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Un testimone al processo El Chapo ha descritto le “case della morte” del Cartello

Il brutale impero dei narcos messicani raccontato per la prima volta dal basso: la storia tragicomica di Edgar Galván, trafficante sì ma assassino no

Joaquin Guzman, a.k.a. "El Chapo", al momento del suo arresto nel 2016. Foto: XINHUA/SIPA/1601091240

Edgar Ivan Galván fa risalire le origini di tutti i suoi guai al periodo, dopo il suo divorzio nel 2003, in cui iniziò a passare le serate nei nightclub di Ciudad Juarez.

Quello che era iniziato come divertimento, ovvero fare festa e prendere droghe con gli amici, si è trasformato in una disastrosa carriera come trafficante di droga e di armi, una condanna federale a 24 anni di reclusione e la poco invidiabile posizione di testimone contro Joaquin “El Chapo” Guzmán, il presunto boss del cartello di Sinaloa e l’uomo che secondo Galván era il capo del capo del suo capo.

Galván, 41 anni, è apparso in tribunale a New York questa settimana per fornire dettagli sui suoi affari lungo il confine tra Messico e USA con un violento affiliato del Chapo a Ciudad Juarez: la testa d’ariete di uno sforzo del Cartello di Sinaloa, avvenuto verso la metà del primi anni Duemila, per conquistare con la forza le più importanti rotte di traffico che appartenevano al precedente alleato di Guzmán, il Cartello di Juarez.

Di tutti i testimoni che hanno accettato di accusare il proprio ex boss nella speranza di vedersi ridurre la condanna ed entrare nel programma federale USA di protezione testimoni, Galván è quello più distante da Guzmán. Non ha mai incontrato El Chapo, e solo una volta ha sentito la voce del padrino squillare attraverso il telefono push-to-talk di un collega.

Ma mentre i narcos di alto livello che lo hanno preceduto hanno illustrato ampie sezioni del presunto impero del Chapo, la testimonianza di Galvan offre uno scorcio sulla modesta vita della fanteria del Cartello.

Galván non è un pesce piccolo, essendo stato arrestato in Florida nel 2005 più di duecento chili di marijuana. Ma a differenza di alcuni dei testimoni che sono venuti prima di lui, diventati favolosamente ricchi prima della loro caduta, Galván sembra costituire una figura quasi patetica, che descrive come tutti i suoi sforzi per avere successo nel mondo dell’illegalità siano finiti in farsa.

Il 41enne naturalizzato americano ha raccontato durante il processo che, prima del suo coinvolgimento nel Cartello, aveva lavorato come fruttivendolo e quindi come tassista a El Paso, Texas. Ma tutto è cambiato nel 2003, quando Galván ha iniziato a bazzicare i locali notturni di Ciudad Juarez, oltre il confine. È lì, dice, che è venuto in contatto con i trafficanti di droga, iniziando a trasportare importanti carichi di marijuana.

Presso una “casa di feste” che aveva affittato insieme a un amico a El Paso, Galván ha incontrato Antonio Marrufo, detto “Giaguaro”, un trafficante che all’epoca lavorava per La Línea – la gang di strada che serve come braccio armato del cartello di Juarez. All’inizio la loro relazione era occasionale, e Galván descrive il Giaguaro come un uomo vestito con abiti umili, simile a un contadino di un ranch messicano.

Ma alcuni anni più tardi, verso la fine del 2008, Galván ricevette una chiamata dal suo vecchio amico di festini. Giaguaro gli chiedeva di raggiungerlo a Juarez, perché aveva una proposta di affari per lui. Ora Giaguaro era vestito con abiti firmati e, cosa più importante, non faceva più parte della Línea – il suo rapporto con l’organizzazione si era interrotto quando era stato rapito da uno dei membri più importanti. Ora, rivelò a Galván, prendeva ordini da nuovi capi. Il Cartello di Sinaloa era nel pieno di un’aggressiva azione per conquistare Juarez, e voleva che Giaguaro ne diventasse uno dei principali attori. Così chiese a Galván se volesse diventare il suo uomo di fiducia, per gestire i depositi, al di là del confine americano, in cui la merca di Sinaloa veniva stoccata in attesa di essere portata sulle reti di distribuzione di Chicago o Atlanta.

“Mi disse che tutta la coca che aveva veniva da El Chapo Guzmán”, ha rivelato Galván.

Nonostante a quel punto fosse già un trafficante da diversi anni, e i suoi rapporti con Giaguaro fossero amichevoli, Galván resto turbato da quell’offerta. Aveva sempre saputo che Giaguaro era capace di azioni violente. Ma ora si rivelò per essere un killer a sangue freddo, intrattenendo il povero Galván con continui racconti di brutalità e portandolo persino a visitare una delle famigerate “case della morte” del Cartello, in cui di solito una stanza era rivestita fino al soffitto di piastrelle bianche, con uno scarico al centro del pavimento, per facilitare la pulizia del sangue.

“Quelle case sono insonorizzate. Uno può anche mettersi a gridare, ma non ne esce un suono. È lì che il Cartello porta la gente per ucciderla”, ha detto Galván ai giudici.

In ogni caso, Galván accettò il lavoro. “Giaguaro non è il genere di persona che ti chiede qualcosa”, dice il mite 41enne. “Lui dà ordini”.

Per un po’, le cose per Edgar andarono bene. Lavorando con Giaguaro, aiutò a nascondere e poi spedire circa 250 chili di cocaina nel corso dei due anni successivi, insieme a un paio di tonnellate di marijuana. Ma c’era un dettaglio non da poco: Galván non veniva pagato. La paura del grilletto facile del suo capo gli aveva impedito di discutere del suo compenso, e Giaguaro non sembrava preoccuparsi troppo di andare sull’argomento.

