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Trump conferma: «Volevo condividere con la Russia informazioni sul terrorismo»

Dopo i tentativi del suo staff di smentire le rivelazioni del Washington Post, il presidente ha ammesso di aver confidato informazioni top secret a una potenza rivale, mentre dagli Stati Uniti scrivono "lo ha fatto per vantarsi"

Foto di Pete Marovich/Pool via Bloomberg

Che Trump abbia un metodo tutto suo di definire il proprio atteggiamento sul fronte della politica estera è un dato ormai assodato, soprattutto se in ballo c’è la questione siriana. Infatti, dopo l’ambiguità con cui aveva trattato la posizione interventista americana in una campagna elettorale contraddistinta da una serie di affermazioni speculari e contrarie a quelle che furono le posizioni della Clinton nel 2013, quando l’allora segretario di Stato si espresse favorevolmente all’invasione dell’Iraq, appena avuto l’occasione l’attuale presidente si è gettato a testa bassa su un fronte che la precedente gestione Obama aveva, al contrario, sempre trattato con le pinze.

Per cui, dopo i bombardamenti più muscolari che mirati degli ultimi mesi, diretti contro una base aerea di Assad prima e contro un presunto quartier generale ISIS poi – con tanto di machissima super bomba scagliata sull’Afghanistan – Trump sembrava aver espresso una posizione chiara per poi, durante la scorsa settimana, tornare nell’ombra grazie agli inediti colloqui con il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Sergei Kislak, cui l’ex Tycoon avrebbe confidato informazioni militari estremamente riservate.

A riferirlo è un articolo pubblicato sul Washington Post e riportato da tutte le testate mondiali secondo cui, direttamente nella Sala Ovale, Trump avrebbe spifferato ai russi di come gli Stati Uniti fossero stati messi in guardia di un imminente attentato dello Stato Islamico, preparato utilizzando una bomba nascosta dentro un computer portatile da trasportare su un aereo civile. Le confessioni del presidente, inoltre, si arricchivano di preziosi dettagli su quale città della Siria sarebbe stata colpita e, soprattutto, da chi questa informazione provenisse dato che, come molti ipotizzano, la fonte potrebbe venire proprio da qualcuno inserito nelle alte sfere dello Stato Islamico.

Immaginabile come l’articolo del Post possa aver scatenato un delirio mediatico che, dopo le goffe smentite da parte della Casa Bianca, si è concluso con alcuni tweet pubblicati dallo stesso Donald dove, con la consueta diplomazia, il presidente ha condiviso con il mondo la sua irrefrenabile voglia di riferire alla Russia le informazioni, mandando quindi in fumo, in poco meno di 300 caratteri, tutto il lavoro di insabbiamento portato avanti nelle scorse ore dal segretario di Stato, Rex Tillerson, e dal consigliere alla Sicurezza nazionale, H.R. McMaster.

Infinite sono le ragioni per cui il mondo è rimasto basito dalla ultime notizie provenienti dalla Casa Bianca, considerando anche il recente licenziamento voluto da Trump di James Comey, ex direttore dell’FBI a capo proprio delle indagini volte a far luce su un possibile coinvolgimento della Russia nelle ultime elezioni politiche americane. Per non parlare poi di come Stati Uniti e Russia, nonostante l’ammirazione che lega Trump a Vladimir Putin, rimangano due superpotenze rivali praticamente su tutti i fronti geopolitici internazionali e, in particolar modo, proprio su quello siriano, dove il Cremlino è un forte alleato di Iran e del regime di Assad; insomma non propriamente due Paesi sostenitori del processo di ‘democratizzazione’ Made In USA.

Il colloquio avvenuto il 10 maggio alla Casa Bianca tra Donald Trump, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (sinistra) e l'ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergei Kislyak (destra). Foto di Alexander ShcherbakTASS via Getty Images

Il colloquio avvenuto il 10 maggio alla Casa Bianca tra Donald Trump, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov (sinistra) e l’ambasciatore russo negli Stati Uniti Sergei Kislyak (destra). Foto di Alexander ShcherbakTASS via Getty Images

A questo si aggiunga che rivelare la fonte di un’informazione top secret è il primo passo per compromettere per sempre quella fonte e danneggiare, inoltre, tutte le altre operazioni di intelligence che più o meno indirettamente a quella fonte erano collegate, soprattutto se l’informazione viene da un alleato infiltrato nelle forze dell’ISIS. Immaginate poi per un secondo di essere un alleato dell’esercito americano: dopo che Trump ha rivelato la vostra identità a una potenza rivale, voi continuereste nel vostro lavoro di spionaggio come se niente fosse? Difficile.

Inoltre, l’allerta immediata di CIA e NSA dopo la notizia del Washington Post – con conseguente richiesta ufficiale di non pubblicare più nulla a riguardo – fuga ogni dubbio riguardo la possibilità che Trump abbia usato le informazioni come merce di scambio. Al contrario, le azioni di Trump suggeriscono tutta la spensieratezza di un presidente che potrebbe aver rivelato informazioni – e soprattutto la fonte – principalmente “per vantarsi” davanti a figure politiche importanti come Lavrov e Kislak, scrive sull’Atlantic l’ex consigliere speciale di Condoleezza Rice, Eliot Cohen, aggiungendo di come in questo modo abbia dimostrato «non solo un pessimo controllo di sé, ma anche quanto sia facile manipolarlo, soprattutto per diplomatici e negoziatori esperti e scafati».

È in questo clima, quindi, che Trump si prepara in vista del G7 previsto a Taormina il prossimo 26 maggio, rivelando dettagli militari per cui qualunque altra persona, escluso il presidente, sarebbe stata processata per alto tradimento, sferrando un destro ben assestato alla credibilità degli Stati Uniti come portabandiera della sicurezza e della lotta al terrorismo in cui è coinvolto l’Occidente. Insomma, Make America Great Again, vero Donald?

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