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Le donne polacche stanno scioperando per difendere il diritto all’aborto

Il parlamento polacco vorrebbe eliminare la possibilità di abortire, anche in caso di stupro o di rischi per la salute. Così è nata la "Protesta in nero", uno sciopero delle donne che rivendicano di essere ascoltate quando si parla della loro salute

Oggi, 3 ottobre 2016, in Polonia è il “lunedì nero”, il giorno stabilito dalle donne polacche per scioperare contro l’ennesima restrizione sulla legge che regola l’aborto – già una delle più severe d’Europa.

La Polonia è un paese cattolico in cui il partito di maggioranza è il conservatore ed euroscettico Prawo i Sprawiedliwość, Diritto e Giustizia (sigla PiS), fondato dai gemelli Lech e Jarosław Kaczyński nel 2001 – Lech Kaczyński è stato Presidente della Polonia, ed è morto nel 2010 in quello passato alle cronache come “l’incidente dell’aereo presidenziale polacco”, in cui hanno perso la vita anche alti funzionari del parlamento polacco, il Presidente della Banca Nazionale di Polonia e il capo delle forze armate. Dal 2015 il Presidente della Repubblica è Andrzej Duda, politico del PiS, e dopo le elezioni parlamentari del 2015 il partito ha ottenuto più del 37% dei voti – e per la prima volta dal 1989, nessun partito di sinistra è entrato in Parlamento. Diritto e Giustizia è un partito che ha posto fortemente l’accento sulla sicurezza – Lech Kaczyński nel 2006 disse anche di voler ristabilire la pena di morte – ed è contrario alla legalizzazione delle droghe e alle unioni tra persone dello stesso sesso. E poi c’è la questione aborto.

La legge che regola l’aborto in Polonia è simile a quella irlandese: la donna può chiedere la procedura solo nel caso in cui le malformazioni del feto siano così gravi da comprometterne la sopravvivenza dopo il parto, se ci sono rischi per la vita della madre, oppure se la gravidanza è a seguito di una violenza sessuale (ovviamente, i medici possono obiettare). Ora però il PiS vorrebbe eliminare anche le eccezioni, rendendo l’aborto praticamente illegale, così da avere “la piena protezione del nascituro, la quale è impossibile con le leggi attuali”, come è stato detto alla Conferenza episcopale polacca.

Il gruppo conservatore Ordo Iuris e una coalizione di associazioni anti-abortiste sotto il nome “Stop Aborto” hanno consegnato una petizione al Parlamento con più di 100.000 firme chiedendo il divieto di abortire, e il 23 settembre la camera bassa del Parlamento ha votato a favore della proposta. A questo punto sono entrate in gioco le associazioni pro-scelta, che hanno cominciato a manifestare di fronte al Parlamento e a organizzare la #Czarnyprotest, protesta in nero, uno sciopero generale delle donne con manifestazioni organizzate in tutte le principali città polacche (e anche nel resto d’Europa, Italia compresa) e l’invito a passare la giornata con le proprie amiche, a fare attività piacevoli, con i propri figli, a donare il sangue o a fare opere di volontariato.

Tutte le donne che partecipano al “lunedì nero” – comprese quelle che non hanno potuto scioperare – oggi indossano abiti neri come simbolo di partecipazione alla protesta. L’idea viene dall’esempio islandese: il 24 ottobre 1975 il 90% delle donne del Paese aderì allo sciopero lanciato dal movimento femminista Calze Rosse per chiedere la parità salariale. E la ragione della scelta di questo tipo di protesta è che, come allora non si dava valore al ruolo delle donne nella società islandese, oggi le donne polacche sentono di non essere ascoltate, mentre continuano gli attacchi alla loro salute e ai loro diritti riproduttivi – non parliamo solo di aborto: ora si vorrebbe mettere al bando anche la pillola del giorno dopo (al momento si può prendere dopo prescrizione medica) e limitare l’uso della fecondazione in vitro.

Secondo gli ultimi dati, vengono eseguiti in Polonia meno di 1.000 aborti legali all’anno, mentre i dati su quelli illegali sarebbero tra i 100 e i 150 mila all’anno, considerando anche quelli che vengono praticati all’estero, principalmente nei paesi vicini come Slovacchia, Repubblica Ceca, Austria e Germania.

Per quanto molte donne siano comunque contrarie all’interruzione volontaria di gravidanza, la totale messa la bando dell’aborto è fortemente criticata – un sondaggio Ipsos dice che il 50% della popolazione sostiene lo sciopero. La proposta attuale prevederebbe uno scarico di responsabilità sul medico in caso di scelta di abortire per problemi di salute della madre e del feto, con il rischio di essere condannati fino a 5 anni di carcere in caso di diagnosi errata, e questo potrebbe spingere un medico a evitare esami approfonditi. In caso di un aborto dopo uno stupro, la donna potrebbe essere condannata fino a 5 anni di carcere, creando così la situazione paradossale per cui la donna vittima di violenza è criminale tanto quanto il suo stupratore.

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