Pornostar d’Oriente e martiri cristiani

Un sottile filo logico collega Mia Khalifa, l'attrice in cima agli anatemi dello Stato Islamico, a un affresco nella chiesa di San Fermo Maggiore a Verona, e passa da Bassora. L'editoriale di Adriano Sofri sul numero di Rolling Stone in edicola a ottobre.

Mia Khalifa, libanese-americana, 25 anni, cinque anni fa era già in cima alle preferenze degli spettatori di Pornhub. Finì presto anche in cima agli anatemi islamisti, e nel 2016 il sedicente Stato Islamico la condannò a morte. Improvvisamente, nelle giornate dello scorso settembre che hanno messo a ferro e fuoco la città irachena di Bassora, la sua effigie è comparsa sui cartelli di giovani manifestanti. Bassora, distrutta Mosul, è diventata la seconda città irachena dopo Baghdad e la prima per i pozzi di petrolio. Nonostante questo è senza elettricità e senz’acqua, che quando arriva è salata e sporca.

La gente è insorta, ha assaltato e dato alle fiamme palazzi di governo, partiti, bande militari, consolato iraniano. L’esercito ha risposto, ci sono state decine di morti. La faccia di Mia Khalifa, la parte per il tutto, figurava l’onestà senza ipocrisia contro la corruzione, lei sì scandalosa, di potenti e ricchi, compresi i grossi mullah e i loro anatemi. Intervistato, un giovane col viso ragionevolmente bendato ha spiegato: “I governanti che cosa fanno per noi? Rubano. Lei mi consola, non c’è giorno che non mi consoli”. Ecco un caso forte e spiritoso di inversione del significato di un’immagine, nella città famosa per essere una roccaforte della devozione sciita.

In una bellissima antica chiesa cristiana ho trovato un esempio clamoroso di inversione del significato delle immagini. Verona, San Fermo Maggiore. È un ciclo affrescato trecentesco di un maestro anonimo, purtroppo mutilo e collocato nell’angolo in alto a destra dell’entrata, in una posizione scomoda per lo spettatore. C’è una grande scena finale: cinque corpi amputati di netto all’altezza della vita e impiccati, al suolo le loro metà inferiori, da cui sbucano i piedi e i visceri sanguinolenti. Un armigero sta ancora infierendo sui tronconi. Accanto a lui un personaggio coronato. Il supplizio è scrupolosamente efferato. Nei due riquadri superiori – è come un fumetto con tre scene successive – si distinguono quattro francescani di fronte a un dormiente, e poi degli armati al cospetto del personaggio coronato. Non c’è nemmeno un cartellino che illustri l’affresco.

A prima vista vi parrà senz’altro che i dimezzati siano martiri cristiani di qualche atroce persecuzione. Se vi soffermate un po’ di più, vi accorgerete che i francescani sono quattro e i dimezzati sono cinque, e scoprirete anche la stranezza dei cani neri che gli si arrampicano addosso. In realtà il ciclo raffigura il martirio di quattro francescani missionari in India, a Tana (oggi inglobata a Mumbai) avvenuto nel 1321. Ma i dimezzati non sono i martiri, bensì i loro uccisori, e la scena rappresenta il castigo che il sultano di Delhi ha inflitto loro. El Melic, il signorotto di Tana, aveva sottoposto i frati a torture e li aveva sfidati a pronunciarsi su Maometto; e il loro anziano, Tomaso da Tolentino, aveva chiamato Maometto figlio della perdizione e l’aveva collocato all’inferno “con Satana suo padre”. El Melic li fa decapitare, ma viene condotto a sua volta davanti al sultano di Delhi, che fa im- piccare e squartare lui con la sua famiglia. Nel primo quadro dell’affresco el Melic rivede in sogno i quattro martiri francescani che lo minacciano con spade fiammeggianti; nel secondo viene tradotto e accusato davanti al sultano; infine impiccato e squartato.

Che cosa colpisce tanto in questa immagine? Che evidentemente sulla parete affrescata di una chiesa del Trecento si confidava che i fedeli riconoscessero un feroce supplizio come la giusta punizione dei nemici della fede, distinguendolo dalle scene adiacenti in cui il supplizio è di norma patito dai loro santi. Ancora oggi l’affresco può essere interpretato propriamente dallo spettatore solo grazie a un’informazione accurata, senza di che prevale l’ambivalenza della rappresentazione del supplizio. E il buon devoto pregherà per l’anima del carnefice e dei suoi, scambiandoli per i propri. Poco male, direte, una preghiera non si nega a nessun giustiziato.