Tom Wolfe e l’eredità del New Journalism

Dalle storie degli astronauti fino al 'Falò delle vanità', la storia dello scrittore gentiluomo che con Rolling Stone ha cambiato per sempre il giornalismo

Tom Wolfe, foto USA TODAY NETWORK / IPA


Negli anni ’60 gli esperimenti con gli acidi di Ken Kesey e dei suoi Merry Pranksters erano il cuore pulsante della rivoluzione psichedelica: feste dal tramonto all’alba, spesso nella Bay Area, riunivano fricchettoni e Hell’s Angels con LSD gratuito in boccette di plastica e l’accompagnamento live dei Grateful Dead. Una notte, nel 1966, Kesey e i suoi seguaci si ritrovarono di fronte a una figura improbabile: un giornalista nato in Virginia dall’aria elegante vestito con un completo in tre pezzi.

Il libro che Tom Wolfe scrisse su Kesey e il suo universo, The Electric Kool-Aid Acid Tests, diventò il primo grande ritratto della controcultura dei sixties. Allo stesso tempo ridefinì tutto il giornalismo grazie al suo stile frenetico e avventuroso che trascinava i lettori al centro dell’azione. “Neanche il mondo hip di New York”, scrisse Wolfe di uno dei leggendari viaggi in bus di Kesey, “era pronto per questo gruppo di persone in giro per l’America continentale a bordo di un bus ricoperto di mandala e che agitavano telecamere e microfoni verso ogni diavolo di angolo di questo diavolo di paese mentre Neal Cassady guidava tra le curve come Super Hud…”.

All’epoca Wolfe diventò la penna più importante di tutti i magazine del paese, e i suoi pezzi – che sembravano più romanzi che giornalismo tradizionale – fondarono un movimento che ora conosciamo come New Journalism. Tra gli ammiratori di The Electric Kool-Aid Acid Test c’era anche il direttore di Rolling Stone Jann S. Wenner. «Avevo partecipato ad alcune di quelle serate, ed ero sconvolto da quanto il suo racconto fosse accurato, da come fosse riuscito ad entrare in quel mondo allucinato», ricorda. Nel 1969 il giovane editor raggiunse Wolfe, voleva capire se fosse interessato a scrivere per la sua rivista. Rolling Stone aveva solo due anni, e conquistare una penna del genere sarebbe stato un gran colpo.

Wolfe, per fortuna, era un ammiratore. «In un’epoca in cui tutti parlavano della competizione con la tv e di pezzi sempre più sintetici», diceva, «Jann ti lasciava libero». I due cominciarono a scambiarsi lettere. “Leggo Rolling Stone con molto piacere”, gli scrisse una volta. “Sono orgoglioso di voi”, aggiunse. Era l’inizio di un’amicizia decennale che avrebbe portato Wolfe e la sua carriera verso nuove altezze. Dopo alcuni passi falsi, Wenner suggerì a Wolfe di raccontare il lancio dell’Apollo 17 del 1972, l’ultimo atterraggio sulla luna. Tutta la letteratura giornalistica sulle vite degli astronauti era sotto il diretto controllo dell’ufficio pubbliche relazioni della NASA, e quel mondo rappresentava una gigantesca storia da raccontare.

Tom Wolfe. Foto USA TODAY NETWORK / IPA

Nessuno dei protagonisti – a parte Scott Carpenter – conosceva Rolling Stone, ma la tenacia di Wolfe e la sua genuina curiosità gli aprirono porte che erano rimaste chiuse a tutti gli altri. «È il primo motore del giornalismo, andare in giro a chiedere alla gente cosa sta accadendo in una certa situazione», diceva. La sua personale odissea nello spazio diventò un pezzo in quattro parti intitolato Post-Orbital Remorse. Il primo capitolo, The Brotherhood of the Right Stuff, venne pubblicato a gennaio 1973. Wolfe scriveva e raccontava della vita assurda degli astronauti utilizzando la loro voce. “Solo Dio sa quanto la stampa ci abbia malgiudicato. Non capisco come abbiano fatto a pensare che una manciata di piloti da simulatore o da combattimento potessero trasformarsi in manichini da medaglia al merito solo per aver ricevuto il titolo di Astronauti”.

Anche le bozze manoscritte erano opere d’arte: Wolfe consegnava fogli ricchi di correzioni, spesso addobbati da commenti surreali a bordo pagina. Post-Orbital Remorse fu un trionfo, apprezzatissimo anche dai diretti interessati. In una lettera per Wolfe ricevuta da Rolling, Carpenter scrisse: “Il pezzo è eccellente. Non riesco a capacitarmi di come sia possibile scrivere così”.

