Michele Serra ha ragione, e il classismo non c’entra nulla

Un articolo del giornalista di Repubblica sugli studenti toscani che maltrattano un professore ha scatenato la polemica-social del weekend, e il ritorno di temi come la lotta di classe.

Quello appena trascorso è stato un weekend davvero spumeggiante. Un bel clima primaverile, il Napoli che – con una vera isola ecologica d’immondizia al posto del cuore – ha rimesso in gioco il campionato, le elezioni in Molise con quel loro carico di esotismo per i luoghi dell’ignoto e a coronare il tutto c’è stato il più efficace revival del ’68 che ci si potesse aspettare.

Come nell’ultimo film di Spielberg Ready Player One, in questi ultimi due giorni e mezzo abbiamo vissuto in una vivida simulazione del clima che si respirava nelle università e nelle fabbriche di fine anni ’60: bastava scorrere un social a caso e, tra una foto e l’altra del Fuori Salone, ecco spuntare temi come “lotta di classe”, “orgoglio del proletariato”, “lotta ai vecchi soloni” e una difesa delle classi povere che se ci fosse stato un parallelo coi risultati elettorali Potere al Popolo dovrebbe veleggiare intorno al 72% e il busto di Lenin fare bella mostra in ogni scuola pubblica.

Invece, molta gente aveva solo il dente avvelenato contro Michele Serra.

Cosa è successo

Circa una settimana fa in un istituto tecnico di Lucca un ragazzo ha insultato un suo professore dopo un’interrogazione andata male, un compagno di classe ha ripreso tutto e l’ha messo online. La violenza e l’aggressività della scena sono tali da non lasciare indifferenti e il tema del bullismo (o come lo si voglia chiamare) nelle scuole viene trattato da Michele Serra su Repubblica che il 20 Aprile pubblica quest’Amaca:

L’accusa a Serra – diciamo l’accusa di primo grado – è quella di aver associato ai comportamenti violenti o maleducati un rapporto con la classe economica, in pratica i poveri sarebbero più violenti e maleducati mentre i giovani ricchi si comporterebbero più a modo. L’accusa di secondo grado che parte dalla prima e si estende per diverse ramificazioni arriva a sostenere che le affermazioni di Serra in quanto membro dell’establishment di sinistra in questo paese avrebbero condotto con il suo atteggiamento snob la sinistra al collasso e di essere quindi in realtà espressione della classe più conservatrice di questo paese.

Pacate reazioni

L’astio che è emerso nei confronti di Serra è stato enorme, persino sproporzionato rispetto a quella che intuitivamente poteva apparire la portata del tema: il nervo scoperto toccato dal tema dell’Amaca (in estrema sintesi: una mobilità sociale che in questo paese è, se non ferma, molto rallentata da anni) sommata alla biografia dell’autore (in estrema sintesi: un intellettuale progressista poco incline al populismo, ovvero il Male Assoluto per buona parte di questo paese) ha acceso la miccia.

Tolti quelli che strillavano post o tweet accecati da un odio recondito per Serra che pareva sopito da anni, molti raccontavano di come loro abbiano dimostrato di essere ottimi e disciplinati studenti anche se figli di operai/braccianti/proletari e che questo rendeva l’Amaca di Serra un concentrato di falsità classista radical chic etc. etc.. Altri esulavano dalla loro biografia personale per dimostrare come nei licei scientifici o classici ci fossero situazioni di violenza verbale e fisica persino superiori a quelle degli istituti tecnici. Tutte cose verissime, ma – ci si perdonerà – che non c’entrano nulla con quello che diceva Serra.

A chi ha provato a sostenere che forse Serra non aveva scritto quello che migliaia di persone pensavano lui avesse scritto e che forse c’era stato un problema di “cattiva interpretazione” la risposta più comune è stata “ah, adesso ci dite pure che non capiamo niente” dove il “ci” sta per il vago esercito di boriosi radical chic che comanderebbe questo paese e che avrebbe in Michele Serra il suo Commander in Chief.

Serra ha replicato domenica su Repubblica chiarendo il suo pensiero per cui – vado a semplificare – “denunciare la subalternità economica e culturale” delle classi più povere non è affatto un discorso radical chic, bensì la base per cui imbastire un serio e preliminare ragionamento su come eliminare queste differenze. La base del progressismo è questa, riconoscere la diversità in cui vivono le classi sociali e fare in modo che l’uguaglianza sociale aumenti. Non fare finta di niente, ma prendere coscienza e agire di conseguenza. Sostenere invece che non esistano differenze è invece la base di un discorso populista che tende a occultare il problema portando il livello della questione da un piano sociale a un piano biografico (“io che pur essendo povero ce l’ho fatta”).

Al di là della questione di merito (ovvero: Serra non ha scritto quello che molta gente pensa che abbia scritto) stupisce una seconda considerazione: nell’epoca dello shitstorm via social la storia personale dell’individuo non conta più, conta esclusivamente l’ultima frase che ha detto. Bisogna essere molto in malafede per giudicare Serra – con la sua biografia, con il suo lavoro, con il suo corpus di Amache – un conservatore: eppure basta un’Amaca dubbia (dubbia per alcuni) che tutto il lavoro precedente viene di fatto cancellato, come se non esistesse, come se in questi anni solo l’ultima opinione è quella che conta e non il profilo e la credibilità che ti sei costruito in un’intera carriera.

Bisogna essere in malafede o voler prendere tanti like e cuoricini facili, si intende.

Il grande caso

Sta per uscire al cinema un film sul mondo della scuola, proprio in questi giorni nei centri delle città compare la locandina del film che è questa:

Al centro Claudio Bisio, che nemmeno sei mesi fa ha portato nelle sale Gli sdraiati di Michele Serra è al centro sdraiato (sic!) su un’amaca (doppio sic!).
Giovani studenti sopra tra cui Rocco Hunt (?) e professori sotto (Maurizio Nichetti <3), ma quello che stupisce è il claim del film: “Ai peggiori studenti i peggiori professori!”, praticamente un riassunto dell’Amaca di Serra del 20 aprile. O l’ufficio stampa del film è il più puntuale e veloce ufficio stampa d’Italia o ci troviamo di fronte a un tempismo molto fortunato.

“Ai peggiori studenti i peggiori professori” non è un motto classista, solo – se si è progressisti – bisogna lottare affinchè diventi “Ai peggiori studenti i migliori professori”.