L’umore con cui andiamo a votare oggi

Oggi finalmente si vota, ma in un clima elettorale in cui a guidare il Paese sono il pessimismo per il futuro e l'odio.

© Roberta Basile/Kontrolab / IPA

Con che sentimento ci alzeremo dal letto, domenica 4 marzo? Qualcuno correrà fra i primi ai seggi, portando con sé l’orgoglio di un diritto democratico da non dare per scontato; o andrà di buon mattino solo perché “via il dente, via il dolore”, o perché ha appena staccato dal lavoro. Qualcun altro tergiverserà fino a sera, provando a dimenticarsi che giorno è. O forse se ne starà in spregio tutto il giorno sotto il piumone a guardare serie TV, pensando “quest’elezione non mi merita”, e alle urne non ci andrà. Qualcuno affiderà il suo pensiero al voto di amici e familiari, perché ai seggi non ci può andare: non ha la cittadinanza, o vive troppo lontano e non riesce a incastrare i tempi.

Chi ha già votato dall’estero, schivando liste fake e molestatori, sa già che il dado è tratto e si può solo aspettare. Quelli del “vado al mare” cercheranno un piano B: la giornata si preannuncia grigia un po’ ovunque. Grigia come l’umore generale degli italiani al voto? Alcuni invocano il momento in cui i comizi per forza di cose si saranno zittiti e rimarrà quel po’ di silenzio per raccogliere le idee (sempre che Piero Pelù non sventi qualche altro complotto).

Forse così, cessato il rumore di fondo, sarà possibile che le cose ci appaiono a tinte un po’ meno fosche del solito. Ma il fatto è che noi italiani, comunque la votiamo, non siamo mica un popolo tanto ottimista. Al contrario, siamo in coda alla classifica dei popoli che credono in un domani migliore.

Non è bastato Baglioni col suo Festival a farci credere che strada facendo, vedrai. Da un’indagine Ipsos pubblicata a metà gennaio solo il 60% degli italiani riteneva, a fine anno, che il 2018 sarebbe stato migliore del 2017, contro il 93% dei peruviani e dei colombiani, l’84% dei brasiliani, l’85% dei russi, il 77% dei polacchi. Più nero di noi vedono solo i francesi (55% di ottimisti) e i giapponesi (solo il 44% di ottimisti).

Come mai la vediamo così bigia? In buona sostanza, perché siamo vecchi. L’Italia è un Paese di vecchi, per la precisione il terzo Paese più vecchio del mondo, dopo Giappone e Germania. L’età media oggi è di 45 anni (in Giappone di 47,4 anni); sessant’anni fa era di 31 anni circa. Fra i Paesi più ottimisti del mondo ci sono popolazioni in buona parte giovani. Qui le generazioni ultime nate sono una specie di minoranza in cattività: per ogni 100 di loro, dice l’Istat, ci sono 161 over 65.

Non siamo pessimisti solo perché c’abbiamo un’età. Gli spagnoli sono subito dietro di noi nella classifica delle popolazioni più vecchie, ma in quanto a fiducia nel domani, ci staccano di diverse lunghezze. Il 74% di loro riteneva, al momento della rilevazione, che il 2018 sarebbe stato meglio del 2017. Noi italiani tendiamo a credere al peggio perché siamo un po’ ingrugniti. Si è decisamente visto, in questa campagna elettorale. Lo certifica anche Election Mood: di fronte alla stragrande maggioranza dei temi o dei candidati alle elezioni, gli italiani e le italiane reagiscono con pessimismo e fastidio.

E questo nonostante sia stata una campagna elettorale sostanzialmente priva di botte sul ring: non ci sono stati i duelli televisivi invocati più volte e poi finiti con un nulla di fatto. Le critiche, gli attacchi incrociati, le polemiche fra gli avversari sono state tutte indirette, tutto un mandarsela a dire a mezzo social o televisivo, che non ha coinvolto solo grandi leader e candidati, ma anche un’ampia fetta di elettori. Il che ha reso questa campagna, in una parola, estenuante. Forse una delle poche certezze è che buona parte degli italiani e italiane, al 4 marzo 2018, ci arrivano esausti. 
Non tanto dai comizi elettorali e dalle promesse di abolizione che specialmente all’inizio, ci hanno fatto capire che ci stavano candidamente prendendo in giro.

No: al 4 marzo porteremo alle urne la stanca croce di un Paese in cui ogni cosa che accade accende in qualcuno la miccia dell’odio e della divisione. In cui il tasso di aggressività percepito è andato crescendo di settimana in settimana (come ha rilevato Ipsos su richiesta del Progetto Parole O-stili), con oltre la metà dei cittadini convinti che i toni fossero accesi oltre il limite, e le falsità inaccettabili.