Nella versione-romanzo della storia, intitolata The Right Stuff e pubblicata nel ’79, appare anche un sottile omaggio al magazine, rappresentato dal racconto di Chuck Yeager e dei suoi tentativi di rompere la barriera del suono. Lo stile è un chiaro omaggio a quello di Hunter S. Thompson, che Wolfe considerava «il Mark Twain del 20esimo secolo».

Poi, nel 1974, con il suo Funky Chic gettò uno sguardo critico verso la controcultura, concentrandosi sullo “stile Late Army Surplus” – vecchi jeans, poncho, camicie da lavoro -, che considerava una scorciatoia per sentirsi simili agli oppressi: “Non ho mai incontrato militanti neri, o latini, che non abbiano deriso gli outfit da poveracci dei loro alleati del movimento studentesco bianco, o la fissazione con la parlata del ghetto, con tutti quei man e i baby e i brother”.

Ero sconvolto da quanto il suo racconto fosse accurato, da come fosse riuscito ad entrare in quel mondo allucinato

Sarà la sua avventura successiva, però, la più audace: un romanzo sulla New York caotica e divisa dell’epoca, sullo stile di Vanity Fair di Thackeray. Per essere sicuro di riuscire a terminarlo, Wolfe chiese la pubblicazione a puntate, proprio come si usava fare ai tempi di Dickens e Thackeray. Wenner ne fu subito intrigato, e per più di un anno tutti i numeri di Rolling contenevano un capitolo di 5.500 battute.

Il falò delle vanità era il racconto satirico delle vicende di Sherman McCoy, dell’incidente automobilistico che gli distrusse la carriera e di un sistema giudiziario paludoso. Wolfe consegnò i primi tre capitoli in una singola tranche, voleva guadagnare tempo, ma il magazine pubblicò tutto in due numeri. «Ho aperto il primo e oh mio Dio», ha raccontato Wolfe. «Jann voleva iniziare con il botto». La scrittura diventò una gara. «Ricordo molto bene lo stress del momento», ha detto. «È tutto nelle tue mani e non c’è niente che nessuno possa fare per te».

Per rispettare le consegne si ritrovava spesso a lavorare negli uffici sulla Fifth Avenue. Era tra gli ultimi a tornare a casa, e mentre correggeva le bozze diventò chiaro che il suo New Journalism avrebbe funzionato anche in un romanzo. Nessun magazine aveva niente di simile. Ma Wolfe, come sempre perfezionista, decise di riscrivere comunque parte del Falò per la pubblicazione integrale.

La sua professionalità rimase intatta anche per l’ultima collaborazione con il magazine: Ambush at Fort Bragg, pubblicata in due parti nel 1996. Il racconto sviscerava il mondo dei telegiornali e le atrocità legali e illegali che i giornalisti erano disposti ad affrontare per uno “scoop”. Come sempre, Wolfe lavorava in profondità. «Sono al terzo round… della mia battaglia con il capitolo sul Whitney», scrisse a Wenner nel 1995. «Questa volta forse è quella buona».

Negli anni successivi Rolling Stone pubblicò estratti di tutti i suoi romanzi post-falò: Un uomo vero (per cui Wenner lavorò come editor) era altrettanto ricco di personaggi, una storia da dark-side-of-America di tensioni razziali nella Georgia di fine anni ’90. I Am Charlotte Simmons, pubblicato nel 2004, il racconto della vita in un college d’élite attraverso gli occhi di una matricola dell’Appalachia; come sempre Wolfe passò del tempo in alcuni college – «in incognito», scherzava parlando dell’assenza del suo solito abito tre pezzi – per assicurarsi che il suo ritratto delle confraternite fosse il più accurato possibile.

Il contributo di Wolfe alla vita di Rolling Stone è stato enorme e spesso inaspettato: fu il primo a parlare a Wenner di un nuovo genere musicale nato nel Bronx. Si chiamava hip-hop. Il suo lavoro trasformò il magazine nella casa del giornalismo d’avanguardia. «Se ci pensate», ha detto una volta, «l’idea che una rivista dedicata al rock potesse ospitare così tanto grande giornalismo… è un bel risultato. Jann era sempre disposto a sperimentare con l’irrazionale nel nome del magazine. E ha sempre avuto ragione».

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