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MeToo: la lettera democristiana delle attrici italiane

Più di cento rappresentati del mondo dello spettacolo si sono unite per firmare un Dissenso Comune, ma siamo sicuri che possa effettivamente funzionare?

Il cast femminile di ‘Perfetti Sconosciuti’

In Italia la legge sullo stupro e sulle molestie va cambiata, la politica su questo fronte tace (eppure siamo in campagna elettorale, quel magico momento patologico in cui si promette la qualunque a chiunque) ma il tema del giorno è Dissenso Comune, il MeToo all’italiana che rischia di risolversi in un frusto siparietto da gineceo impazzito.

I fatti sono noti: 124 attrici italiane, da buone ultime, hanno firmato un documento in cui stigmatizzano non già il “singolo molestatore”, bensì “l’intero sistema” che rende la molestia sessuale “cultura, buonsenso (sic), un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state”. Sistema che le firmatarie, com’è ovvio, non sono disposte ad avallare. E il punto è proprio l’ovvietà: cinque mesi dopo l’affaire Weinstein, dopo che l’ondata movimentista anti molestie è diventata istituzione, dopo che Time ha eletto persona dell’anno le Silence Breakers, dopo la passerella in nero ai Golden Globes e la prossima cerimonia degli Oscar che, si sa già, sarà incentrata su MeToo e Time’s Up, la lettera di Dissenso Comune suona così ovvia, così democristiana che se chiudi gli occhi sono gli anni Ottanta.

E la scelta di non fare nomi per puntare il dito contro il sistema nel suo complesso non risolve la logica obiezione secondo cui il sistema, se davvero vuoi scardinarlo, lo scardini facendo i nomi, e non discettando di quanto il sistema sia sbagliato. Dissenso Comune è senz’altro una presa di posizione, per molti versi anche condivisibile. Ma è una presa di posizione tiepida, tardiva e un tantinello paracula, condita oltretutto da una gustosa polemichetta interna: si doveva o non si doveva nominare esplicitamente Asia Argento e Miriana Trevisan, le Silence Breakers nostrane che da mesi, in un mirabile e cristallino processo di colpevolizzazione della vittima, sono sul banco degli imputati per i più svariati motivi (la loro carriera artistica, la loro simpatia, la loro condotta sessuale e altri fatti e fatterelli loro)? Sì che si doveva, ma le 124 attrici non l’hanno fatto limitandosi a una generica dichiarazione di solidarietà, così Asia e Miriana si sono molto offese e da 24 ore è tutto un gran twittare.

In tutto questo, si diceva, ci sarebbe la legge. Che è una roba più noiosa e non dà quelle belle soddisfazioni tipo un catfight su pubblica piazza, ma che in questo caso è capitale: secondo l’articolo 609 septies del Codice Penale, i reati di stupro e molestia sessuale non sono procedibili d’ufficio ma solo su querela di parte. E i tempi sono strettissimi: la vittima ha tre mesi per denunciare una molestia e sei mesi per uno stupro. Scaduti i termini, nessun giudice potrà mai renderle giustizia né giudicare il presunto colpevole (scagionandolo, tra l’altro, in caso di accuse calunniose): giustamente ci si indigna per i cosiddetti tribunali mediatici, ma il punto – quello vero – è che i tribunali ordinari, scaduti i tempi, non possono intervenire in nessun modo. Altrettanto giustamente si dirà che la vittima di molestie e violenza sessuale dovrebbe denunciare immediatamente il torto subìto, ma qui la casistica, le testimonianze delle dirette interessate e i dati dei centri antiviolenza restituiscono un quadro molto diverso: prima di trovare il coraggio di parlare, le donne tacciono per mesi, per anni, alcune per tutta la vita.

Sei mesi per sporgere querela non sono niente, considerato anche che la prescrittibilità del reato è paradossalmente lunga. Sarebbe bello se dal risveglio di coscienza collettivo sul tema scaturisse una riflessione concreta, necessariamente politica, per tradurre questo nuovo sentire in coperture giuridiche a tutela delle vittime. Ma in questi mesi le voci che si sono alzate per chiedere che i reati di stupro e molestie siano procedibili d’ufficio sempre e non solo in alcuni casi, sono state poche: Laura Boldrini ne ha parlato ma potrebbe parlarne di più, le scrittrici Dacia Maraini e Chiara Gamberale, la stessa Argento. Sarebbe bello sentire altre voci, sarebbe fantastico se la legge da cambiare fosse questione centrale, e non marginale, del dibattito, sarebbe strabiliante se la politica in queste settimane battesse un colpo in extremis. Perché senza la possibilità di una denuncia vera non restano che i tribunali mediatici, e senza una copertura giuridica adeguata non restano che le chiacchiere da social.

(Per dire quanto pochi siano sei mesi per denunciare una violenza sessuale: Franca Rame subisce un aberrante stupro politico nel 1973. Solo due anni dopo scrive il monologo Stupro con quel lancinante, amarissimo “li denuncerò domani”. E solo nel 1987 Rame riuscirà a dire pubblicamente che la storia di Stupro è la sua. Lo dirà un sabato sera. In diretta tv. A Fantastico).

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