"Una libertà felice", un'estratto dall'autobiografia di Marco Pannella | Rolling Stone Italia
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“Una libertà felice”, un’estratto dall’autobiografia di Marco Pannella

Esce per Mondadori il libro scritto negli ultimi mesi di vita dal leader dei Radicali, scomparso a maggio 2016. Pubblichiamo il suo racconto di una tribuna politica del 1978 in cui più di qualsiasi parola ha funzionato il silenzio

Marco Pannella fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Marco Pannella fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Del resto, ciascuno può dire tranquillamente che a volte mi capita di esagerare. Lo so anch’io. Magari posso pure perdermi nei percorsi infiniti dei miei pensieri e dei miei discorsi, pensieri e discorsi che spesso sono aggrovigliati, e anche nodosi. Però dovrete ammettere che almeno in una occasione sono ufficialmente stato il politico più silenzioso della nostra storia repubblicana. Non da solo, per la verità.

Sugli schermi di quella strana mamma di noi tutti che all’epoca era la Rai, quel giorno del 1978 apparimmo io, Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia e Mauro Mellini. Eravamo all’interno dello spazio autogestito, quello che bisognava riservare, per legge, a ciascuno dei gruppi parlamentari. La trasmissione si chiamava “Tribuna del Referendum”, e noi eravamo il comitato promotore di questi referendum.

In quella fascia, il tema fissato era l’abrogazione della legge Reale sull’ordine pubblico. Questa norma era stata approvata nel maggio 1975. Ed era l’ennesima porcata del fascismo di Stato. Quello resistente, quello strisciante, quello duro a morire. La legge l’aveva promossa Oronzo Reale, a quel tempo esponente del Partito repubblicano, chiamato a fare il ministro di Grazia e Giustizia. Gli aspetti più rilevanti per i quali organizzammo il referendum erano un’estensione e un inasprimento della carcerazione preventiva. In più, nel testo della legge appariva il permesso accordato alle forze dell’ordine di far uso delle armi non solo contro i violenti e i resistenti, ma anche per “impedire la consumazione di un delitto grave”. In pratica, non si faceva altro che rendere tutto più vago e fumoso, in modo che poi militari, polizia, carabinieri e divise autorizzate di ogni tipo potessero presentare davanti a un giudice qualsiasi abuso come pienamente legittimo e giustificabile.

Marco Pannella

Ci riunimmo al partito la mattina stessa in cui dovevamo registrare in Rai. «Mauro,» dissi a Mellini «hai idee su cosa dire?» «Macché,» rispose «niente di niente.» «E tu, Emma?» «Nemmeno io. Niente di niente.» Idee non ne venivano neppure a me. Allora cominciai a pensare a voce alta: “Qual è il messaggio che vogliamo comunicare? Il silenzio su questa campagna referendaria, direi, e la censura che hanno imposto alla campagna stessa e a noi. Però riflettiamo: se noi ora parliamo in tv, di qualsiasi cosa, siamo già in contraddizione. Come può parlare uno che dice di non poter parlare?”. Ecco, l’intuizione stava arrivando. Con uno slancio spontaneo. «Non pensate che potremmo star zitti? Anzi, metterci un bavaglio. Ecco, ci sono! Dovremmo apparire come agli italiani è apparso Aldo Moro in quella foto famosa. Con tutto il rispetto, anche noi eravamo vittime di una violenza.»

Era fatta, a Mauro e a Emma l’idea piacque. Insieme la mettemmo a punto, ed eravamo pronti per registrare. Quando Jader Jacobelli, che allora dirigeva le tribune politiche e le tribune elettorali della Rai, capì quello che avevamo in mente, ci chiese: «Ditemi almeno che questa cosa non durerà più di cinque minuti». Gli risposi che poteva, al limite, anche durare un po’ di più, ma che in fondo non aveva di che preoccuparsi, ci rivolgevamo ad alcune centinaia di migliaia di spettatori, per loro non avrebbe fatto differenza che il silenzio durasse cinque o dieci o quindici minuti. Mi pareva un po’ inquieto, ma devo dire che non oppose altra resistenza.

Tenete presente che, a quel tempo, le reti televisive erano due, il primo e il secondo canale Rai. E mentre noi stavamo zitti di qua, dall’altra parte mandavano in onda dei cartoni animati. Alcuni genitori mi hanno raccontato ciò che accadde in casa loro. Erano indignati di fronte alla nostra buffonata televisiva e volevano cambiare canale. Ma a quel punto i ragazzini, prima costretti a vedere quelle due palle di tribuna elettorale, si opposero: “No, lascia qui! Vediamo come va a finire”. Altri mi hanno detto che presero a cazzotti il televisore, convinti che ci fosse un guasto. È vero che avevamo un bavaglio, ma quel silenzio non sembrava possibile.

Io apparvi subito inquadrato con un fazzoletto che mi copriva la bocca. Appeso al petto, avevo un cartello che diceva:

la commissione
parlamentare
sulla rai-tv
abroga
la verità
e l’informazione
cittadini!
difendete subito
i vostri diritti!

