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Quattro semplici regole per affrontare il ritorno al lavoro dopo le ferie

Il primo lunedì di settembre, conoscete altre combinazioni peggiori offerte dal calendario? Eppure basterà seguire un piccolo (e autorevole) manuale per non farsi abbattere dal ritorno in città. E vivere, davvero, anche senza le ferie

Foto: Icons8 team via Unsplash

Anche se il tuo feed Instagram è ancora pieno di spiagge cristalline, mari smeraldo e ciabattoni alla moda, non credergli: stiamo tornando tutti a lavorare. Le vacanze sono finite. Scappa da quella nostalgia immediata che ti assale in metropolitana e non piangere mentre inscatoli i ventilatori per riportarli in cantina, la vita va avanti. Non rompere le palle a tutti, l’estate è ciclica e l’anno prossimo tornerà per te, come per noi. Fai ordine sulla tua agenda: ora è tempo di lavorare e di lamentarsi di questo.

Chi di noi non ha quell’amicizia, quel parente, quel familiare o quel coinquilino che passa tutto il santo tempo a lagnarsi del suo lavoro di merda? E quanti di noi sono esattamente quella persona? Per i prossimi 9-10 mesi ne saremo circondati. Coinquilini, amicizie, famiglia, un esercito di dipendenti insoddisfatti, che riversano i loro problemi nelle vite altrui con una continuità da far diventare questo singhiozzante e incazzoso piagnucolio un secondo impiego non retribuito (non è nemmeno detto che lo sia il primo, figuriamoci).

Si entra in ufficio, si viene risucchiati nel grande nulla, si esce, si fa la spesa e si paga alla cassa fai-da-te, si cucina, ci si lamenta e via a letto a sognare di umiliare-mutilare-ammazzare il proprio datore di lavoro o di abbandonare tutto e vivere per sempre in quella spiaggia lattescente che abbiamo intravisto sul profilo di quell’influencer. Ma è davvero il lavoro a fare così schifo o è il modo in cui vi ci approcciamo?

Con la malinconia da sapore di sale per l’abbronzatura tanto agognata che andrà inesorabilmente a perdersi, spellandoci, ci ritroviamo imprigionati consensualmente tra negozi e uffici, con una voglia matta di fuggirne. Adattati ormai a questo sistema, dobbiamo però trovare una soluzione per non essere risucchiati nello stress delle tensioni di questi rapporti quotidiani, nonché evitare di monopolizzare il tempo libero con discorsi strettamente lavorativi, perdendo di vista il mondo reale, quello per cui i nostri rapporti umani non sono dettati da contratti. Diciamocelo, a nessuno importa delle nostre paranoie così tanto da sopportarci perennemente imbronciati, in fondo nemmeno noi stessi ci sopportiamo così. Quindi, perché non tentare di cambiare il modo in cui ci approcciamo?

A riguardo torna magnificamente utile ciò che scrisse Toni Morrison, premio Nobel per la Letteratura, sul New Yorker. Raccontò che dopo essersi lungamente lamentata con il padre per alcuni situazioni negative vissute in ufficio, lui le rispose “ascolta, tu non vivi lì. Tu vivi qui. Con la tua gente. Vai a lavorare. Guadagna i soldi. E torna a casa”. Da quel momento Morrison ha adottato, avendo il buon cuore di condividerle con noi, quattro regole auree che ogni dipendente dovrebbe affiggere come monito nel proprio loculo illuminato al neon, ogni primo giorno dopo il rientro dalle vacanze, proprio per riprendersi la libertà e lo spazio necessari,

  • Qualsiasi sia il tuo lavoro, svolgilo bene per te, non per il tuo capo
  • Sei tu che fai il tuo lavoro, non il lavoro a far di te ciò che sei
  • La tua vita reale è con noi, la tua famiglia
  • Tu non sei il lavoro che fai, sei la persona che sei

Queste quattro regole sono un piccolo mantra per ricordarci che ogni incazzatura, tensione e infelicità lavorativa non devono invadere il nostro quotidiano, ma rimanere confinate nell’orario d’ufficio e nei suoi appositi locali. Finito quel tempo e lasciato quello spazio, torniamo dalla nostra gente, alla nostra vita. C’è un mondo là fuori. Ed è tempo di tornarci a vivere. 

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