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House the Casbah. Clubbing in Medio Oriente con Lele Sacchi

Cosa vuol dire fare clubbing in Medio Oriente? Ci siamo fatti guidare dal DJ tra Libano e Marocco, dietro le quinte dei festival principali

Motor City Drum Ensemble durante il suo set durante l'Oasis Festival a Marrakech, foto di Lahcen Mellal

Motor City Drum Ensemble durante il suo set durante l'Oasis Festival a Marrakech, foto di Lahcen Mellal

«La musica è una fuga e una necessità all’interno delle comunità problematiche. Nessuna guerra fermerà quello che abbiamo in questo momento, al limite potrà rendere più difficile il booking degli artisti internazionali. La musica ci porta vita». Più chiaro di così non potrebbe essere Ali Saleh, fondatore e manager di Uberhaus, organizzazione che gestisce diversi marchi di eventi di musica dance elettronica di qualità a Beirut. È una tiepida notte di novembre e siamo nel suo moderno e nuovissimo loft, prodotto dell’incessante recupero e sviluppo immobiliare della capitale. La notte precedente ho condiviso la console con Jackmaster, la più brillante nuova star della house britannica, per celebrare i cinque anni di questo sfolgorante esempio di successo del clubbing dell’area mediorientale.

È la seconda volta nel giro di sei mesi che torno a mixare a Beirut ed è difficile realizzare che a poche decine di chilometri sia in atto una delle guerre più sanguinose nella pur lunga e macabra storia bellica dell’area. Il confine di terra del piccolo “Stato dei cedri” è per l’80% con la Siria e ormai si è perso il conto delle centinaia di migliaia di profughi che vivono nei campi allestiti al di qua del confine per sfuggire alle barbarie in corso. A sud i vicini di casa sono gli israeliani ed è passata solo una decina di anni dall’ultimo scontro armato che ha coinvolto i due Stati.

Tutto questo nelle movimentatissime notti elettroniche di Uberhaus non si può percepire, sembra di essere in uno dei canonici raduni elettronici house e techno persino nell’estetica warehouse tipica della più progressiva scena berlinese o londinese, con una crowd equamente divisa fra uomini e donne che fumano (molto, come da tradizione mediorientale, e non solo tabacco), bevono (parecchio, ma ovviamente non tutti) e flirtano, ma con una attitudine verso le donne più rispettosa e meno machista di molta provincia italiana. Nella stagione estiva, i party si trasferiscono in luoghi open air e l’opening del magico enorme geodesio del The Gärten nell’area portuale è stata una delle date sotto le stelle più coinvolgenti dove abbia suonato l’estate scorsa: l’edonismo classico della club culture in salsa mediterranea in una delle sue vesti migliori.

«La scena elettronica è stata portata in Libano alla fine degli anni ’90», ribadisce Ali, «ed è grazie all’iconico Club B018 che dobbiamo il radicarsi di questa cultura. Da quel momento si è sviluppato un vero e proprio movimento, che ha lasciato indietro il vecchio stile legato alla musica commerciale, e ora ci ritroviamo anche una scena di artisti locali riconosciuti globalmente come Nicole Moudaber (una delle nuove regine della techno globale e protagonista di un richiestissimo dj set insieme a Skin degli Skunk Anansie, ndr), Rony Seikaly e Anthony Attalla, ma tantissimi sono pronti a esplodere e penso a nomi come Romax, Nesta, Ali Ajami e 3lias, tutti producer che pubblicano per label inglesi o tedesche». Assolutamente consigliato l’ascolto delle collaborazioni fra Nesta e il duo Silky Raven per credere.

Tutti i libanesi tengono molto a ribadire e rilanciare un’immagine che molti occidentali conoscono e che prima della lunghissima guerra civile (durata dal ’75 al ’90) aveva dato a Beirut l’alias di “Parigi del Medio Oriente” per la sua vibrante vita sociale e notturna, figlia dell’essere capitale di un multiculturalismo storicamente accettato in uno stato arabo a maggioranza musulmana, dove la convivenza e la lunga tradizione di divertimento notturno è ricominciata proprio negli anni ’90. Ogni weekend almeno quattro o cinque dj elettronici di caratura internazionale arrivano in città per far proseguire nella notte le migliaia di persone che affollano i bar dei luoghi della movida, dalla storica zona del commercio Hamra, alle viette di Gemmayzeh e alla più recente zona di elezione della comunità artsy/hipster di Mar Mikhael (dove si possono trovare bar della comunità LGBT anche senza esplicite bandiere arcobaleno). La visita nei luoghi monumentali durante il giorno non può non passare dalla zona di Place de l’Etoile, una volta centro dei negozi di lusso che la ricostruzione post-guerra civile ha reso una ghost area circondata da blindati e checkpoint.

Clubbing in Dubai

Gli attentati ai politici non sono finiti e, inoltre, gli investimenti dei ben più ortodossi distanti cugini del golfo sembrano essersi spostati, anche se non completamente, in altri luoghi e per quanto riguarda la nightlife se ne sono costruita una a casa loro, nel frattempo.

