Il TuttoRoma: La piccola grande mela tra ponte e viale Marconi

Se Bojack Horseman fosse di Portuense, il lido fluvial-comunale Tiberis sarebbe il posto ideale per smaltire i suoi sensi di colpa, adagiato su quella sponda dove ci sono più divieti che ombrelloni.

Se pensate che il mare d’inverno possa risultare triste, forse non avete ancora visto una spiaggia sul Tevere a ottobre.

Il Rinascimento romano, riassunto da un solo posto, è il tempietto del Bramante al Gianicolo: i modelli classici greco-romani, la pianta centrale, un altare su cui l’uomo dell’epoca poteva sacrificare la propria piccolezza, grazie alla ricerca geometrica protesa verso la perfezione divina. Il 2018 è Tiberis. Questo lido fluvial-comunale, aperto il 4 agosto scorso, è la più riuscita metafora dell’attuale condizione del cittadino romano — e italiano — che siamo riusciti a costruire quest’anno. Nato da un’unione incivile tra ciuffi d’erba e riporti di sabbia, il Tiberis offre ai primi 20 che arrivano, ogni giorno, la possibilità di appropriarsi temporaneamente di uno degli ombrelloni a disposizione, e provare la sensazione di essere ammessi a una specie di circolo canottieri senza canoe e senza remi, senza quote di iscrizione ma a spese della collettività.

Passata l’estate, questo è ancora più evidente. La risposta alla domanda che anche i frequentatori più affezionati, a Ferragosto, si saranno pur dovuti fare: “Dove volano i gabbiani del Lido Tiberis in inverno?”, è semplicissima: restano lì, senza le zanzare, senza il sole; insieme alle mosche, le docce tipo bagno chimico sezionato, i vigilantes che vegliano giorno e notte sugli ombrelloni chiusi, il guarda spiaggia inconsolabile di non poter guardare nessuno.

Marconi è la zona di Roma che ha il rapporto più intenso col Tevere, da una parte e dall’altra del suo ponte più lungo: 235 metri. Ancora oggi questo tratto di fiume, in cui il Tevere chiede una pausa di riflessione ai suoi argini e comincia a riprendersi i suoi spazi, è tra i più larghi e ricchi di attività, non tutte da rifare a casa. Dal lato giusto, ponte Marconi inquadra la basilica di San Paolo, col timpano dorato e il Cristo Benedicente della sua facciata; l’EUR e il suo palazzo della Civiltà italiana. Da quello sbagliato, sembra di essere capitati nel post-partita di un torneo di Fortnite in real life, con carrelli del supermercato sinistrati e abbandonati sui declivi che degradano verso Lande letali.

È in qualche modo giusto, dunque, che Tiberis sia nato qui, anche perché ci sarebbe voluta veramente molta faccia tosta a costruirlo, per esempio, all’altezza di Castel Sant’Angelo, dove Dino Risi aveva scelto il barcone del “Ciriola” come spiaggia per Poveri ma belli, nel 1957, quando ancora Roma aveva un fiume balneabile, i poveri abitavano a piazza Navona e la bellezza media al di sotto di un certo ISEE, almeno a giudicare da Marisa Allasio, sembrava effettivamente piuttosto altina.

È un posto in cui, sedendo a una panchina rivolta verso il fiume, pensi — oltre che al morbo di Weil, alla leptospirosi — anche all’ignoto e all’immensamente grande, a quale sarà la divinità eletta che ha scelto di piazzare proprio qui questa sabbionaia da 10.000 metri quadrati per giocare a Sim City con la nostra domanda di aria aperta. Spostandoti su una delle panchine rivolte, invece, verso i due campi da beach-volley desertificati, pensi all’immensamente piccolo, alle formiche che devono essere in procinto di trasferirsi lì sotto, certe di aver fatto l’affare della vita e, in effetti, almeno loro, avendolo fatto sul serio, perché tanto non le calpesterà nessuno.

