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Sailor Jerry, Daniel Gravy Thomas e il loro Rock’n’Rum

Ecco la storia di un uomo speciale che ha dipinto la sua vita con rum, tatuaggi e musica

Roma, Via Nazionale. Capisco subito che non sarà un’intervista come le altre. Viene a prendermi nella hall dell’albergo un dirigente della Velier, che distribuisce liquori e distillati in tutta Italia. Un’azienda che per motto ha “non sono mai stato servo di nessuno, né ho mai avuto nessuno come servo. Il vino, il grano mi sono bastati anno dopo anno”. Già mi sono simpatici. Entro con lui in una camera: io vado verso il tavolo della stanza, lui si ferma davanti al bagno. La porta è aperta e io, lo ammetto, sono un po’ preoccupato. Mi avvicino. E trovo Daniel Gravy Thomas nella vasca, tra bolle di sapone, note musicali e un bicchiere di Sailor Jerry, il “suo” rum. Ride, beve, torno a mio agio e neanche me ne accorgo. Come se da anni facessi interviste così. Eccolo il mitico Rum Rude Boy, che mi invita anche a tuffarmi con lui. Non ho il cambio, peccato. Il rum, però, se lo beve tutto lui. E sono le 11 del attino. Mi divertirò molto, ma di rum neanche un goccio. Che fosse buono, pochi dubbi però: la faccia del global brand ambassador Daniel Gravy Thomas parlava da sola.

Dalla musica che c’è in questo bagno capisco che la tua vita è tutta sesso, rum e rock’n’roll
Noi usiamo sempre la musica come veicolo di quello che siamo per arrivare alle persone, dal rock’n’roll al punk rock, i nostri generi preferiti. Un po’ come le t-shirt che portiamo sempre per poter condividere con tutti la nostra passione per quello che facciamo, o come i miei tatuaggi. E sì, in fondo, questa bottiglia – elegante e con un’etichetta old style con tanto di pin-up caraibica – ci racconta anche di quei soldati, di quei marinai che tornavano dalla guerra o da spedizioni infinite e vedevano la luce del bordello accendersi. E ci entravano. Qui dentro (si batte il cuore, ma anche la bottiglia) succedono cose vere a persone vere.

L’arte è un veicolo potente della tua strategia da ambasciatore. Come mai?
In ogni città in cui andiamo creiamo un evento: musicale, cinematografico, culturale. In cui le persone possano divertirsi ma anche riflettere sul tema della serata. E’ il nostro modo di fare. Tante altre marche provano a sopraffare i concorrenti, a distruggerli, noi vogliamo essere qualcosa in più, non vogliamo distruggere ma costruire. Non vogliamo lavorare contro, vogliamo lavorare con le persone, con ciò che ci è attorno. Dare qualcosa in più. In quanto global ambassador ho questo ruolo di andare e capire dove e come lavorare, con chi, per non sovrastare le persone e le altre realtà, per noi è fondamentale ascoltare e capire la gente. E’ una dichiarazione di etica, di passione, di approccio alla vita. E la cultura, l’arte, la bellezza sono il modo migliore per farlo.

Cosa fa un global brand ambassador di Sailor Jerry? Oltre berlo, ovvio.
Prendiamo questa città meravigliosa. Io non ti farò mai il classico ambasciatore che va per Roma Antica a mostrartela, io ti dirò degli immigrati delle Barbados venuti qui, del suo commercio di spezie, del suono di batteria che la rappresenta. Io posso parlarti del rum speziato a cui abbiamo aggiunto il sapore dello zenzero, che non lo copre ma lo esalta e lo valorizza. Noi lavoriamo così: unendo e cercando di raccontare storie interessanti. Trovando anelli da unire in una catena di sensazioni. Per intenderci: Jerry Loves Ginger (gioco di parole tra brand e zenzero, ma anche fondato sul disegno dell’etichetta), può diventare un rum ma anche un tatuaggio. Questo è il mio modo di guardare al mio lavoro: creare, costruire un percorso. Visivo, tattile, di gusto.