Ho suonato a Dubai tre volte, la prima nel gennaio 2010 in quella Barasti Beach dove ancora permeava l’onda lunga della prima data in Medio Oriente di Fatboy Slim davanti a migliaia di persone (à la Brighton Beach), momento che molti vedono come punto di partenza del clubbing Made in UAE. La prima cosa che si nota in ogni luogo deputato alla musica è che l’attività deve essere legata a un hotel o a un resort, in quanto unici luoghi che possiedono la licenza per la somministrazione di alcolici e, teoricamente, solo per i visitatori stranieri. D’altronde, a nessuno viene in mente di infrangere alcuna legge visto che nella comunità dei dj è ancora forte il ricordo del leggendario Grooverider (figura storica della drum’n’bass inglese) condannato per il possesso di due grammi di marijuana a 48 mesi di detenzione, di cui ne ha scontati 10 nonostante la mobilitazione del governo di Londra.

Pur stando dentro alle linee di demarcazione ben chiare dell’area dove ci si può divertire, la “luxury lifestyle” da depliant sta portando alla deriva commerciale quanto alcuni promoter stavano costruendo. Il defunto storico negozio di vinili e materiale per dj, Ohm Records, che gli annali vogliono primo negozio di vinili di dance ed elettronica del Medio Oriente, fu tra i primi a portare a Dubai i nomi credibili della club culture mondiale, cercando di bilanciare la commerciabilità con la qualità. Ora il mercato è sempre più orientato ad aprire venue in franchising di marchi riconoscibili, come Blue Marlin Ibiza o Armani Privé, dove il grosso dell’operatività viene dedicato alle visite di un parente degli emiri o di qualche ricco milionario che risolve gli incassi di tutto il mese con fantomatici ordini al tavolo. Dall’altro lato, ho avuto la fortuna di trovare in console un local dj/producer come JC Pinto, che con serate come Deep Like Thursdayz – il giovedì corrisponde al nostro venerdì nei Paesi di osservanza musulmana – porta la parte più cutting edge ed emergente della deep house europea (a gennaio il favoloso Love Over Entropy), per poi convogliare le energie con altri promoter nel vero grande evento qualitativo di Dubai, il bimestrale Groove on the Grass (da Nicolas Jaar agli Hot Chip, da Mano Le Tough ad Aguayo, ogni lineup è un vero e proprio festival).

È un mercato che si può permettere nomi internazionali anche in location come Calabar, in cui ho suonato di recente, dove non esiste una vera pista, ma solo dei tavoli sotto il Burj Khalifa. Quello che manca nella scena di una città come Dubai è, ovviamente, la massa degli abitanti lavoratori locali non expat o di classi alte. È totalmente assente la fetta proveniente dal subcontinente indiano, le migliaia di lavoratori che tengono in piedi la rutilante macchina emiratina senza potersi permettere minimamente i prezzi di questi party. La mancanza di un pubblico che rappresenti la cultura e la società del luogo pone Dubai in una posizione più vicina ad altri luoghi divenuti mecca del post-turismo clubbing (Las Vegas e Ibiza principalmente) più che alla non lontana Mecca vera e propria.

Le esperienze nel Maghreb

Quando mi è arrivata la proposta di suonare alla seconda edizione dell’Oasis Festival, a settembre a Marrakech, ho pensato che si sarebbe trattato di un appuntamento da catalogare in questo tipo di entertainment “sradicato”. Prevedevo una di quelle formule che avevo trovato in precedenza anche in un paio di altri festival di elettronica/dance che si svolgono da qualche anno sulle coste croate, nei quali di slavi autoctoni si incontrano quasi solo i lavoratori dietro ai banconi del bar o alle corrispondenti versioni invernali sulle Alpi austriache o svizzere, dove circa l’80% dei presenti in villaggi che sembrano dipinti dal grafico dei Loacker arrivano dalle Midlands britanniche.

Nel Maghreb avevo già vissuto due dj set nella vicina Tunisia. La prima volta nel 2004 a uno dei primissimi tentativi di prototipo di questi “export festival”. Allora era stato il colosso francese Club Med a provare a mettere in piedi una rassegna di dj di varia musica dance di qualità (al 90% dal coté french touch del giro che allora ruotava attorno a Paris Is Burning, mentre il restante 10% era il sottoscritto, a rappresentare les italiens) all’interno di uno dei villaggi dedicati ai giovani locato sulla splendida spiaggia di Byssatis. Flop completo, con i presenti più interessati ai megaschermi dove compariva Cassano piangente alla notizia del “biscotto scandinavo” durante l’Europeo portoghese di quell’estate piuttosto che alla deep house.

