fatto che le consumazioni costano un quarto del prezzo, e che il locale – fatta eccezione per un gruppo di ingegneri tedeschi che parlano fitti fitti di energie rinnovabili in un angolo oscuro – è perfettamente vuoto.

A pochi passi dal club c’è piazza Maidan, simbolo della rivoluzione del 2014 e luogo scelto dalle autorità comunali per ospitare l’euro-villaggio dell’Eurovision Song Contest, il mega-Sanremo europeo che aprirà ufficialmente qui il 7 maggio. A ridosso dell’inizio della manifestazione, che a dar retta alle notizie “ufficiali” avrebbe già attirato nel paese il 20% in più dei turisti europei, le uniche tracce di un evento imminente sono l’enorme logo incellophanato dell’Eurovision in mezzo alla piazza e il traffico. Un traffico di quelli estremi, disperanti, di quelli da 75 minuti in coda per fare tre chilometri: «Succede anche a Natale, quando chiudono le strade per il mercatino», mi dice il tassista incedendo a passo d’uomo lungo le impietose salite della San Francisco ucraina. Rassegnato, battuto. Fuma tantissimo e impreca spesso.
Sarà anche per evitare la trappola del traffico che il main stage dell’Eurovision è stato collocato lontano dal centro, a quasi un’ora di distanza dai fake-tartari di Piazza Maidan (il corrispettivo dei fake-centurioni al Colosseo di Roma) e dai souvenir della discesa di Sant’Andrea (la carta igienica con la faccia di Putin, un must have).

Il palco sorgerà nell’International Exibition Center, moderno polo fieristico nell’east side del fiume Dnepr, quartiere di Livoberezhna, palazzoni sovietici sopra i dieci piani, lo skyline di una chiesa ortodossa modernista all’orizzonte, la pizzeria Mafia a dominare h24 il catering locale. Qui batterà il cuore dell’Eurovision 2017, su questo palco i 42 paesi in concorso disputeranno le semifinali del 9 e 11 e la finale del 13 maggio, qui – a pochi giorni dall’arrivo delle prime delegazioni – truppe di operai montano, assemblano, spacchettano, decespugliano, pitturano con quello zelo che si ha solo quando si è parecchio in ritardo sulla consegna. Le dimissioni in blocco, a febbraio, di 21 funzionari della tv pubblica ucraina avevano già inquietato gli organizzatori dell’Eurovision, costretti per regolamento ad assegnare al paese vincitore l’allestimento per l’anno successivo, la trasmissione del segnale e le spese annesse (ma non la regia dello show, amministrata da Inghilterra, Svezia e Austria). Circa 25 milioni di euro che l’anno prossimo potrebbe doversi sobbarcare uno dei tre paesi favoriti: l’Italia con Francesco Gabbani, il Portogallo o la Bulgaria. «In certi paesi c’è quasi da aver paura di vincere», sibila una tizia austriaca del marketing, confrontando impietosamente il battage pubblicitario dell’Eurovision viennese con quello di Kiev.

La pubblicità per strada in effetti è pochissima, e i manifesti più visibili sono quelli lungo le scale mobili della metropolitana, tra le più profonde ed economiche d’Europa, centoventi metri sottoterra che sono un piccolo viaggio a parte in cui il claim dell’Eurovision (“Celebrate Diversity“) si alterna alle foto di uomini in divisa che invitano ad arruolarsi. Perché l’Ucraina è un paese in guerra. In guerra contro la Russia. E le Olimpiadi della musica sono state il terreno più innocuo su cui si è consumato il conflitto: prima con la vittoria ucraina nel 2016 di Jamala, con una canzone sulla deportazione dei tatari giudicata troppo politica dalla Russia, e poi con il veto nei confronti della cantante russa Yiulia Samoilova, accusata di aver cantato in Crimea durante l’occupazione e perciò sgradita a Kiev.

Quest’anno, per ripicca, la Russia non parteciperà all’Eurovision: «Ci hanno aggrediti, ogni giorno tanta della nostra gente muore per colpa loro – tuona la parlamentare Anna Romanova durante una conferenza stampa che avrebbe dovuto parlare dell’evento, e che finisce per essere altro – e adesso ci spaventano i turisti. È tutta propaganda russa, lo dimostreremo, stiamo facendo molto per la sicurezza. L’Ucraina è sicura, solo il sei percento del territorio è in guerra. Siamo come Israele, e in Israele i turisti ci vanno». Per adesso il turismo è soprattutto moldavo, bielorusso e – ironia della sorte – russo. E il museo che va per la maggiore, frequentato assiduamente dalle scolaresche di Kiev, è quello sulla seconda guerra mondiale. Che ospita una mostra permanente sulla Crimea, ed esibisce come un trofeo in piazza un carro armato del recente nemico. Russo, ovviamente. «Per noi è importante portare qui i bambini – mi dice la guida, una ragazza pallida che nel 2014 era a prendersi le botte in piazza Maidan – perché magari a voi turisti non sembra, ma siamo in guerra. E bisogna che i bambini sappiano cosa succede».

Tanti vengono qui, sotto all’imponente Monumento della Patria, a portare i figli a giocare con il carro armato: c’è una bella vista della città da qua, con lo sguardo si raggiunge la teleferica, il monastero delle Cave, il centro con i suoi 200 murales e il parco vicino al Parlamento dove il 7 si svolgerà l’apertura dell’Eurovision. In teoria la festa si sarebbe dovuta organizzare davanti alla Cattedrale di Santa Sofia, il luogo deputato per i grandi eventi della città. Ma la Chiesa Ortodossa, di fronte alla prospettiva di accogliere vicino ai propri confini gli eurofan – una fetta dei quali, da sempre, è costituita dalla comunità LGBT – ha alzato letteralmente un muro. Definendo, senza mezzi termini, l’evento “blasfemo”. Una reazione che solo da fuori, tuttavia, sembra stridere notevolmente con l’intenzione di “celebrare la diversità”. Perché qui, la Chiesa, è ancora molto rispettata.«Quando la polizia ci picchiava, le chiese di Kiev ci hanno aperto le porte, hanno fatto entrare gli studenti e le hanno richiuse in faccia agli ufficiali», mi dice la guida. Ed è chiaro, anche dalla sua faccia, che no: «Noi che l’abbiamo vissuto, non lo possiamo dimenticare».

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