Quanti sono gli italiani che usano psicofarmaci

Il 15% della popolazione italiana utilizza ansiolitici, antidepressivi o sonniferi, soprattutto le donne. In anteprima su "RS" i dati del CNR sui consumi nel nostro Paese, e non perdete l'inchiesta sul numero di settembre in edicola

Gli psicofarmaci sembrano aver assunto un ruolo sempre più centrale nella società occidentale, tanto da risultare oggi “di moda” o quasi. È quanto raccontiamo sul numero di Rolling Stone in edicola dai primi di settembre, dove potete trovare un lungo articolo sugli ansiolitici e la loro dimensione più pop. Numerosi artisti trap – un tema non nuovo, a dire il vero, per la musica e la cultura americana, da Lou Reed a Bret Easton Ellis – oggi ostentano usi e abusi delle benzodiazepine, mentre le pastiglie di Xanax diventano loghi per t-shirt e tatuaggi e hashtag come #xanxiety e #xanarchy spopolano su Twitter. L’ansia, più in generale, è considerata lo stato d’animo più tipico di questi tempi (e di queste latitudini).

Ma, al di là delle suggestioni che arrivano dalla cultura pop – seppur sempre tendente alla sottocultura – o dalla Rete, quale è il reale utilizzo degli psicofarmaci nella nostra società? Lo studio Ipsad (Italian Population Survey on Alcohol and other Drugs), condotto dall’Istituto di Fisiologia Clinica del CNR nel 2017 raccoglie i dati più recenti e completi sulla materia, che pubblichiamo qui in anteprima.

«Siamo davanti a un fenomeno assolutamente sottovalutato: si stima siano quasi 7 milioni le persone tra i 15 e i 74 anni, corrispondenti al 15,1% della popolazione di pari età residente in Italia, che hanno assunto psicofarmaci almeno una volta nel corso dell’anno”, spiega Sabrina Molinaro, curatrice del rapporto. Una percentuale che rivede al ribasso la stima diffusa qualche tempo fa da alcuni organi di stampa e che era stata ripresa dal vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, che a maggio aveva sostenuto che “il 20 per cento degli italiani fa uso di psicofarmaci, spesso per mancanza di speranza fiducia e prospettive». Ma che rimane significativa, seppur storicamente inferiore agli Stati Uniti, dove negli ultimi 20 anni, secondo l’American Journal of Public Health, le prescrizioni di benzodiazepine sono quasi raddoppiate e le overdose quadruplicate.

Il dato apparentemente più interessante è quello relativo alla questione di genere. «A differenza delle droghe “tradizionali”, sempre appannaggio dei maschi, il consumo femminile raggiunge il 18%, contro l’11% degli uomini», aggiunge Molinaro. Si tratta di quasi tre milioni di donne (12,6%, contro il 7,8% dei maschi) solo per quanti riguarda tranquillanti e ansiolitici, la tipologia di psicofarmaci più diffusa. A seguire i sonniferi (2,6 milioni di persone, il 5,8% della popolazione) e gli antidepressivi (2,4 milioni di persone, il 5,4% del totale).

Diversi tipi di Xanax in commercio negli Stati Uniti. 

«I consumi crescono con l’età. Tra gli over 65 i consumatori di psicofarmaci sono circa il 24%, via via si scende fino al 9% della fascia 15-34 anni. Ma anche in questo caso il fenomeno rimane rilevante: gli psicofarmaci sono il terzo tipo di “sostanze” più usato dai ragazzi dopo cannabis e le NPS (nuove sostanze psicoattivi)», dice Molinaro, che spiega come «il 10,1% della popolazione ha utilizzato soltanto un tipo di psicofarmaci nell’ultimo anno, il 4% ne ha utilizzate due tipologie e l’1% ha usato sia antidepressivi che ansiolitici e sonniferi».

Il rapporto Ipsad ravvisa inoltre che il 6% della popolazione tra i 15 e i 74 anni ha utilizzato psicofarmaci non prescritti dal medico, recuperandoli attraverso conoscenti e parenti, online e anche rivolgendosi anche in farmacia (di questi aspetti si occupa l’articolo sul nuovo numero di RS in edicola, ndr). Lo studio si concentra poi sulle differenze di utilizzo a seconda di lavoro e status sociale. «Le percentuali più consistenti di consumo di psicofarmaci si riscontrano tra le casalinghe (24,7%) e tra chi si è ritirato dal lavoro (21,2%), seguiti dai disoccupati (18%)».

I dati sull’utilizzo degli psicofarmaci del CNR si incrociano infine con quelli del Dass21, uno strumento di indagine (riconosciuto in Italia dal 2010) che misura i tre stati emozionali negativi: depressione, ansia e stress. «Tra coloro che usano psicofarmaci, il 34% circa risulta depresso, ossia al Dass21 ha evidenziato una depressione moderata o maggiore, contro il 16% circa tra chi non usa psicofarmaci. Secondo quel test di screening il 18,3% della popolazione (15-74 anni) residente in Italia risulta con un grado moderato o severo di depressione, l’11,3% di ansia e il 9,6% di stress. Livelli che risultano sistematicamente superiori nel genere femminile», conclude Sabrina Molinaro.

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