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WhatsApp e Facebook sotto inchiesta per violazione della privacy

Dopo l'acquisto di WhatsApp da parte di Facebook del 2014, non è ancora chiaro se la condivisione dati prevista dall'accordo sia in linea con la normativa per la tutela della privacy.

Niente nomi falsi. Mark Zuckerberg è sempre più rigido

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A due anni mezzo dell’acquisizione di WhatsApp da parte di Facebook, il 25 agosto scorso l’app di messaggistica più utilizzata al mondo aveva annunciato l’avvio della condivisione dei dati con il colosso di Mark Zuckerberg tramite un comunicato dal proprio blog ufficiale; per ogni utente cui verrà chiesto di spuntare la casella “accetto” da lì sarà automaticamente possibile a Facebook accedere ai contatti in rubrica e ai dati d’accesso dei clienti WhatsApp.

Per questo il Garante per la Privacy ieri ha aperto un’istruttoria, in modo da vederci chiaro su quali siano le effettive conseguenze della condivisione dati, invitando Facebook e WhatsApp a fornire il prima possibile la documentazione utile al caso per controllare che le misure per la difesa privacy siano conformi alle leggi italiane.

Nello specifico è stato chiesto di far luce sulla tipologia dei dati che verranno messi a disposizione di Facebook e sulla modalità concessa agli utenti di revocare il proprio consenso al trattamento dati; sembra, infatti, che per i clienti WhatsApp sarà impossibile scegliere quali dati condividere e che, inoltre, la possibilità di annullare l’invio dei propri dati a Facebook avrà un periodo di tempo limitato.

L’istruttoria segue la decisione dell’organo per la tutela della privacy di Amburgo, che ha intimato a Facebook di eliminare immediatamente qualsiasi dato eventualmente raccolto sinora via WhatsApp dai circa 35 milioni di utenti tedeschi. Alla base del veto sta l’inserimento automatico delle clausole riguardanti la condivisione dati quando invece, secondo le autorità tedesche, il consenso dovrebbe essere chiesto preventivamente e in maniera chiara.

Per cui, nonostante la crittografia end-to-end continuerà a proteggere i messaggi degli utenti, Facebook potrà accedere a determinati dati in modo da utilizzarli per campagne marketing mirate, anche se non è ancora stato reso noto su quale metodo si baseranno le decisioni di proporci una determinata pubblicità piuttosto che un’altra dato che, come assicurano, né verranno condivisi numeri telefonici con gli inserzionisti né verranno ospitati banner su WhatsApp.

Se nel 2009 WhatsApp nasceva dichiarando al mondo “Perché non vendiamo pubblicità”, auto-forgiandosi addirittura di uno slogan preso in prestito da Fight Club – “La pubblicità ci spinge a inseguire automobili e vestiti, e a fare lavori che odiamo per comprare cazzate che non ci servono” – sembra che i 19 miliardi di dollari versati nel febbraio 2014 da Zuckerberg abbiano fatto cambiare idea a Jan Koum, cofondatore di WhatsApp e ormai ex-paladino del diritto alla privacy contro lo sfruttamento gratuito dei big data da parti dei colossi di web come Google e Facebook.

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