Ci sono più cartelli di divieto che ombrelloni: farebbero prima a dirci cosa è possibile fare: chiudersi in bagno (dotato di acqua fredda e calda), annegare le proprie cicche e i propri dispiaceri tra i flutti, stare vestiti su un lettino in pieno giorno per vedere se poi è tanto difficile dormire.

Se Bojack Horseman fosse di Portuense, Tiberis sarebbe il posto ideale per smaltire i suoi sensi di colpa, adagiato su quella sponda vietata, tanto più pericolosa del bordo della sua terrazza a strapiombo (con vista non sulle lettere della parola “Hollywoo”, ma sui tralicci del Gazometro), dopo essersi fatto la sua oretta di trotto al maneggio sull’argine di fronte (lo storico Roma River Ranch). Questo passa l’ispirazione quando uno è steso su un lettino del Tiberis, al di fuori della grazia di Dio e dell’alta stagione, nello studio dello psicoterapeuta col migliore rapporto qualità-prezzo di Roma: lo scorrere del Tevere.

Il Tiberis, quest’ultima spiaggia della Roma contemporanea, ha infatti un’altra funzione, che è anche la più importante di tutte, sebbene non fosse programmata neppure nei progetti più rosei di chi ne ha deciso la nascita e le caratteristiche. Tiberis è la prova, per assurdo, di quanto a Roma sia dura la vita di un nonluogo: non ce ne voglia Marc Augé ma, in questa città, in qualunque location, anche la più apparentemente separata alla nascita da elementi identitari, relazionali e storici, l’anima delle persone interviene sempre, in scivolata, a fare la differenza. Perché a quello che disfecero barbari e Barberini possono sempre dare una sistemata i vigilantes in stand-by, i guarda spiaggia tristi, tutti noi cavie di questo laboratorio di antropologia della discarica accanto.
Di questo, attraversato il ponte, abbiamo un’altra prova. Infatti, la zona urbanistica Marconi sa essere anche ordinata e composta e, seppure non rassomiglierà mai alla città ideale della Galleria Nazionale delle Marche, comunque conosce una sua variante, se non razionale, almeno ragionevole, che si chiama viale Marconi.

Marconi è bella proprio perché è così: spaccata a metà, come una piccola grande mela, tra il ponte e il viale omonimi, l’uno prosecuzione dell’altro. Da una parte, l’anima ancora fluviale di una città per altri versi piuttosto in secca; dall’altra una sperimentazione sociale sul destino della città all’epoca dell’egemonia del centro commerciale.

Viale Marconi, largo e dritto, da sempre stracolmo di vetrine di negozi di ogni tipo, ha il merito di essere, di fatto, fonte d’ispirazione per ogni centro commerciale italiano che abbia voluto trarre spunto dall’urbanistica. Ogni tanto, soprattutto di recente, ha il difetto di invertire di polarità questo rapporto e, in qualche angolo, non è più il mall che imita la città, ma viceversa. L’arredo urbano fa la sua parte, in questo, ma soprattutto contano le nuove aperture.
Kasanova, Original Marines, Thun: molte insegne non appartengono più a botteghe storiche, ma a marchi che abbiamo scoperto a Porta di Roma o CinecittàDue, e che ritrovare qui ci dà la sensazione di imbatterci in un compagno di Erasmus un po’ fastidioso che non ci saremmo mai aspettati di ritrovare, per caso, nella nostra città d’origine. Galleria Marconi, al civico 70, nata dall’ex fabbrica della Campari, è un centro commerciale reale nel centro commerciale diffuso, un meta-mall matrioska.

Eppure, la libreria Feltrinelli al civico 188 ha una sezione su Roma che occupa lo spazio di un comodino e un’altra, su Totti, che invece è grande come un armadio quattro stagioni. È intitolata: “Roma e il suo Re”. Fedeli, il grande negozio di abbigliamento, vanta sulle targhe dorate, a caratteri cubitali — con lo stesso orgoglio con cui Davide Cenci, in centro, declama Roma, Milano e New York — Roma, Bracciano e Ladispoli.

Per quanti sforzi possano fare quegli angioletti di Thun, così rossi in viso, a Roma l’umanità pareggia sempre.

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