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La strage di Las Vegas è una questione politica

L'America è vulnerabile agli attacchi terroristici per colpa del potere della National Rifle Association, e Trump ne è perdutamente innamorato

Domenica notte un terrorista armato con fucili a ripetizione ha preso la mira dal 32esimo piano di un hotel di Las Vegas e ha scagliato una pioggia di proiettili sul pubblico di un festival country: ha ucciso 58 persone, ne ha ferite 500 e ha lasciato le restanti 22,000 nel panico.

I titoli dei giornali parlano del “peggior massacro della storia moderna” e, purtroppo, la conta dei morti ha già superato quella del Pulse Club di Orlando. Quello di Las Vegas è il terzo attacco terroristico più letale che si è verificato sul suolo Americano, secondo solo all’11 settembre e al bombardamento del 1995 di un edificio federale di Oklahoma City.

Gli Stati Uniti devono confrontarsi con questo terrorismo. E con chi lo rende possibile.

Il terrorismo è stato definito come quel tipo di violenza inflitta a fini politici. Non sappiamo ancora la motivazione dietro all’attacco: l’attentatore, il 64enne Stephen Paddock, è morto e non potrà essere interrogato. Quello che possiamo dire, però, è che se un uomo che acquista una dozzina di armi da fuoco e si rinchiude in una camera d’albergo per sterminare civili innocenti non è un terrorista, allora questa parola non ha più nessun significato.

Mark Kelly – marito di Gabby Giffords ed ex-capitano della Marina – ha sottolineato questo passaggio per tutta la giornata di ieri. «Questo è il peggiore scenario possibile. Ha infestato i nostri sogni, abbiamo sempre avuto paura di svegliarci con la notizia di un massacro come questo: armi da fuoco nelle mani di un killer determinato e con un vantaggio tattico. Questa era un’imboscata», ha detto. «Questo è terrorismo domestico».

E il massacro di Las Vegas è “atto di terrorismo” anche basandosi solo sulla legge del Nevada, dove è definito come “ogni atto di violenza compiuto con il fine di causare gravi danni o uccidere la popolazione”. L’errore semantico – etichettare l’attacco come “gun violence” – ha gravi conseguenze. L’America è in guerra con il terrorismo, non ha nessun problema con la gun violence.

Gli Stati Uniti hanno investito miliardi di dollari nei conflitti in Afghanistan e Iraq; il Congresso ha approvato il Patriot Act, e alcuni diritti derivanti dal Quarto Emendamento sono stati indeboliti. La sicurezza aeroportuale è diventata durissima, e ci siamo tutti abituati al rito di aprire la valigia e togliere le scarpe dopo il metal detector.

Ma quando i terroristi attaccano con fucili a ripetizione, la razionalità degli americani – e la capacità di azione del loro governo – è messa a dura prova. L’errore è in primo luogo un problema di razzismo. Se l’attentatore è bianco lo chiamano “lone wolf” (lupo solitario), non “terrorista”; ma di terroristi di tratta, e stanno attaccando luoghi delicati: scuole, club e adesso anche i festival.

Dopo i massacri non è stato fatto nulla a livello federale per restringere l’accesso ad armi da fuoco in grado di uccidere con tanta efficienza. Questo è un problema politico, il Secondo Emendamento non c’entra niente. Nonostante le dichiarazioni dell’NRA (National Rifle Association), i tribunali di tutto il paese hanno ripetuto fino allo sfinimento che queste armi non sono protette dalla Costituzione.

Non abbiamo ancora la lista completa dell’arsenale utilizzato a Las Vegas (ma si parla già di “più di 19 fucili”, almeno secondo il New York Times): ascoltando l’audio dell’attacco è facile pensare a una mitragliatrice automatica. È possibile acquistare una mitragliatrice negli Stati Uniti? Sì, e in Nevada puoi portartela in giro con la stessa facilità con cui porti una pistola di piccolo calibro.

L’immobilismo Americano è una presa in giro: Al Qaeda e altri gruppi islamisti hanno apertamente consigliato ai jihadisti di sfruttare le leggi sulle armi per costruirsi un arsenale, come ho scritto dopo l’attacco di Orlando:

“Un manuale per terroristi ritrovato in Afghanistan e intitolato Come posso addestrarmi per la Jihad incoraggia i terroristi ad armarsi direttamente in America. Un video di reclutamento del 2011 contiene consigli molto simili: ‘in America è facile ottenere armi da fuoco. Puoi andare a un gun show nel più vicino convention center e acquistare un fucile d’assalto senza nessun tipo di controllo, e spesso senza neanche dover mostrare un documento. Cosa aspettate?’”.

Gli Stati Uniti sono più vulnerabili ai terroristi a causa del potere politico della National Rifle Association. Punto.

E non hanno mai avuto un presidente più innamorato dell’NRA di Donald Trump, che si è insediato nella Casa Bianca anche grazie ai $30 milioni di dollari di finanziamento della sua campagna elettorale gentilmente concessi dall’associazione. Durante la sua apparizione al congresso nazionale della lobby, Trump ha ringraziato l’NRA e si è messo a disposizione: «Voi vi siete impegnati per me, io mi impegnerò per voi», ha promesso.

Lunedì, però, il Presidente ha citato la Bibbia e condannato un atto di “pura malvagità”. Non ha fatto né promesso nulla per prevenire gli attacchi del futuro. Il Presidente ha solo detto di far sventolare la bandiera a mezz’asta. E se questo è quello che riesce a fare quando la Guerra al Terrorismo esplode all’interno dei confini del suo Paese, armata con fucili Americani, allora farebbe meglio a far sventolare bandiera bianca.