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Sessant’anni dai Trattati di Roma: nuovo inizio o cerimonia funebre?

Tra distacco del Regno Unito e la Capitale sotto assedio per le proteste, abbiamo provato a capire cosa succederà nel futuro dell'Europa

Forse verrà ricordata come una festa e come un nuovo inizio, forse come una mesta cerimonia funebre: l’ultima danza sul ponte del Titanic. In ogni caso la cerimonia di Roma per il sessantesimo anniversario dei Trattati che hanno fatto da incubatrice all’Unione europea segnerà un punto di svolta. Saranno presenti 27 Paesi e non 28: appena quattro giorni dopo la celebrazione, il 29 marzo, Teresa May avvierà il distacco ufficiale del Regno Unito dal resto d’Europa. Al termine della cerimonia i 27 capi di governo firmeranno una dichiarazione solenne, che dovrebbe segnare l’avvio del nuovo corso e indicarne a grandi linee la rotta.

Il punto di forza, la svolta, è l’introduzione della “velocità multipla”, l’espediente che dovrebbe risolvere il problema dei Paesi, soprattutto dell’Est, che pur facendo parte a pieno titolo dell’Unione rifiutano di accettarne le indicazioni e di uniformarsi alle decisioni centrali su punti chiave come l’immigrazione o la difesa. Proprio per aggirare le resistenze dei paesi dell’Est che temono il declassamento il documento è stato modificato e stemperato a più riprese, con le ultime modifiche apportate nella notte tra venerdì e sabato.

Il risultato è un testo vaghissimo, che dice poco: “Agiremo insieme, muovendoci nella stessa direzione, con una passo e un’intensità diversi quando sarà necessario, come abbiamo fatto in passato e in linea con i Trattati Ue lasciando la porta aperta per quelli che vorranno aggiungersi più tardi. La nostra Unione è indivisa e indivisibile”. Il braccio di ferro è stato tutto su quella parola, “pace”, passo. La versione originale parlava di “velocità”, e ancora aveva un senso. La sostituzione con “pace” derubrica la già poco definita scelta a generica indicazione. Una scatola vuota il cui significato dipenderà tutto da come verrà nei prossimi mesi riempita, in concreto dall’interpretazione che Bruxelles deciderà di darne.

Firmeranno tutti, anche i due Paesi che fino all’ultimo avevano puntato i piedi, Grecia e Polonia. Ma non tutti lo faranno con sincera convinzione. Negli incontri privati della vigilia Alexis Tsipras,il leader greco che viene dalla sinistra radicale, ammetteva senza giri di parole di firmare solo perché costretto. Considera la dichiarazione poco consistente sul fronte nevralgico della costruzione di un’Europa sociale e non solo finanziaria, dei popoli e non delle banche.

La Grecia, Paese massacrato dal più miope rigorismo, chiedeva il sostegno attivo dell’Unione nella difficile trattativa con i creditori, primo fra tutti il Fondo monetario internazionale, per la revisione del terzo programma di aiuti. Le condizioni dell’Fmi sono l’ennesimo capestro: ghigliottina sulle pensioni, abbattimento dei residui diritti sul mercato del lavoro a partire dalla cancellazione della contrattazione collettiva.

Il premier greco si è dovuto accontentare di un blando riferimento al “ruolo chiave delle parti sociali” e di un passaggio in cui si afferma che il salvataggio di Atene dovrà avvenire “nel rispetto dell’aquis europeo sui diritti sociali di cui noi siamo i garanti”. E’ pochissimo e Tsipras per primo se ne rende conto. Firma obtorto collo e solo perché non può fare diversamente.

Ha deciso all’ultimo momento di sottoscrivere anche la premier polacca Beata Szydlo. Cosa chiedesse non è mai stato chiaro. La Polonia, come gli altri Paesi dell’Est, è infatti semplicemente contraria al principio delle diverse velocità. Anche lei firma per forza e non certo per amore. La Szydlo, come l’Ungheria, la Repubblica Ceca e la Slovacchia voleva inserire nella Dichiarazione un passaggio sulla necessità di “arginare il flusso dei migranti”. Italia e Germania si sono opposte e la versione finale fissa invece come obiettivo “una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, che rispetti le norme internazionali”. Inclusa, è implicito, la norma sui rifugiati politici. La Polonia ha accettato, ma senza crederci nemmeno un po’. Il probelma resta tutto, per ora neppure intaccato.

Polonia e Grecia non sono casi specifici di Paesi riottosi. Rappresentano giganteschi segnali d’allarme piazzati sui confini a rischio dell’Europa, indicano i punti di crisi al momento neppure scalfiti: l’integrazione sul confine Ovest-Est, il rigore su quello Nord-Sud. A Roma la Ue ha scelto di considerare essenzialmente il nodo dell’integrazione e dello scontro sordo tra Est e Ovest, ma il secondo punto di crisi, quello che investe la politica economica e finanziaria, è probabilmente più deflagrante.

La necessità di modificare i Trattati, condizione indispensabile per superare il rigorismo, sembra un’esigenza ormai universalmente accolta. In Italia lo ha affermato lo stesso presidente Mattarella, con massima solennità, nell’aula della Camera e praticamente non c’è forza politica che non concordi. Ma per i Paesi del Nord la fine del rigore e il superamento dei trattati non è affatto un dato acquisito. Anche da quel punto di vista, l’accordo di Roma non scioglie e per ora neppure allenta il nodo che sta strangolando l’Unione europea. Sulla carta la doppia velocità non dovrebbe riguardare il fronte Nord-Sud, ma nessuno può essere davvero certo che l’ipotesi, del resto apertamente sostenuta dal potente ministro delle Finanze tedesco Schaeuble, non spunti fuori più avanti.

Del resto non è un caso che la festa di Roma, pur supportata da una giornata meravigliosa da primavera inoltrata, si svolga in una situazione da stato d’assedio come la Capitale non ne aveva mai vissute. Sei cortei di protesta contro le politica europee, 7mila agenti in strada e sui tetti, altri mille in borghese. Due zone rosse presidiate militarmente, 15 km di transenne, grate antisfondamento disposte ovunque, 40 varchi sorvegliatissimi, due giorni di no-fly zone nei cieli della Capitale. All’ultimo momento, a moltiplicare la sensazione surreale, è intervenuto anche uno sciopero totale delle agenzie di stampa che aggiunge una specie di vuoto informativo all’immagine plastica da cittadella assediata che Roma offre a sessant’anni dalla storica firma, in questa stessa città, dei primi Trattati europei.

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