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La nostra libertà: Bataclan, Parigi, 13 novembre 2015

Il 13 novembre del 2015 si consumava la strage del Bataclan, un attacco alle "nostre abitudini, i nostri piaceri quotidiani, la nostra cultura popolare". Alcuni pensieri di Massimo Coppola scritti il giorno dopo su un treno per Glasgow

Un bambino alla veglia per le vittime del Bataclan. Foto: Jeff J Mitchell/Getty Images

Un bambino alla veglia per le vittime del Bataclan. Foto: Jeff J Mitchell/Getty Images

Glasgow, 14 novembre 2015

Era da poco passato 9/11 e stavo conversando con lo scrittore francese Michel Houellebecq sul tema a lui molto caro dell’estremismo islamico. Con la sigaretta tra mignolo e anulare, entrambi ingialliti, gli occhietti piccoli e quelle labbra sottili, le sue parole uscirono come un sussurro: «Non ha senso fare la guerra al fondamentalismo islamico. Dovremmo piuttosto bombardarli con i videoclip di MTV, non con le granate».

Quello che intendeva, mi parve allora, era molto semplice: il soft power (quello della cultura pop: film, canzonette, libri) sarebbe stato molto più efficace di qualsiasi azione militare nel sottrarre forze e (false) ragioni all’estremismo, nel disinnescare il fondamentalismo islamico attraverso la seduzione dell’Occidente.

Sono passati poco più di dieci anni da allora, ma sembrano molti di più. Ci sono state guerre tragicamente inutili, le dittature arabe si sono frantumate lasciando spazio a milizie follemente determinate alla barbarie, l’Europa si è trovata sotto attacco più volte (Londra, Madrid, Parigi). Eppure ancora oggi c’è chi si sorprende del fatto che l’Europa non sia più il paradiso isolato e autosufficiente che credevamo fosse, ma al contrario un campo di battaglia a bassissima intensità con picchi improvvisi, tragici e spettacolari, in cui decine di cittadini europei (donne e uomini, bianchi e neri, cristiani e musulmani) sono stati feriti e uccisi. All’occhio degli assalitori, quelle di Parigi non sono vittime innocenti, ma colpevoli di essere europei, e per estensione, cristiani.

Ma se è vero che sarebbe sciocco sorprendersi, un fatto nuovo e preoccupante c’è. Nonostante sia estremamente difficile essere lucidi in momenti come questi, a non farsi sopraffare dal dolore o peggio dall’odio cieco (l’ultima risorsa di chi lotta contro un nemico senza una divisa e senza un campo di battaglia), un dato emerge in modo incontestabile. Gli attacchi di Parigi avevano come obiettivo lo stile di vita occidentale. Non è stata attaccata una stazione, un aeroplano, un raduno di governanti. Sono state attaccate le nostre abitudini, i nostri piaceri quotidiani, la nostra cultura popolare. Una partita di calcio, un concerto rock, una cena al ristorante. Non può essere un fatto casuale. I fondamentalisti hanno “bombardato” il nostro tempo libero, un venerdì sera qualunque, di una qualunque città europea, in cui, finito il lavoro, si esce a bere, a guardare il calcio, ad ascoltare musica, a mangiare qualcosa. E a stare insieme, in quella “promiscuità” che resta il sogno proibito di ogni fondamentalista islamico e la matrice prima del suo odio.

Alcuni sopravvissuti alla strage. Foto: Antoine Antoniol/Getty Images

Alcuni sopravvissuti alla strage. Foto: Antoine Antoniol/Getty Images

La notizia della carneficina mi ha raggiunto in un pub di Glasgow. Parlavo con i membri di una rock-band – i Mogwai. Raccontavano di quante volte avevano suonato al Bataclan. Mi accennavano che, solo due giorni prima, gli Eagles of Death Metal erano proprio a Glasgow per un concerto. Tutto del luogo in cui mi trovavo – uno delle decine di migliaia di luoghi simili in ogni parte del mondo – mi diceva che era come se stessero sparando anche qui. A queste ragazze con un drink in mano, a questi uomini davanti a un whiskey scozzese, ai gruppi di teenager che organizzavano la serata, alle rumorose tavolate di uomini che discutevano di calcio. Nulla di diverso da quel che stava accadendo al Bataclan, a Saint-Denis, al ristorante Le Petit Cambodge un attimo prima che la carneficina avesse inizio.

La provocazione di Houellebecq oggi diventa un sinistro presagio, quando dopo aver “esportato” democrazia con le armi (la bugiarda e nefasta reazione all’attentato dell’11 settembre) siamo ora costretti ad asserragliarci. Hollande, il Presidente della Repubblica francese, ha proclamato lo stato d’emergenza: oggi si può “limitare la circolazione delle persone, imporre loro di non uscire di casa, procedere a perquisizioni”. E chiude le frontiere. Mai come oggi un superficiale grido pacifista suona stonato se non addirittura irrispettoso. Qualcosa andrà fatto e se per fortuna la gente è per strada, nei caffè e sui mezzi pubblici, questo non potrà bastare. L’Europa ha il dovere non più rinviabile di unirsi e decidere una strategia condivisa e ben ponderata per far fronte alla situazione.

Scrivo queste righe sul treno Glasgow-Edimburgo. Alzo gli occhi e guardo i passeggeri. Mi sembra di amarli tutti. Liberi, come me, di pensare, di parlare, di fare l’amore, di andare a un concerto, di cambiare città, religione, band preferita, squadra di calcio, orientamento sessuale ogni volta che ci va. Mi sorprende un fiotto improvviso di dolce commozione, spunta una lacrima tranquilla, forte della consapevolezza che questa libertà sapremo difenderla a ogni costo. Io la difenderò a ogni costo. Abbiamo questa responsabilità e dovremo essere in grado di esercitarla. Non sarà facile, ma non possiamo pensare che chiuderci in casa sia la soluzione. Abbiamo cominciato a costruire un muro. E mai nella storia, mai, un muro ha portato buone conseguenze.

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