Ricorderemo a lungo ciò che è successo a Macerata, la morte della giovane Pamela e la recrudescenza razzista che ne è seguita, con la tentata strage del fascista Luca Traini e l’inquietante ondata di odio contro gli immigrati che l’ha accompagnata. Ma non è stato l’unico momento in cui i toni sono andati oltre: le reazioni all’inchiesta di Fanpage in Campania, o il cancan attorno allo scandalo dei rimborsi a 5 stelle, solo per dirne un paio, mettono l’ansia solo a ripensarci.

Sono tante facce di un sentimento che, come denuncia Amnesty International nel suo Rapporto annuale, si sta facendo largo pericolosamente nella società italiana: l’odio.

In base alle rilevazioni di Termometro politico, che ha effettuato una massiccia analisi su circa 2 milioni di commenti sui social network, questa è la campagna elettorale più intrisa d’odio di sempre. “Il 38% delle considerazioni sulle elezioni politiche (750mila commenti circa) contengono un messaggio negativo, offensivo o addirittura minaccioso. Sono ben 15mila i commenti che augurano o minacciano la morte a un determinato politico o leader d’opinione. Altri 19mila contengono riferimenti ad atti violenti.” Il 68% dei commenti “insultanti e volgari” è prodotto da maschi, il 32% da donne.” Berlusconi è il bersaglio del 23% di tutte le considerazioni offensive. Seguono a ruota Salvini e Renzi, a pari merito con il 21%, e molto staccati Di Maio (11%) e Grasso (8%). Fra le donne, la più insultata è Giorgia Meloni (6,3%) seguita da Emma Bonino (4,3%).

L’odio non è solo l’odio verso i politici o fra i politici. È l’odio fomentato dalla politica stessa. È una tendenza globale, che secondo Amnesty vede in testa numerosi leader mondiali: da Trump ad al Sisi, da Putin a Erdogan. In Italia, il Barometro dell’odio ideato per monitorare la propaganda discriminatoria e violenta contro gli immigrati e le diversità, indica che a pronunciare le parole peggiori sono stati i leader dell’alleanza di destra: “il 50 per cento delle dichiarazioni (da discriminatorie a violente, ndr) sono da attribuire a candidati della Lega, il 27 per cento a Fratelli d’Italia, il 18 per cento a Forza Italia.”

Quante persone, andranno a votare domenica portandosi dietro l’odio per gli immigrati? E si tratta proprio di odio, o c’è forse qualcos’altro dietro questo risentimento così forte, queste lamentele interminabili a suon di bufale sui biglietti a scrocco, nei confronti di persone giunte in Italia da altri luoghi del mondo? Non ci sarà, per caso, una punta d’invidia nei confronti di una voglia di vivere così immensa da dare il coraggio di fare cose che rivoluzionano la vita, battono la disperazione e sfidano ogni ostacolo?

Non sarà che così tante persone che arrivano in Italia identificando una speranza di vita proprio in questo Paese, in questo acciaccato continente di vecchi che è l’Europa, ci irritano perché siamo diventati un po’ il vecchio Scrooge di Dickens, e non riusciamo più a farci contagiare positivamente dalle speranze? Nel suo ultimo Rapporto sulla situazione sociale del Paese, l’istituto Censis afferma che “un rancore sordo” è il sentimento prevalente nella società italiana e in special modo fra i millennials, che col passare del tempo invecchiano anche loro, soggetti all’“intima convinzione di andare incontro a un destino senza stella polare”.

Sicuramente questo non è vero per tutti gli italiani. Qualcuno sembra non nutrire dubbi su chi sia la sua stella polare:

Berlusconi e i suoi seguaci puntano molto sull’amore – “Chi ama l’Italia vota Forza Italia”, dice uno degli slogan del partito – ma è quello in chiave trash: Dudù-du, da da da. Gli amori forti latitano, in queste elezioni. Le persone convinte che la propria opzione sia la migliore, per la legge dei grandi numeri, sono tante; ma nel complesso la campagna elettorale non ha visto emergere grandi temi e ragioni positive su cui indirizzare le energie. Neanche sull’antifascismo, al netto di nostalgie ideologiche e un Sandro Pertini trasformato un po’ ovunque in caricatura,
Manca quel senso di fiducia verso il miglioramento, anche a costo di grandi sacrifici, che in tempi in cui la disputa politica non era meno accesa di oggi, sospingeva gli italiani e le italiane in avanti; più poveri, più analfabeti, ma più speranzosi e quindi anche più coraggiosi. “Perché domani sia migliore, perché domani”.