Alla mia destra, la scritta esposta sul corpo di Mauro Mellini diceva invece:

contro
il popolo,
bavaglio
ai referendum!
cittadini!
difendete subito
i vostri diritti!

Al primo stacco, ci scambiammo tra noi i cartelli. Volevamo che il messaggio fosse forte e provocatorio, doveva assolutamente essere innovativo, sia per la televisione sia per la politica. Chi se ne frega se qualcuno ci avrebbe giudicati ridicoli, volevamo a ogni costo che la nostra strana testimonianza fosse chiara, che bucasse il video, come si usava dire a quel tempo. Meglio ancora se lo spaccava. Ma ci pensate? Venticinque minuti di silenzio totale, venticinque minuti in cui alcuni matti incollano gli spettatori davanti al televisore standosene immobili al cospetto di una telecamera.

La sola azione che continuavamo a compiere, in quello spazio sospeso e irreale, era mostrare noi stessi e alcuni cartelli. Vedete? La durata è la forma delle cose. Era la durata insolita di quella ripresa fissa a dar forma alla nostra azione. A noi importava che l’immagine di quei parlamentari
imbavagliati restasse negli occhi di tutti quelli che ci stavano guardando. Nessuno avrebbe commentato le nostre parole, quel silenzio, invece, fece esattamente il casino che avevamo immaginato.

Dunque ce ne restammo così, in silenzio assoluto per poco meno di mezz’ora, con quel bavaglio tra le labbra e quei cartelli sul petto. Poco meno di mezz’ora di una teorica tribuna televisiva, in cui non si era mai pronunciata una sola parola. Diciamolo, dài, una meravigliosa follia. Non si era mai visto niente del genere, non si era mai comunicato in quel modo. Figuriamoci nelle tv di quei tempi. Poco prima che i minuti messi a nostra disposizione scadessero,
io ed Emma ci liberammo dei bavagli e dei cartelli.

Fu lei a dire qualcosa. «Credo» dichiarò «che questi venticinque minuti vi siano sembrati un’eternità. È un anno che abbiamo raccolto le firme, ed è stato un anno senza alcuna informazione sui temi che sono oggetto del referendum. Trascorso così, è stato un anno che è sembrato un’eternità. Non solo a noi. Credo a voi tutti. Adesso sta a voi pretendere di togliere questo bavaglio. Sta a voi pretendere che ci sia una campagna di informazione seria e onesta su queste leggi.

Marco Pannella fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

Marco Pannella fotografato da Giovanni Gastel per Rolling Stone

A noi promotori è stato lasciato il 20 per cento del tempo complessivo destinato all’espressione del nostro pensiero. Non era stato così nemmeno all’epoca della Rai di Bernabei, l’epoca della campagna per il divorzio, allora il tempo concesso ai “Sì” e ai “No” fu diviso in parti uguali. Avete ricevuto una scheda, andrete a votare e quasi non sapete neanche per quali questioni. Perché nemmeno la Rai, nemmeno la tv di Stato ha voluto informarvi. Avessimo usato tutto il tempo a nostra disposizione per parlare di finanziamento pubblico, di legge Reale e di aborto, non sarebbe comunque stato sufficiente per spiegare tutto.»

Pensate, era stabilito che ai promotori fosse concessa una sola apparizione televisiva quaranta giorni prima del referendum, poi più niente. Nel frattempo poteva parlare chiunque, segretari, sottosegretari e sottosottosegretari di ciascun partito e partitino. Partiti che, per inciso, erano tutti
contrari ai nostri referendum.

Quella occasione m’ha insegnato che in Italia spesso si emette silenzio. Il vero fondamento della nostra democrazia reale è la disinformazione. La grande massa dei cittadini non sa quel che accade, e nemmeno quello che non accade. Se vuoi rompere la roccia del silenzio, se vuoi che si sappia ciò che dev’essere tenuto nascosto, devi rischiare di crepare con uno sciopero della fame, devi bere la tua stessa urina per non morire.

Le lotte che noi Radicali abbiamo condotto e vinto sono state regolarmente delle faticacce mostruose. Il nostro traguardo era semplicemente che di un tema si parlasse, che il paese, i cittadini, gli italiani di ogni parte politica lo conoscessero, che potessero riflettere e pensarci su, che potessero
avere un’opinione e decidere. Bene, solo per questo risultato eravamo costretti a mettere in scena decine e decine di iniziative a volte folli, a volte istituzionali, a volte spettacolari. Decine e decine ogni volta, credetemi. Solo per costringere i guardiani del silenzio ad aprire uno spiraglio. I guardiani del silenzio sanno di avere un alleato, un’arma potentissima. Sanno che i disperati non gridano, perché non hanno forza. Sanno che i disperati rinunciano anche a gridare.

L’amore è uno scandalo, come la libertà.

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