«Lo Xanax è l’asso pigliatutto delle case farmaceutiche. E la musica lo sa»

Gli psicofarmaci invadono le rime trap, i testi dei night show, i talent. Cosa c'è dietro la "moda" delle benzodiazepine, nella musica e non solo? Ne parliamo con il neuropsichiatra Stefano Benzoni

Io mando giù l’arsenico, non lascio manco più le goccioline. Xanax come noccioline e pare da rimpicciolire.
Con l’esibizione del rapper Marco Anastasio gli ansiolitici sono arrivati fin sul palco di X Factor. Gli psicofarmaci paiono aver assunto un ruolo sempre più centrale nella società occidentale, tanto da risultare oggi quasi “di moda”. È quanto raccontiamo sul numero di Rolling Stone in edicola, dove potete trovare un lungo articolo sulle benzodiazepine e il loro impatto sulla società. È quanto confermano i dati del CNR , che abbiamo diffuso in anteprima. Della dimensione più pop e di quella farmacologica, di usi e abusi dello Xanax abbiamo oggi parlato con Stefano Benzoni, neuropsichiatra infantile autore del libro L’infanzia non è un gioco e di Psychofarmers, un “dizionario illustrato della felicità e dell’oblio”.

In una trasmissione popolare come X Factor, irrompe il tema ansia, e il suo più noto rimedio chimico. Qualcosa è cambiato a livello culturale?

Se ascolti Renato Zero o Vasco, ti accorgi che qualche tempo fa si parlava eccome di queste cose. Però se oggi Vasco parla di Xanax è bollito, se invece ne parla un ragazzetto qualsiasi è moda. La realtà è che le benzodiazepine non sono mai passate di moda, sono semplicemente trasmigrate da una vetrina all’altra.

Oggi la trap italiana cavalca l’immaginario feeling blue degli ansiolitici (alcuni video che corredano questo articolo rendono bene l’idea per quanto riguarda gli Stati Uniti, ndr). Cosa c’è dietro alla scelta di abbracciare quelle suggestioni, la semplice imitazione di ciò che da anni avviene negli Stati Uniti oppure qualcosa di nuovo?

Per capire se è cambiato qualcosa è indispensabile tornare parecchio indietro nel tempo. È almeno dal 1966, con Mother’s Little Helpers dei Rolling Stones (nel pezzo Jagger canta le sorti di una casalinga con una passione per il Valium), che il connubio musica-psicofarmaci ha periodiche puntate nel mainstream. Non c’è nulla di strano. In quel periodo il Valium – bisnonno chimico dell’Alprazolam, il principio attivo di farmaci come Xanax -, era diventato il farmaco più prescritto d’America e il suo successo sanciva la definitiva “de-psichiatrizzazione” degli psicofarmaci. Il Valium era la versione gentile di altri tranquillanti ampiamente abusati nei ’50 – come i barbiturici -, i quali a loro volta potevano essere considerati la versione mite degli antipsicotici hardcore, i vecchi neurolettici stile Qualcuno volò sul nido del cuculo. Con il Valium si assiste ad una specie di liberalizzazione dei farmaci psichiatrici, buoni non solo per l’uso ricreativo di junkies assortiti – con o senza chitarra -, ma anche per casalinghe disperate, e, in fondo, per ogni onesto cittadino sano di mente.

A confermare la natura “ambigua” dello psicofarmaco.

Per sua natura è un prodotto a metà tra lenimento e godimento, tra lo spettro della malattia e il mito del benessere. E in questo modo invade le produzioni culturali di massa dai ’60 in poi. La “moda” dello Xanax nella trap viene da li, e può essere compresa solo recuperando una storia al centro della quale ci sono – dal lato della medicina – almeno due passaggi fondamentali. Il primo è che l’ossessione collettiva per il benessere oggi passa anche per una spietata “medicalizzazione” di ogni aspetto della nostra vita, minacciata dalle tossine, dallo stress, dai radicali liberi, dai grassi, dagli eccessi… Il secondo aspetto fondamentale riguarda il fatto che negli ultimi 15 anni la psichiatria ha operato una graduale “psichiatrizzazione” della normalità, promuovendo l’idea distorta che qualunque – o quasi – malessere psichico, anche minimo, meriti in fondo di ricevere una diagnosi e dunque una giusta cura.

