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«Un canadese su 4 usa cannabis, ora tagliamo fuori la mafia»

Parla Allan Rewak, direttore dell'associazione dei produttori di cannabis in Canada. Il Paese è appena diventato il primo del G7 a legalizzare la pianta. «Tanti vedranno, e ci seguiranno».

Foto: Arindam Shivaani/REX/Shutterstock

Per entrare in vigore, a dire il vero, manca ancora un dettaglio: la firma di Julie Payette, ex astronauta e ora governatore generale del Paese, la più diretta emenazione entro i confini di sua maestà Regina Elisabetta, che di quelle terre rimane il capo dello Stato e il comandante in capo delle forze armate.

Espletato il passaggio, che rimanda a un’epoca coloniale mai del tutto terminata dal punto di vista delle formalità quando si parla di Commonwealth, il Canada diverrà il primo Paese del G7 a consentire (in ogni forma) il consumo della cannabis.

Alla foglia d’acero si affianca dunque quella di marijuana, che a quelle latitudini era stata messa fuorilegge nel 1923. Le cose sono cambiate con il tempo: nel 2001 è stato introdotto l’utilizzo a fini terapeutici della pianta, mentre nei vicini Stati Uniti – dal Colorado alla California – la legalizzazione della cannabis a scopi ricreativi conquistava sempre più estimatori.

Nelle scorse settimane è arrivato l’ultimo via libera del parlamento canadese al Bill C-45, il Cannabis Act, che rimuove ogni bando al consumo di canapa. Fondamentale il ruolo del premier Justin Trudeau, che conferma la sua attitudine liberal e progressista.

Il Canada si somma a Uruguay, Bangladesh e Corea del Nord, tra gli Stati in cui la cannabis è legale, parzialmente diverso il discorso per i coffee shop olandesi e per le tante realtà, dal Portogallo alla Giamaica, che hanno invece provveduto alla depenalizzazione della sostanza. Una lista in cui non figura l’Italia, visti i nuovi passi indietro a cui rischiamo di assistere persino per quanto riguarda la cosiddetta cannabis light, quasi sprovvista di THC.

Il Canada potrebbe innescare un meccanismo a catena tra gli altri Paesi? Lo abbiamo chiesto a Allan Rewak, direttore del Cannabis Council of Canada, l’associazione di categoria che raduna oltre l’80% dei produttori di cannabis del Paese.

Cosa succede ora? Quali sono i prossimi passi?

Oltre all’assenso reale, c’è ancora molto lavoro da fare. La legge che regolamenta il settore sarà inserita in gazzetta ufficiale, il che permettà a tutti – e anche a noi – di capire con esattezza il nuovo regime, ciò che si può e non si può fare. A quel punto le varie aziende dovranno garantire il pieno rispetto della norma, dal pagamento delle tasse alla registrazione presso i registri dei produttori. Poi bisognerà organizzare tutto il sistema di distribuzione dei prodotti, la commercializzazione. Noi ci siamo dati il 17 ottobre come giorno in cui festeggiare la piena legalizzazione, fino ad allora bisognerà darsi da fare.

In una precedente intervista parlavi di “un’industria su scala mondiale con incredibili opportunità per i cittadini”. Quali?

La cannabis legale è una autentica industria, non significa solo coltivare qualche pianta. Vuole dire creare un nuovo ecosistema di imprese e un indotto enorme: aziende di lampade a LED, di oggetti per le serre, assicurazioni, l’informatizzazione del settore. E tutti i posti di lavoro che tutto questo comporta. e una volta che si aprirà davvero alla canapa commestibile e agli usi della pianta, questo miracolo – anche di business – sarà sotto gli occhi di tutti.

In Italia chi si batte per la legalizzazione mette al primo punto il contrasto alle mafie. E lì da voi?

Anche per noi la questione è la prima della lista. Non legalizziamo la cannabis perché il primo ministro voleva sballarsi, ma perché abbiamo capito che il proibizionismo ha fallito. Oggi un canadese su 4 consuma cannabis, per cui non aveva alcun senso lasciare che questo prodotto – molto meno dannoso di altre sostanze tossiche – sovvenzionasse mafie e criminalità. Abbiamo deciso di farlo uscire dall’ombra, per regolarlo e controllarlo meglio.

Piante di Cannabis al Biodiversity Park dell'Expo 2015. Foto: Furlan / Newpress

Piante di Cannabis al Biodiversity Park dell’Expo 2015. Foto: Furlan / Newpress


Come avete fatto a portare la maggioranza dei canadesi sulla strada della legalizzazione?

Facendo capire che il proibizionismo ha causato più danni che benefici. Giovani vite rovinate dalla criminalità e consumo in crescita tra i ragazzini, fiumi di soldi nelle casse delle organizzazioni mafiose. Il governo ha così trovato la spalla nel popolo canadese per la sua decisione di cambiare, e meglio regolare produzione o uso della cannabis. Per sopprimere il mercato nero ci vorrà tempo, ma succederà, come è stato abbattuto il proibizionismo sugli alcoolici.

Conosci la vicenda italiana e la “nostra” cannabis light?

Ne ho sentito parlare, ma non ho mai visto il prodotto di persona. Però conosco molto bene gli effetti benefici e rilassanti che il CBD ha avuto su numerosi pazienti qui in Canada.

Pensi che l’onda lunga della legalizzazione arriverà in altri Paesi?

Più di 30 Paesi hanno legalizzato la marijuana a scopi terapeutici, e quando in giro si vedranno i vantaggi economici e sociali della legalizzazione (tra i maggiorenni) in Canada, sono sicuro che tanti altri Stati faranno la corsa a unirsi al club degli antiproibizionisti, e legalizzare la cannabis a scopi terapeutici.

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