Nedved, Sanna Marin e la nostra – innata – capacità di indignarci per ogni cosa | Rolling Stone Italia
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Nedved, Sanna Marin e la nostra – innata – capacità di indignarci per ogni cosa

Nell’attesa che i sociologi e gli antropologi del futuro possano scervellarsi nella risoluzione della domanda delle domande – ossia: quando e perché abbiamo iniziato a indignarci per il divertimento altrui? –, faremmo bene a ricordarci che il prossimo video “sbarazzino” a finire online, beh, potrebbe essere il nostro

Foto via Getty

Partiamo da una premessa noiosa ma necessaria: quella lavorativa e quella privata sono due dimensioni che devono rimanere distaccate. Lo svago, i momenti al riparo dalle angherie dei capi e dei colleghi di lavoro e le – benedette – fasi di stasi sono fondamentali per evitare di impazzire e trasformarci in automi ossessionati dagli impegni di lavoro, dalla produttività e dal mantenimento di uno stile istituzionale artefatto e formale che, sorpresona, è diversissimo dall’atteggiamento che intratteniamo quando siamo in compagnia di amici e persone care. E questo postulato deve valere per tutti: amministratori delegati, cantanti, giornalisti, influencer, calciatori e governanti (questi ultimi due esempi vi fanno venire in mente qualcosa?).

Sono preamboli che, in una società razionale e non affetta dal morbo dell’indignazione acchiappacuoricini di massa, non dovrebbero neanche venire esplicitati; eppure, nei tempi in cui ogni nostro attimo privato rischia di finire sulla graticola del tribunale dei social, bisogna ribadirli.

Per le persone che, magari, conservano ancora l’abitudine arcaica di non trascorrere le proprie giornate schiumando di rabbia su Twitter (beati voi): il riferimento è alla macchina del fango che, nelle ultime ore, è stata azionata nei confronti di Pavel Nedeved, pallone d’oro e noto dirigente della Juventus.

Da ore circolano sui social e in tutte le chat WhatsApp dello stivale alcuni video che ritraggono l’ex calciatore in compagnia di alcuni amici: lo si vede ballare al ritmo di Enrique Iglesias in compagnia di alcune ragazze e passeggiare – un po’ barcollante – nel centro di Torino.

 

Apriti cielo: da quando i filmati sono diventati di pubblico dominio, i rappresentanti dell’egemonia culturale del benpensaggio a ogni costo hanno calato Nedved nei panni di depositario di tutti i malcostumi morali del Paese.

Riportiamo, a titolo di esempio, alcune delle sfilettate più degne di nota delle ultime ore: ad esempio, c’è chi ha sottolineato che il dirigente juventino «si lascia andare ad atteggiamenti poco professionali» (del resto, quando si è in compagnia di amici, che atteggiamenti si dovrebbero avere? Boh) chi, mutuando un linguaggio da verbale dei carabinieri, ha scritto – giuro – che «il soggetto, preso di spalle, barcolla visibilmente ubriaco per strada e in un altro balla in maniera lasciva con alcune ragazze» (brigadiere, brigadiere!) e – ça va sans dire – chi ha già chiesto a gran voce le sue dimissioni.

Di nuovo, assumendo di vivere in una società di persone adulte e dotate di spirito critico, e non nell’era della suscettibilità, delle scaramucce da asilo assurte a dibattiti sui massimi sistemi e delle micro-gogne mediatiche veicolate dal basso: è giusto mettere in discussione la professionalità di una persona sulla base di uno spezzone di vita privata dato in pasto al pubblico ludibrio? Tenendo presente che Nedved deve mantenere un fare sobrio e “professionale” soltanto nell’esercizio della sua professione, l’unico parametro in base al quale può essere giudicato dal punto di vista lavorativo; negli attimi non consacrati alla produttività, come chiunque, può legittimamente fare ciò che vuole. Né è possibile ritenere accettabile che una persona debba rispondere del cinismo di qualche commensale che, in uno slancio di lucida follia, ha la geniale idea di condividere il video della discordia con i suoi amici.

Il “Nedved–gate” – che, come abbiamo visto, non è un –gate manco per sbaglio, ma vabbè – segue di qualche giorno l’altra – enfatizzatissima – festicciola trasformatasi in un battito di ciglia in un’onta da espiare: quella della prima ministra finlandese Sanna Marin che, lo scorso 17 agosto, è stata filmata nell’atto, per alcuni osceno, di divertirsi in compagnia di altre persone.

Sanna Marin, 36 anni, a dispetto della giovane età è una politica esperta e dalle capacità indiscusse: sul piano internazionale, il suo nome ha acquisito una certa notorietà per via degli sforzi che ha compiuto per accelerare sull’adesione della Finlandia alla Nato. Cresciuta in ristrettezze economiche, ha conseguito una laurea in scienze amministrative e una specializzazione in management comunale e regionale all’Università di Tempere (città di cui di lì a qualche anno, avrebbe guidato il consiglio comunale). Dal 2019 è a capo di una coalizione di centro sinistra formata da 5 partiti, tutti guidati da donne.

Eppure, al netto del suo profilo e dei suoi meriti, diversi osservatori hanno pensato di mettere in discussione il suo mandato sfruttando l’argomento–fantoccio della festicciola e dei costumi reputati poco consoni a una personalità di governo. La premier ha dovuto addirittura sottoporsi a un test anti–droga – che, manco a dirlo, ha avuto esito negativo – per dare conto della propria lucidità; per “scagionarsi dalla accuse”, Marin ha pubblicato un video in cui ha pronunciato parole importanti: «Sono umana ed anche io a volte ho bisogno di gioia, divertimento e allegria nel mezzo di queste nuvole buie», ha detto in lacrime.

 

Il fulcro della questione è tutto qui: chiunque, leader di governo e calciatori compresi, ha il sacrosanto diritto di vivere attimi di spensieratezza senza rischiare di venire stigmatizzato o messo in discussione dal punto di vista professionale. Peraltro, nell’attesa che i sociologi e gli antropologi del futuro possano scervellarsi nella risoluzione della vexata quaestio – ossia: quando e perché abbiamo iniziato a indignarci per il divertimento altrui? – faremmo bene a ricordarci che il prossimo video “sbarazzino” a finire online, beh, potrebbe essere il nostro.

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