I medici che prescrivono troppo e curano i “non malati” sono parte del problema?

La medicina sembra fare sempre più fatica a stare dalla parte della salute. Questo è un problema serio, che non c’entra molto con gli interessi delle multinazionali, ma piuttosto con il fatto che la nostra idea di salute sia sempre più debole e sempre più “sanitarizzata”. La saturazione psichiatrica della normalità è certamente un aspetto che non è generato dai medici, ma sul quale i medici dovrebbero interrogarsi con maggiore rigore.

Torniamo alla storia dell’uso dei farmaci a scopi ricreativi. Quali sono gli altri passaggi fondamentali di questa vicenda?

L’industria farmaceutica ha flirtato fin dai primi passi con il confine opaco tra uso e abuso. All’inizio del ‘900 circolavano vari prodotti a base di cocaina – il noto tonico Mariani – e sciroppi per la tosse a base di eroina. Durante le guerre mondiali vi fu una diffusione vastissima tra i soldati di farmaci a base di anfetamine, instradati a un consumo sotterraneo e fuori controllo. Poi, tra i ’50 e i ’60, parte l’onda dei barbiturici, presto sostituiti, come detto, da Valium e affini. Non a caso, insieme alla diffusione di questi farmaci per usi sanitari, si sviluppa anche una mitografia articolata, fatta di consumi promiscui, overdosi improvvisate, e – a volte – suicidi eccellenti. Tra arte e psicofarmaci si genera così un legame molto stretto, ma che assume forme espressive molto diverse dalla retorica degli eccessi tipo (sex)-drugs-rock’n’roll. L’uso “ricreativo” dei farmaci psichiatrici dà ben poca soddisfazione e la sua mitografia è cupa, ambigua e quasi sempre senza “sballo”.

Qualche nome?

La lista è virtualmente è infinita. Ci trovi le visioni di Philip Dick, Burroughs, Ginsberg, Terry e Ballard, le ossessioni di Wahrol e Bret Easton Ellis la passione di Keith Moon per il Quaalude, la vastissima farmacopea in Lou Reed, Janis Joplin, Jackie Curtis, e le altre Chelsea Girls. C’è il consumo disperato ed esausto di artisti come William Buckley, Syd Barrett, e giù fino a Kurt Cobain e Amy Winehouse. E mentre su molti set hollywoodiani si tiene il passo a botte di anfetamine, sceneggiatori e registi riempiono copioni di tranquillanti e antidepressivi (Woody Allen su tutti, ma anche qui la lista è smisurata). Gli psicofarmaci invadono i late night shows e le tv, sin dai tempi dei Jefferson e di Casa Keaton, per arrivare ai cartoons storici come i I Simpson, South Park e I Griffin.


Negli Stati Uniti è sorta una riflessione, lanciata da un articolo Washington Post, secondo cui la musica contemporanea suona come “se fosse tutta sotto gli effetti di psicofarmaci”. Perché questa, è la tesi, è “l’era dell’ansia” e ha il suo sound peculiare.

Il grande ritorno dell’ansia è legato a fenomeni complessi, in parte radicati nella diffusione della narrazione collettiva della paura. La paura dell’altro, dell’inquinamento, del terrorismo, degli immigrati, etc, di cui molti politici, anche a casa nostra, fanno un uso misero e selvaggio. D’altra parte il fatto che gli ansiolitici siano tornati alla ribalta nelle produzioni artistiche e letterarie c’entra anche con fenomeni connessi al marketing. Gli ansiolitici l’avevano fatta da padrone nei ’60 e ’70. Poi, gradualmente, il mercato ha spostato l’attenzione sugli antidepressivi, la cui storia ha probabilmente il suo apice con lo “scoppio” della prima bolla speculativa a Wall street. E ancora in seguito è stata la volta del Ritalin e degli stimolanti anfetaminici, infine, negli ultimi dieci anni, il mercato miliardario dei farmaci, sguarnito di un nuovo asso pigliatutto, ha rispolverato i vecchi classici, che non si sbaglia mai.

