L’orco non è solo quello che si è impiccato

Dopo il suicidio del padre che abusava di lei, le confessioni di una ragazzina sono finite in pasto ai giornali in una storia in cui nessuno l'ha protetta, dalla scuola alla madre che sapeva tutto.

Foto di Artit Oubkaew / Alamy / IPA

La storia della ragazzina e del tema in cui ha raccontato l’abuso da parte del padre (che poi si è impiccato per la vergogna) è un concentrato agghiacciante di egoismi, pornografia, insensibilità e ignoranza. Di tutti i protagonisti della vicenda. “L’orco si è impiccato” titolava oggi un giornale. Già. Ma parliamo degli orchi rimasti in vita.

La ragazzina ha scritto un tema la cui traccia era “Scrivi una lettera a tua madre confessandole ciò che non hai il coraggio di dirle”. È la stessa traccia che hanno dato in un tema a mio figlio un mese fa. Posso dire, per esperienza, che i ragazzini, per un qualche esercizio dell’inconscio che mi è oscuro, riescono davvero a confessare in questo genere di temi cose che si tengono dentro per pudore, resistenza, vergogna. Lo fanno pensando che esista un patto di fiducia tra loro e l’insegnante. Lo fanno perché hanno bisogno di credere nella solidarietà e nella comprensione di un estraneo. Nell’assenza di giudizio.

Questo patto di fiducia che la ragazzina aveva stretto con l’insegnante, è finito sui giornali, nei tg, sul web, nelle chiacchiere di paese. Il tema della ragazzina, interi passaggi di quel tema, sono finiti sui giornali. Un abuso anche questo. Orco anche chi l’ha permesso. Orco chi ha passato le carte ai giornalisti assetati di confessioni pruriginose. Il preside ha detto che aveva denunciato un mese fa, ma che era rimasto tutto ben nascosto. E in effetti non può essere stato il preside a divulgare le confessioni della sorella della ragazzina al giudice. (“…non aveva la forza di confessare a voce il suo dramma perché non aveva il coraggio e, soprattutto, per non rovinare l’armonia familiare…”).

E però il preside ha pensato bene di rilasciare pure lui, dopo la morte del padre della ragazzina, una bella intervista al Corriere della sera in cui ci fa sapere anche come la ragazzina ha saputo della morte del padre (“Glielo abbiamo comunicato noi a scuola”) e in cui però, dopo aver rivelato dettagli su come sono andate le cose (“Quel tema l’abbiamo fatto fare di proposito…”), si lamenta perché sono usciti troppi dettagli.

E certo, invece lui l’intervista al Corriere la doveva proprio fare. Deontologia professionale. Infine, c’è la mamma. Secondo gli inquirenti, accadde già tempo prima un abuso di natura non precisata sulla figlia ventenne sempre da parte del padre, e lei ha detto che in quell’occasione il marito le aveva promesso che non si sarebbero più verificati fatti analoghi. Quindi la madre, con quattro figlie femmine, se ne stava zitta e si teneva il marito in casa, pur sapendo che qualcosa era accaduto e che qualcosa poteva ancora succedere. (o che succedeva, magari).

La morale immorale di questa storia è che nessuno ha protetto questa ragazzina. Una ragazzina che si fidava degli adulti. E gli adulti, in questa brutta storia, l’hanno tradita, usata, calpestata, abusata tutti. Non solo l’uomo che s’è impiccato a un albero.