Jorit: «Voglio abbellire le persone, non i muri»

Il writer napoletano parla dopo l'arresto a Betlemme per il murale dedicato a una giovane attivista palestinese. «Le mie opere sono per chi non si rassegna», racconta a "RS", cui dice la sua sulla street art, l'impegno politico, Napoli e la trap

Le manette non sembrano più tanto strette ai polsi ora, assaporiamo il momento in cui ritorneremo a casa.
Così si conclude il lungo post che Agostino Chirwin, il vero nome del writer conosciuto come Jorit (foto di apertura), ha diffuso sui suoi canali social il 1 agosto, e con cui racconta quello che gli è capitato pochi giorni prima a Betlemme: l’arresto, assieme a un amico, da parte della polizia israeliana, una notizia che ha fatto il giro del mondo. Jorit stava dipingendo, con il suo stile inconfondibile, l’effige di Ahed Tamimi (foto sotto), teenager palestinese divenuta un simbolo della resistenza locale dopo aver schiaffeggiato un soldato israeliano. La ragazza è stata liberata domenica scorsa, a poche ore dal fermo dell’artista, ora rientrato nel suo Paese.

Jorit, italiano di origini olandesi, è nato a Napoli. Qui, nel quartiere San Giovanni, ha ricoperto due edifici a pochi passi tra loro con le icone di Diego Armando Maradona e di Niccolò, un bambino autistico: lo squarcio è diventato uno dei più fotografati e rappresentativi del capoluogo campano oggi. E poi tanti altri “faccioni”, con quegli occhi vividi e capaci di raccontare un intero mondo, da quello di Marek Hamsik e Maurizio Sarri (per rimanere in tema Napoli e football) a Eduardo De Filippo, da Davide Bifolco, ucciso dalla polizia nel 2014, a Clementino. E poi Achille Bonito Oliva e San Gennaro, piuttosto che ragazzine e ragazzini incontrati per strada. Con un tratto comune: fanno tutti parte della stessa “umana tribù”. In una lunga chiacchierata al telefono, Jorit racconta la sua “disavventura” mediorientale e dice la sua sui concetti di arte e impegno.

Come stai? Che postumi ha lasciato l’esperienza?
Sto bene, questa esperienza che mi ha fatto crescere. Credo di non aver fatto nulla di male, e che la gente abbia capito come stanno le cose. Che il mio arresto (descritto nei dettagli qua, ndr) è stato del tutto ingiustificato, come dimostra anche l’assurdo dispiegamento di forze dell’ordine.

Perché sei andato proprio a Betlemme?
Milito da sempre nei movimenti per la causa palestinese, anche se non ero mai stato in quella terra. Ho partecipato a manifestazioni pro-Palestina, ho letto libri, mi sono informato. E secondo me Israele rimane una forza di occupazione. Ma fin quando non provi sulla tua pelle come si vive in un posto, non capisci davvero come stanno le cose.

Come ti è venuto in mente di raffigurare Ahed?
La sua storia mi aveva colpito molto, e avevo calcolato che in questo periodo avrebbe scontato gli otto mesi di pena comminati e sarebbe stata libera. Per una ragazzina di 18 anni sono davvero tanti: a quell’età il carcere è ancora più segnante. La condizione dei palestinesi è simbolica per me. Un popolo sconfitto su tutta la linea. Ma, come nel caso di Ahed, non è domo, e prova a resistere. Lo schiaffo non fa male e non impedisce al soldato di fare il soldato, ma manda un messaggio: “Non mi rassegno a un destino già scritto”. Così, quando ho trovato il giusto contatto sul posto per organizzare la spedizione, sono partito con un amico.

Non hai pensato che per Israele quel murale, fatto proprio nei giorni della liberazione della ragazza, sarebbe apparso come una provocazione?
Avevo visto che su quel muro, molto lungo, c’erano tanti altri graffiti, un’enorme sequenza praticamente senza spazi liberi. Lì vicino c’è un’opera di Banksy molto famosa. Ospita scritte e disegni di ogni tipo, e quindi non mi sono fatto grandi problemi, anzi mi sembrava un muro perfetto, in cui ci si può prendere il proprio tempo, fare le cose per bene. Ci vanno addirittura i turisti, che lì provano gli spray per la prima volta.


