Siria: oggi si commemora un genocidio, come il 27 gennaio

Sono passati sette anni, sono morte più di 500mila persone, 13 milioni di sfollati e di questi 3 sono bambini. Un genocidio ignorato a 2000 km da noi.

Foto Xinhua / IPA


Daraa, Marzo 2011.

Quindici ragazzini vengono arrestati dai servizi segreti del regime siriano con l’accusa di aver scritto slogan rivoluzionari contro il dittatore Bashar al-Assad. Vengono detenuti e torturati per giorni. Uno di loro viene riconsegnato alla famiglia morto e orribilmente mutilato. In seguito a questo episodio e sulla scia delle Primavere arabe un movimento di protesta pacifica si espande in tutta la nazione e in ogni città si registrano manifestazioni di piazza; il regime risponde con violenza alle proteste schierando in un primo momento le forze di sicurezza e in seguito l’esercito. I morti tra i civili scesi nelle strade per rivendicare i propri diritti aumentano di giorno in giorno, di corteo in corteo, di città in città.

Nasce così, il 15 Marzo 2011 quella che, a seconda di chi ne scrive, prende un nome diverso: guerra civile per qualcuno, guerra di liberazione per altri, guerra contro il terrorismo per altri ancora. Io lo chiamo genocidio, perché di questo si tratta.

Sono passati sette lunghi anni da quel giorno e ancora non si vede la fine. Sette anni di crimini contro l’umanità, di crimini di guerra, di violazioni dei diritti umani, di stragi, di bombe non convenzionali, di armi proibite, chimiche e incendiarie, di esecuzioni sommarie, assedi, distruzioni sistematica di ogni struttura medica, ospedaliera, pediatrica. Contro la popolazione civile è stato impiegato ogni mezzo di distruzione.

Sette anni di sangue e propaganda, sette anni dove la comunità internazionale ha mostrato tutta la sua incapacità di intervento e di mediazione, schiava dei veti posti dalla Russia in favore dell’alleato siriano Assad.

Sette anni in cui la macchina della disinformazione ha lavorato a pieno regime inondando la rete di fake news, negazionismo, fotomontaggi e teorie del complotto. Si era detto basta dopo Aleppo; si sono fatti tavoli di lavoro, riunioni, accordi mai rispettati, tregue mai entrate in vigore, de-escalation zones bombardate incessantemente. Il 2017 segna l’anno più devastante per i bambini, travolti dalle macerie delle poche scuole rimaste, dilaniati dalle bombe dei raid sugli ospedali pediatrici, sepolti nelle loro case, prigionieri nelle aree sotto assedio e lasciati morire di fame e di malattia.

Si era detto basta dopo Aleppo eppure la furia e la violenza che stanno colpendo Idlib e la Ghouta orientale sono ancora più feroci di quanto non si fosse mai visto, così come più forte e spudorata è la propaganda volta a negare anche le evidenze.

Non ci sono quasi più strutture sanitarie, le organizzazioni umanitarie internazionali non possono accedere e l’unico aiuto proviene dai volontari, da quegli stessi cittadini che hanno messo coraggiosamente la loro vita al servizio dei civili intrappolati sotto le macerie. Sono insegnanti, prestinai, ingegneri, agricoltori e avvocati, uomini e donne che hanno scelto di rimanere nelle aeree più colpite per aiutare i loro concittadini. Bersagliati dagli aerei e dalla propaganda del regime e dei loro alleati i White Helmets versano quotidianamente un tributo di sangue alla loro missione: salvare vite. E’ di pochi giorni fa’ la notizia della morte della prima volontaria donna, uccisa in un raid su Idlib mentre prestava soccorso.

Sono passati sette anni, sono morte più di 500.000 persone, sono più di 13 milioni gli sfollati e di questi 3 milioni sono bambini. Accade oggi, accade da sette anni, continuerà ad accadere domani un genocidio ignorato a 2.000 km da noi. Non li conosciamo, non sono un problema nostro fino a quando non salgono su una barca o bussano alle nostre frontiere.
Il 15 Marzo non è la ricorrenza dell’inizio di una guerra ma è la commemorazione di un genocidio come lo è il 27 Gennaio.

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