Ma davvero vogliamo immischiarci con Orban e Kurz?

Chi sono e che cosa hanno in mente gli idoli assoluti di Matteo Salvini (per il momento sui migranti ci stanno fregando)

Viktor Orban e Sebastian Kurz


“Le cose procedono secondo i miei gusti, nella politica europea sono apparsi protagonisti duri”, dice soddisfatto all’emittente radio Kossuth Viktor Orban: “Sarà chiaro che siamo ragazzi ben educati rispetto ai nuovi leader che ora aprono la bocca e dicono cose che sorprendono anche noi ungheresi”. I nuovi “duri” applauditi dal premier ungherese, che propone le sue politiche di “democrazia illiberale” sono Matteo Salvini e il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il popolare che ha fatto svoltare a destra il suo partito fino alla coalizione con la destra dell’FPO. L’occasione per questo complimento è stata l’espulsione dall’Austria di sette imam, e la chiusura di svariate moschee, in un giro di vite contro “l’islam politico” che ha suscitato l’entusiasmo del neoministro dell’Interno italiano.

Un’altra misura “dura” di Kurz è stata quella di tagliare drasticamente i sussidi sociali, favorendo chi conosce il tedesco e ha pochi figli, in altre parole, gli austriaci rispetto agli immigrati. Il governo l’ha varata nonostante il rischio di uno stop da parte della Corte Costituzionale, e anche questa mossa trova parallelismi nelle proposte di alcuni esponenti della Lega, come quella di limitare ai figli degli stranieri l’accesso agli asili, “prima gli italiani”, come dice Salvini.

Il “maestro” Orban, che ha appena aiutato a vincere in Slovenia il suo alleato Janez Jasna, ex dissidente anticomunista che ora si aggiunge al club populista-nazionalista con la promessa di “prima la Slovenia”, ora può considerarsi il leader di un nascente club (anti) europeo. Proprio mentre gli storici ricordano il centesimo anniversario del collasso dell’impero asburgico, rispetto ai contemporanei un modello di tolleranza e convivenza pacifica di 11 nazioni, Orban ha proposto un “nuovo inizio” nelle relazioni austro-ungariche, offrendo a Vienna di unirsi al gruppo di Vysegrad – Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, quattro Paesi ex comunisti dove i populisti e gli euroscettici hanno un grande peso – in un’alleanza che supererebbe la divisione informale tra Est e Ovest, “vecchia” e “nuova” Europa.

Un fenomeno che non si può più ridurre a casi isolati, bizzarrie da Paesi di frontiera, umori elettorali passeggeri. In Slovenia Jasna si è avvalso di media di proprietà di alleati di Orban, diventati magnati televisivi con l’aiuto di sovvenzioni e prestiti del governo di Budapest, che ora stanno facendo shopping di emittenti anche in Macedonia e vorrebbero creare, secondo il New York Times, una piattaforma mediatica di destra sul modello di Breitbart. In comune questa nuova alleanza “austro-ungarica” ha una posizione intransigente sull’immigrazione (Slovenia, Ungheria e Italia sono state, insieme alla Grecia, i Paesi di frontiera che hanno subito il primo impatto dell’ondata migratoria di due anni fa): bloccare per quanto possibile i nuovi arrivi e instaurare un apartheid per gli immigrati già arrivati.

Un altro tratto in comune è la simpatia verso la Russia: era di Kurz, più che di Conte, che Putin ha parlato durante la sua diretta con i russi, affermando che in Europa sulle sanzioni “qualcosa sta cambiando”. Il presidente russo è reduce da Vienna, la prima capitale che visita dopo un anno di assenza dall’Unione Europea (dopo l’annessione della Crimea fu Orban a rompere il divieto informale di invitarlo), e Kurz si è espresso a favore del superamento della crisi con Mosca, offrendosi anche di ospitare un eventuale vertice di riappacificazione tra Putin e Donald Trump.

Finora nessun governo europeo, per quanto filorusso, ha osato mettere il veto sulla proroga alle sanzioni contro il Cremlino: fu promesso da Alexis Tsipras, e Orban ne fu un critico violento, salvo spiegare poi a Putin, con il consueto brutale pragmatismo, che non si sarebbe inimicato l’Ue per fargli un favore. Un’alleanza di più Paesi però potrebbe ribaltare la situazione. L’Italia, aggregandosi a questo ipotetico asse “austro-ungarico”, porterebbe la sua dose di contrasti: i Paesi dell’Est Europa, Orban in testa, sono i primi a bloccare l’introduzione di quote per la redistribuzione dei migranti, che vorrebbero lasciare alle cure di Roma.

E né l’Austria, né i Paesi di Vysegrad sono pronti a litigare con la Germania, alla quale sono strettamente legate in campo economico. Insomma, come dice il politologo Ivan Krastev, “nessuno vuole davvero far collassare l’Unione Europea. Gli imperi si disintegrano partendo dal centro, non dalla periferia. Se l’Ungheria esce dall’Ue non se ne accorgerà nessuno. Il problema inizierà quando la Germania deciderà di non avere più la pazienza necessaria a districare tutti questi pasticci”.