Così quando un conoscente di nome Martín, che Galván aveva assoldato per gestire un deposito di droga, venne arrestato con 12 kg di coca, Galván vide un’opportunità, sapendo che altri 50 kg erano rimasti nel nascondiglio, apparentemente non trovati dalla polizia. Quando Galván riuscì a recuperare la cocaina, Giaguaro ne fu così sollevato che non fece caso al fatto che i 50 kg erano diventato 48. Per essere finalmente ricompensato, e per pagare un avvocato a Martín, Galván aveva venduto i due kg trafugati a un trafficante che conosceva a El Paso.

“Non ho mai detto la verità”, ammette Galván. “Avevo paura di chiedere denaro al Giaguaro. Avevo paura di lui”.

Galván ha raccontato di essersi trovato in un’altra situazione spinosa quando Giaguaro gli impose di assassinare un trafficante rivale di nome Freddy, che si nascondeva a El Paso mentre i suoi uomini spacciavano su una piazza che Giaguaro voleva per se stesso. Galván dice che gli fu ordinato di procurarsi una pistola col silenziatore per far fuori il tizio ma, al momento di farlo, esitò: era uno spacciatore, certo, ma non era assetato di sangue come il suo capo. Racconta quindi di avere ordinato a uno dei suoi uomini di occuparsene, ma solo quando avesse dato il suo via libera. Cosa che sostiene di non avere mai fatto.

“Non sono un assassino”, ha detto ai giudici. “Non avevo intenzione di fare uccidere nessuno”.

Fortunatamente per Galván, non ce ne fu bisogno. Circa due settimane dopo, ricevette una chiamata da Giaguaro che gli ordinava di uccidere Freddy immediatamente: aveva incontrato alcuni degli uomini di Freddy in un parco di Juarez, ed era furioso. Ma poco dopo lo richiamò, di ottimo umore: aveva incontrato per caso Freddy, e lo aveva fatto fuori lui stesso.

Un’altra volta, Giaguaro chiese a Galván di andare a casa di un viejito, un vecchietto. “Mi disse di ucciderlo”, dice Galván. Ma anche in questo caso riuscì a temporeggiare, e il vecchietto sopravvisse.

Spostare droga ed evitare di uccidere la gente non furono gli unici lavori che Galván fece per Giaguaro. Durante il periodo in cui i due lavorarono insieme, la violenza a Ciudad Juarez raggiunse livelli mai visti prima, in parte a causa alla guerra che El Chapo aveva lanciato nello sforzo di conquistare la città. Giaguaro e gli altri sicari affiliati a Sinaloa combattevano in pieno giorno contro gli uomini al soldo del cartello di Juarez, e per farlo avevano bisogno di armi.

Giaguaro chiese a Galván di coordinare alcune spedizioni di armi – o, come Giaguaro le chiamava, juguetitos, “giocattolini” – acquistate negli Stati Uniti, e quindi di tenerle al sicuro nei nascondigli di El Paso, in attesa di ricevere il via libera dai funzionari che aveva corrotto presso la dogana messicana per trasportare le armi attraverso il confine. Galván dice di avere contribuito a quattro trasporti riusciti, principalmente kalashnikov ma anche fucili di precisione calibro .50 e alcuni giubbotti antiproiettile.

L’ultima consegna, comunque, andò male. Per ragioni non chiare, il carico di AK e giubbotti antiproiettile restò fermo in un nascondiglio di El Paso per tre settimane, causando a Galván una crisi di nervi. Finalmente ricevette la chiamata dal Giaguaro. Le armi potevano essere spostate.

Galván, che al quel punto si era risposato, era occupato a dipingere i muri della sua nuova casa quando ricevette la chiamata, e dopo avere mandato il suo migliore amico a ritirare le armi, decise di andare a controllare il nascondiglio lui stesso, dato che distava solo cinque minuti. Ma quando arrivò, vide che il posto brulicava di poliziotti.

Chiamò Giaguaro per riportare la pessima notizia, e trovò il suo temibile capo “davvero incazzato”, dice Galván. Giaguaro gli intimò di trovare chi avesse fatto la spia, e di impiccarla.

“Quella è stata l’ultima volta che ho parlato con Giaguaro”, ha detto Galván ai giudici durante il processo.

Dopo quell’episodio, le cose andarono sempre peggio per Galván. Cercò di restare nell’ambiente del narcotraffico, ma niente sembrava funzionare. “Tutto quello che facevo in qualche modo falliva”, si è lamentato durante il processo. Nel febbraio del 2011, i poliziotti risalirono a Galván, e lo arrestarono per associazione a delinquere legata al traffico di droga e di armi. Dopo essersi dichiarato colpevole, è rimasto sconvolto nel ricevere una condanna a scontare 24 armi presso una prigione federale. La sua sola speranza, in questo momento, è che la collaborazione nel testimoniare contro il suo ex boss gli faccia guadagnare una riduzione della pena.

Interrogato dal team di difesa del Chapo Guzmán lo scorso martedì, Galván ha rivelato un altro motivo per cui ha deciso di testimoniare: riscattarsi agli occhi di sua figlia, che aveva 13 anni al momento dell’arresto e non ha saputo nulla del passato criminale del padre finché non ne ha compiuti 18.

“Ha scoperto chi era davvero suo papà, e adesso non vuole più parlarmi. In futuro voglio che mia figlia sappia che ho fatto la cosa giusta”, ha confessato cercando di trattenere le lacrime. “Domani sarà fiera di me”.

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