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L’Europa in frantumi

Nel corso del 2017, si voterà in quattro dei cinque paesi principali dell'eurozona. Tra falchi e colombe e l'ipotesi di un'Europa a due velocità, l'Italia come al solito rischia grosso. Abbiamo fatto il punto della situazione

I prossimi 12 mesi saranno l’anno più lungo per l’Unione Europea e per l’euro, la moneta unica adottata da 19 tra i 28 Paesi della UE. Si voterà in quattro dei cinque Paesi principali dell’eurozona: in Olanda a marzo, in Francia ad aprile con ballottaggio il mese successivo, in Germania a settembre e in Italia in una data ancora incerta, ma che con ogni probabilità cadrà tra il prossimo ottobre e marzo 2018.

Si tratterebbe comunque di una fase cruciale per la vita e per gli indirizzi futuri dell’Unione e della sua moneta, data l’importanza dei Paesi chiamati al voto e la crescente forza dei partiti anti-euro, che potrebbero risultare i più votati in Olanda, Francia e Italia. Ma la tensione è moltiplicata da altri due elementi.

Il primo è la guerra totale che si sta già combattendo da mesi nelle due vere capitali dell’Unione, Bruxelles e Berlino, tra il partito dei falchi, che mira a ripristinare il rigore assoluto e non esclude l’ipotesi di raddoppiare la moneta unica (passando a un euro forte limitato ai Paesi del Nord più la Francia e forse l’Italia) e quello delle colombe, che presidiano la svolta meno rigida impressa dal presidente della BCE Mario Draghi, che intendono difendere a tutti i costi l’euro unico. Il secondo elemento è la nuova politica anti-Unione adottata dagli USA di Trump, coadiuvati dalla Gran Bretagna post-Brexit. Una novità assoluta che modifica radicalmente il quadro complessivo.

La guerra per il ripristino del rigore è in corso in Europa già da mesi e interessa particolarmente l’Italia, dal momento che proprio il belpaese, con il suo altissimo debito pubblico e la ripresa più fiacca dell’intera UE, è l’anello debole e di conseguenza il campo di battaglia sul quale si scontrano già le due fazioni. La squadra dei duri conta nel suo pacchetto di mischia il ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, il vicepresidente della commissione europea, il lettone Valdis Dombrovskis, e l’olandese Jeroen Dijsselbloem, presidente dell’Eurogruppo. Il loro obiettivo è archiviare al più presto le politiche espansive adottate negli ultimi anni dalla BCE di Draghi, imporre il rispetto rigoroso dell’agenda per il rientro dal debito pubblico fissata dal Fiscal Compact, che l’Italia ha addirittura inserito nella propria Costituzione e stringere i cordoni delle borsa della flessibilità, concedendola col contagocce.

Sul fronte opposto, oltre a Draghi, ci sono il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, il commissario all’Economia Pierre Moscovici ma anche Angela Merkel. La cancelliera era stata la prima a mettere in campo l’ipotesi di un’“Europa a due velocità”, salvo poi ritrattare dopo un summit con Draghi, proprio perché consapevole di quanto facilmente quell’ipotesi sarebbe stata tradotta dai falchi in “Euro a due velocità”, cioè nel funerale della moneta unica.

I due eserciti si stanno già scontrando proprio sul caso italiano. L’Italia è il Paese che più di ogni altro si è avvalso della flessibilità – per un totale di circa 26 miliardi di euro – e quello a cui più hanno fatto scudo le politiche di Draghi. Può rivendicare il varo di alcune riforme importanti dettate dall’Europa, sulle pensioni e sul lavoro e vantare un saldo primario, cioè l’eccedenza tra entrate e uscite, migliore di chiunque altro nella UE. Però è anche il Paese con il debito più elevato e quello con la ripresa più flaccida. Cifre alla mano, entrambi i partiti europei dispongono quindi di buoni argomenti. Li adopereranno per sostenete una scelta che sarà politica e non economica, quando si tratterà di decidere come comportarsi a fronte del mancato rispetto della tabella di marcia fissata dal Fiscal Compact per la riduzione del debito: prima con il “Rapporto sul debito” atteso il prossimo 22 febbraio, poi, dopo l’estate, scegliendo se far scattare o meno la “clausola di salvaguardia” che imporrebbe all’Italia il recupero di 19 miliardi di euro da sommarsi alla prossima legge di bilancio, che già si prevede durissima.

L’Italia rischia grosso. In caso di prevalenza della linea dura, potrebbero diluviarle addosso sia una severa procedura d’infrazione che finirebbe per condurre a un commissariamento di fatto, sia l’ordine di aggredire il debito vendendo i “gioielli di famiglia”, in concreto i principali asset strategici del Paese.

Solo che il quadro è destinato a essere modificato profondamente dalle prossime prove elettorali. In Olanda i sondaggi continuano a vedere in testa il PPV (Partito per la libertà) di Geert Wilders, antieuropeista almeno quanto anti-islamista. Anche se dovesse vincere, Wilders non arriverà al governo comunque. La sua affermazione costringerebbe però centrodestra e centrosinistra a un governo di coalizione e il segnale condizionerebbe l’intera politica della UE.

La prova francese è quella determinante. Se il Front National di Marine LePen conquistasse l’Eliseo, per la UE sarebbe quasi certamente la fine. Tutti i sondaggisti e gli analisti concordano nel ritenere quasi impossibile la vittoria del Front National al ballottaggio: però sono gli stessi che consideravano allo stesso modo il successo della brexit e quello di Trump negli Usa. Molto dipenderà da chi sarà il concorrente: per battere Marine LePen al secondo turno è necessario che i voti di tutti convergano sul candidato alternativo. Ma se questi sarà un thatcheriano iper-liberista come Francois Fillon, che ha in programma 500mila licenziamenti nel pubblico impiego e 110 miliardi di tagli alla spesa pubblica – di fatto la fine dello Stato sociale – non è affatto certo che gli elettori di sinistra accettino di sostenerlo pur di sconfiggere una candidata che è sì di destra radicale, ma sventola il vessillo della difesa dello Stato sociale.

Anche il voto tedesco potrebbe riservare sorprese. Al momento della discesa in campo, il candidato social-democratico Martin Schultz, europeista e antirigorista, era dato per sconfitto quasi senza partita. In poche settimane ha recuperato 14 punti percentuali e ora insidia da vicinissimo l’eterna cancelliera Merkel. Una sua vittoria segnerebbe il trionfo di Draghi e la sconfitta dei falchi nel cuore stesso della UE.

La partita è già iniziata e durerà molti mesi. Se alla fine l’Unione Europea esisterà ancora è incerto. Ma che sia destinata a diventare in ogni caso molto diversa da quella di oggi, è invece sicuro.

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