D’altronde vi ispirate al maestro dei tatoo, al padre di quest’arte che disegna i corpi
Noi proviamo a preservare la memoria di Norman Collins, tattoo artist, intellettuale e poeta. Di quell’uomo che nel quartiere Chinatown, alle Hawaii, nella sua bottega, “Sailor Jerry” appunto, tatuò un esercito, letteralmente – lo dice incantato, mostrandomi il tatuaggio che lo raffigura, sul suo addome, non lontano da Bobby McFerrin (l’uomo di Don’t worry be happy, sì), e capisci molto di lui dall’ammirarne l’autobiografia che leggi sulla sua pelle -. La nostra è una filosofia, un’eredità morale e culturale, un modo di vedere la vita. Negli anni ‘30 o ’40 il tatuaggio era molto legato ai marinai, chi se lo faceva era perché rimaneva fuori per molto tempo. Tatuarsi un cuore, la mamma, i nomi erano un modo per ricordare, così come disegnarsi addosso un animale, magari un uccello che vola per 5000 miglia senza mai fare soste, come le navi. La nostra storia è legata a questo mondo qui: anche io viaggio come quell’uccello che migra stagionalmente, trasporto casse di rum per il mondo, questo è il mio lavoro, la mia vita. Sì, io cerco di trasmettere un’eredità culturale, fatta di duro lavoro per regalare piacere.

Niente male in un mondo che si chiude all’altro
Sai, per me c’è un concetto fondamentale, nel lavoro, come nella vita: l’ospitalità. Per questo soffro in questi anni in cui molti governi respingono invece di accogliere. Però invece di andare sui massimi sistemi ti faccio l’esempio del food&beverage: ti godi la vita in compagnia, l’unione esalta il piacere e quindi la vita, quella che noi celebriamo sempre. Essere ospitali vuol dire condividere e la felicità è tale solo quando è condivisa. E’ un valore profondo l’ospitalità, io amo i posti in cui si festeggia, si vuole stare insieme, ci si cerca. Penso alla cultura italiana dell’aperitivo, un modo per ritrovarsi prima di iniziare la serata, per il piacere di guardarsi, sentirsi, scoprirsi e appunto ritrovarsi. Per noi è importante servire le persone, non solo i cocktail.

Sailor Jerry ti ha cambiato la vita?
Commercianti, poveri, schiavi, questo è il nostro mondo. E anche se ora vendiamo milioni di bottiglie, non siamo né diventeremo mai mainstream. Siamo sempre quei ragazzi che vendevano rum porta a porta agli amici, le nostre energie vengono dalle nostre origini umili, quello è il nostro mondo, con esso rimaniamo sempre in contatto. Questa bottiglia è il ritorno a casa del marinaio, del soldato, che magari tornano a tatuarsi qualcosa per ricordarsi del proprio dolore. Che cerca l’amore in ogni angolo e porto. Parliamo di cose vere, di persone vere. Parliamo del garage di un amico di un amico in cui andai da giovane e c’erano un gruppo di ragazzi con dei bellissimi tatuaggi. Ne parlammo e cominciai a sponsorizzare la loro idea, quello che avrebbero fatto. Non solo i tatuaggi, ma pure il loro lavoro sul rum. Alla fine produssero la prima bottiglia anni dopo, ma tutto iniziò là: ero già il loro global ambassador. Per anni il mio lavoro è stato portarle fisicamente queste bottiglie ai clienti, convincerli a comprarle, credo che il segreto sia anche questo: così sono rimasto vicino alle persone, ho imparato a capirle, una per una anche ora che rappresento il brand a livello nazionale e internazionale. Esperienze di vita vissuta ci hanno portato a (ri)conoscerci perfettamente nella rispettiva energia. Tutti noi. Sailor Jerry è uno stile di vita.

Tutto nasce da un garage, come Steve Jobs.
(Ride, di gusto). Devono avere qualcosa di speciale quei posti. Noi bevevamo a casa di questa persona, che si era di fatto costruita un bar lì. E ci passavano Iggy Pop, Marvin Gaye, gli Earth, Wind & Fire, tantissima gente fantastica che si divertiva e beveva con noi. Capite l’immensa fortuna di vivere un pomeriggio così, nella semplicità, nella bellezza?

E di vederli ubriachi! Chiudiamo con un gioco: un film, un libro, una canzone da guardare, leggere, ascoltare mentre bevi il tuo rum.
Il film è sicuramente True Romance (Una vita al massimo – ndr). La musica non può essere che quella di Iggy Pop, è un genio assoluto, abbiamo lavorato insieme, ha disegnato accessori e abbigliamento per e con noi, lo scambio umano con lui è stato meraviglioso. Ed è un raffinato bevitore. Il libro? Le poesie di Norman Keith Collins, il nostro vate. Meravigliose, profonde, potenti.

A quando un concerto di Rock’n’Rum?
Grande idea ragazzo, grande definizione. Presto!

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