Ma è condivisibile il collegamento diretto “anxiety nation” = boom dello Xanax?

Non c’è dubbio che i mutamenti sociali di questi ultimi anni stiano generando forme crescenti di alienazione sociale. Le persone perdono la loro connessione con le azioni, con il senso del tempo dello spazio del limite, dell’intimità e della morte. Tutto ciò sta generando profondi mutamenti nel nostro modo di intendere il benessere e l’ossessione collettiva per le isole di decelerazione a colpi di Spa e tisane non sono che la versione salutista di soluzioni più estreme.

L’interesse della musica e dell’arte più in generale verso simili temi può portare ad un aumento di consumi? Esiste una relazione tra le due cose?

È possibile che qualche pezzo trap in cui si parla di ansiolitici attiri l’attenzione dei ragazzini su questi farmaci, e forse crei anche nuove mode, nuovi tipi di abuso. Ma nel consumo di ansiolitici non c’è niente di nuovo, eccitante o cool. Sono da 60 anni tra i farmaci più venduti al mondo, le pillole di nonne insonni e zii agitati. Ed è anche noto che sono farmaci prevalentemente prescritti da medici generici, forse meno sensibili degli psichiatri al fatto che queste medicine, più della maggior parte degli altri psicofarmaci, siano piuttosto pericolose, e diano dipendenza e assuefazione.

C’era in passato una sorta di stigma sociale dietro gli psicofarmaci in passato, che ora è stata rimossa?

Penso abbia ragione Benedetto Saraceno (già direttore del Dipartimento di Salute Mentale e Abuso di Sostanze dell’OMS, nda), quando dice che bisogna diffidare del termine “stigma”, specie quando è usato dagli psichiatri. Le campagne della psichiatria “contro la stigmatizzazione” dei pazienti psichiatrici tendono a contenere due tipi molto insidiosi di messaggi. Il primo, apparentemente benevolo, è che “in fondo siamo tutti un po matti” e che “tra la mia tristezza e la tua depressione in realtà la differenza non è poi molta”. Si tratta di un messaggio a prima vista bonario, salvo che veicola l’idea per cui, proprio perché siamo tutti un po’ matti, non si vede per quale motivo non dovremmo meritarci tutti una buona dose di psicofarmaci, ciascuno per il proprio insindacabile e privatissimo lenimento personale. Il secondo messaggio insidioso è che le battaglie della psichiatria contro lo stigma tendano ad assolvere in modo molto sbrigativo proprio gli psichiatri: il messaggio è “cittadini, non trattate male i pazienti psichiatrici! Noi si che sappiamo rispettare la loro dignità!”. Andate a chiedere ai pazienti come si sentono trattati di solito dai loro medici e poi ne riparliamo…

Secondo te, in senso assoluto, ha senso parlare di una “moda” Xanax?

Non c’è dubbio che in questo momento ci sia un ritorno degli ansiolitici nel mercato dei prodotti culturali. La registrate voi giornalisti, e la registrano le narrazioni collettive. È una mitografia mesta e un po’ riciclata. Non c’è molto di cool o nuovo negli artisti che rispolverano le vecchie benzodiazepine, né nel fenomeno culturale in sé. La retromania di cui parla Simon Reynolds non nasce con la musica, e non si esaurisce in quel campo. Penso che in un certo senso tutta questa storia dello Xanax tornato di moda in Italia sia frutto anche del bisogno di chi lavora alla costruzione delle narrazioni collettive di trovare sempre la “novità”. E a furia di parlarne si crea poi lo spazio fisico della sua esistenza sociale.

Come mai, sostengono i dati del CNR, le benzodiazepine sono un prodotto più femminile che maschile?

Tutte le statistiche dicono che i problemi psichici sono tipicamente molto diversi tra maschi e femmine, perché diversi sono i comportamenti che la società giudica desiderabili in un maschio e in una femmina. I pazzi pericolosi sono sempre maschi, per Hollywood e per Walt Disney. E le femmine psichiatriche nelle produzioni culturali di massa di solito sono micragnose, cupe, noiosissime e in perenne sbattimento, tipo il personaggio ideale per Margherita Buy, per intenderci.