La seconda visita in Tunisia ha toni agrodolci. Nel 2012 ero stato chiamato a Le Fest, weekend di musica elettronica e arte digitale a Gammarth sulla costa poco fuori Tunisi, città che solo pochi mesi prima era stata uno degli epicentri di quello che sembrava un terremoto sociale e politico, chiamato Primavera Araba. Le sedi locali degli istituti di cultura europei avevano appoggiato economicamente questo festival e, infatti, a riguardare la lineup in cui mi sono trovato, fra Marcel Dettmann, The Black Dog, The Hacker e altri, sembrava che stesse per succedere qualcosa di importante. Organizzatori e pubblico erano per la quasi totalità local, con una minoranza di turisti stranieri ad affollare la spiaggia. Ascoltando le parole dello staff, dai driver agli assistenti tecnici, si percepiva l’entusiasmo e la volontà di tornare a sentirsi parte di una comunità globale fatta di musica (elettronica), di libertà d’espressione, di arte e di socialità.

Che la strada a quel punto non fosse tutta in discesa, però, lo si poteva predire facilmente anche solo dalla permanenza nel lussuoso resort adiacente al festival, dove si conviveva fianco a fianco con decine di mutilati e feriti ospitati dallo Stato tunisino e in riparo dalla vicina guerra civile libica. Le Fest, infatti, è proseguito solo fino al 2015, quando il mondo è rimasto attonito davanti alle immagini del terrorista che assassina 38 persone sulla spiaggia di Port El Kantaoui, ai miei occhi del tutto identica a quella in cui era stato montato un palco da cui ricordo che in quella notte io e Alden Tyrell avevamo sventagliato mitragliate, ma di beats e bassi, addosso a presenti le cui braccia erano alzate solo per gioia e abbracci. Ed è quindi con questo mix di pensieri e curiosità su quello che troverò all’Oasis Festival che atterro nella splendida Marrakech. Nel linguaggio dell’ambiente è quello che viene definito un boutique festival, ovvero che non mira a decine di migliaia di paganti, ma a un pubblico più limitato che vuole vivere un’esperienza meno massificata è più di qualità.

I nuovi boutique festival

La location è quella di una sorta di vera e propria oasi che si chiama The Source, luogo che durante l’anno è un resort con Spa e una predilezione per la musica: aiuole perfettamente rasate, cespugli di arbusti dagli odori tipici dell’area mediterranea, un souk di manifatture di qualità di piccoli produttori locali. La compagnia dietro alla produzione è americana e l’agenzia che si occupa della programmazione è londinese. Il tutto farebbe immediatamente pensare a un progetto esclusivamente turistico, invece il risultato finale è quello di un esperimento estremamente significativo nella volontà di fondere un’esperienza di musica dance ed elettronica in un contesto arabo.

La lineup è indubbiamente fra le migliori delle tante che mettono insieme nomi storici da cartellone techno come Jeff Mills e Derrick May alle nuovi grandi star come gli italiani Tale of Us o Dixon, fino ai più significativi nuovi nomi come The Black Madonna da un lato e Motor City Drum Ensemble (oltre a notevoli intuizioni in stile Red Rack’Em o Denis Horvat). I set cominciano dal pomeriggio per poter sfruttare la bellezza del posto, che offre un palco davanti a una piscina e l’altro in una sorta di canyon.

Per allontanarsi dalla routine dei festival totalmente turistici, la scelta della venue è stata fondamentale, perché, pur essendo in una zona semi-desertica, si trova a pochi minuti di macchina dal centro di Marrakech. Infatti, anche a occhio è notevole la presenza di marocchini fra il pubblico. Darren della Family, agenzia che cura il booking dell’evento, ci dà il dato: sono il 40% i biglietti venduti a pubblico locale. Abitanti di Marrakech che si distinguono in censo e stile dalle centinaia che guadagnano pochi euro con il turismo dell’enorme souk della città vecchia e che rimangono il primo impatto di uno straniero con i cittadini del luogo. Nessuna delle ragazze indigene che ballano fino all’alba porta il chador, ma tutti i presenti entrano in un mood locale grazie alla notevole scelta degli stand culinari che offrono cibo autoctono di alto livello in un’area interamente ispirata agli accampamenti berberi. Fortunatamente anche la tipica spavalderia alcolica delle grandi compagnie britanniche e nordeuropee in trasferta sembra mitigata dai profumi locali.

Parlando con amici italiani che lavorano a Marrakech e la frequentano da anni, abbiamo capito che la formula è ormai da considerare non più come un esperimento e negli ultimi anni la club culture di questa città si è spostata verso la ricerca musicale. Non è un caso sorprendente il successo di Amine K che, dai suoi party MorokoLoko, fondati qui nel 2009, è riuscito a portare il proprio suono dietro ai mixer più importanti della scena globale. Un paio di giovani artisti autoctoni erano già nella lineup di quest’anno e sono certo che nell’edizione 2017 ce ne saranno di più e anche che, senza intralci politico-militari-religiosi, il mondo della dance elettronica proveniente da tutti i territori arabi si svilupperà molto velocemente. Il successo del suono dei parigini Acid Arab o dei newyorkesi Bedouin ha già aperto le orecchie al mix.

Ora, con i semi che abbiamo visto iniziare a trasformarsi in germogli in alcune aree dell’ampio campo arabo, c’è solo da sperare che non arrivi l’ennesimo spargimento di veleno e si lasci crescere la cultura della dance, una naturale portatrice di pace.

 

 

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