Ma non era strano dipingere in un simile contesto? Dalle foto si vedono le torrette di guardia a pochi metri di distanza.

Sì, sembrava di stare in un altro pianeta. Sono abituato a girare il mondo, ma vedere tutti quei cecchini appostati e la polizia ovunque mi ha colpito. Di certo il mio arresto non è avvenuto per motivi di decoro, volevano colpire gli autori del ritratto di Ahed. Una repressione del tutto arbitraria della libertà artistica.

Cosa ricordi dei momenti dopo il fermo?
Il silenzio della polizia. Non ci dicevano nulla, né che eravamo in arresto e né dove saremmo stati portati. Alla fine abbiamo smesso di chiedere. Credo loro si aspettassero una confessione immediata, ma siamo stati zitti. Abbiamo passato circa 24 ore in due diversi commissariati, ce ne siamo andati con un foglio di via che ci impedisce di tornare da quelle parti per i prossimi dieci anni.

Il murale, però, è terminato.
Sì, quando ci hanno fermato lo avevamo appena finito. Spero che non sarà cancellato, che sarà il tempo a distruggerlo, come tutti i disegni su un muro. La gente del posto era tutta con noi.

Come si tengono assieme le figure di Ahed e quella, per esempio, di Maurizio Sarri?
Non so se ci sia una relazione, dipingo quello che ho in testa. Sarri (foto sopra) mi interessava, perché rappresenta un modo popolare di fare calcio, con l’anima e non solo per i soldi. Non sono un fanatico di pallone, mi interessa più l’aspetto aggregativo, la passione dei tifosi e le curve, che quello sportivo. I miei personaggi fanno parte della tribù umana, e, a modo loro, rispecchiano l’esigenza di senso di comunità, amicizia e amore che abbiamo tutti. E che è spesso disattesa nella nostra società.

Oggi tu rappresenti qualcosa per Napoli (almeno una certa parte della città), ne sei consapevole?
Non ho dipinto solo a Napoli, o temi napoletani. Di certo mi sono accorto che qualcosa aveva funzionato, colpito la gente, dopo il doppio murale sui due palazzoni di San Giovanni (foto sotto), un quartiere che ancora oggi viene chiamato Bronx. Lo stesso con Ael, l’opera a Napoli Est nato per celebrare la Giornata dei Rom.

Che idea ti sei fatto di questo rinascimento napoletano (dal calcio alla musica, fino al cinema e all’arte) tanto decantato dai media?
A me non interessano le vetrine scintillanti della città, ma il suo popolo. Se questa sorta di rinascita è un punto di partenza, che fa il bene comune, mi interessa, altrimenti no.

Che musica ascolti?
Parecchio rap. Faccio parte della KTM (storica crew partenopea, ndr), che al suo interno ha avuto dei rapper (La Famiglia e Chief, tra gli altri, ndr). Clementino è un amico, e lo stimo molto. Vedo potenzialità anche nella nuova scena trap, ma finché rimangono veri. Se ricordano da dove vengono e lasciano perdere collanoni, Maserati, puttane, droga o altre cazzate. Sarà che sono un po’ vecchio, ma quella roba non fa per me. Mi pare finta.

E Liberato?
Non ho ancora capito bene cosa abbia da dire, non ci vedo dietro molto.

Oggi tutti parlano di street art, con immagini spesso abusate. Come si colloca Jorit all’interno del movimento?
Non mi sento parte dell’ambiente, il 99% per cento degli street artist non mi dicono nulla. Mi faccio molte domande, se le mie opere possano servire a qualcosa per i quartieri in cui si collocano anzitutto. Io non faccio decorazioni, non voglio abbellire i palazzi. Piuttosto voglio abbellire lo spirito di chi lì abita. Se fai un disegnino caruccio in un posto che rimane una baracca (anche morale), non è servito a nulla.

Chi salvi?
Banksy è un grande, e mi piace Obey. Stimo chi si schiera, come Blu, da sempre il più coerente di tutti.

Non devo più chiamarti artista?
Io faccio graffiti, e penso che in questa parola ci sia tutto. Molti se ne chiamano fuori, perché sono illegali. Io invece rivendico quella storia, la natura di protesta e di libera espressione delle opere. Sono un graffittaro.