In Italia la prostituzione è legale?

Se facessi questa domanda a chi sta leggendo, probabilmente otterrei poche risposte corrette, tante mezze verità e qualche cantonata completa. Ecco la storia recente del lavoro più antico del mondo nel nostro paese.
Photo Illustration by Ian Waldie/Getty Images

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Quand’ero piccola e passavo con la macchina per qualche via di periferia chiedevo sempre a mia madre cosa ci facessero “quelle signorine” lì. “Aspettano il bus”, mi rispondeva. Ad un certo punto sono diventata troppo grande per crederle, non c’era nemmeno la palina della fermata, ma chi voleva prendere in giro?

Così la storia è cambiata avvicinandosi piano piano alla realtà, ma sempre con un velo di censura: “Sono prostitute. Diciamo che offrono dei servizi in cambio di soldi”. Per un po’ di mesi della mia vita, da bambina, ho considerato l’ipotesi di fare la prostituta da grande. I pro: alcune avevano capelli biondi lunghissimi-liscissimi-bellissimi, vestiti luccicanti e una nello specifico mi sembrava l’evoluzione moderna di una principessa. I contro: corso Settembrini a Torino nel gelo di una mezzanotte di gennaio non mi suonava come un’ottima idea. In ogni caso, alla fine dei conti mi sembrava un lavoro interessante e nemmeno troppo faticoso, mi bastava stare ferma qualche ora e aspettare che mi chiedessero un servizio (che nella mia testa era qualcosa tipo portare il pane a domicilio o aiutare gli anziani ad attraversare) di tanto in tanto, quindi non nego di averci fatto un pensiero nell’ingenuità dei miei sette anni.

Una ventina di anni dopo so bene cosa fanno le “signorine”, perché il loro lavoro sia tanto necessario quanto causa di accesi dibattiti e ho relegato la mia storia d’infanzia alla parte delle cene fra amici in cui si fa a gara di aneddoti.

Tutti sappiamo cos’è il sex work, ma, parlandone qua e là, mi sono resa conto che pochi hanno davvero un’idea di come la legge italiana lo tratti. Se proponessi un giochino semplice a chi sta leggendo e chiedessi qualcosa come “ma secondo te, in Italia, la prostituzione è legale?”, probabilmente otterrei poche risposte corrette, tante mezze verità e qualche cantonata completa.

La storia recente del lavoro più antico del mondo nel nostro paese possiamo riassumerla così: tra il 1861 e il 1870 s’è fatta l’Italia ma non gli italiani, allora si tenta almeno di fare le “donne mondane” italiane. Con la scusa di proteggere l’esercito dalle malattie veneree, Cavour regolamenta la prostituzione secondo tre principi cardine: registrare, ispezionare, controllare.

Le prostitute – che per l’epoca sembrano essere solo e sempre donne – sono viste come biologicamente deviate e il loro lavoro come una “deplorabile necessità”. La loro indipendenza fa paura, si cerca quindi di rinchiuderle in istituzioni che ricordino la ben più rispettabile struttura famigliare (se malate i sifilicomi, se sane le case chiuse) e di minarne la libertà in ogni modo, ricorrendo a burocrazia e assidui esami sanitari che, come ci insegna Foucault, sono spesso un interessante strumento di oggettivizzazione.

Nel 1888, con l’arrivo di Crispi e dell’abolizionismo, si inizia a parlare di difesa del diritto di scelta e del controllo della sessualità maschile. La prostituzione rimane aberrante, ma la domanda che ci si pone ora è: “l’istinto biologico dell’uomo, a cui si deve attribuire la causa della prostituzione, si può controllare tramite l’educazione?”. Insomma, la sessualità femminile deve restare pura e priva di impulsi passionali per essere considerata sana, ma quella dell’uomo va riprogrammata per evitare che abbia bisogno di un aiutino extraconiugale per non violentare le ragazze di buona famiglia, magari proprio una di quelle arrivate in città per cercare lavoro sulla scia della rivoluzione industriale.

All’inizio del ‘900, ad un decennio dal ritrovato regolamentazionismo (mitigato) di Nicotera, il problema è un altro: la tratta delle bianche e il conseguente sfruttamento. La questione, evidentemente rimasta nel cuore del governo italiano, diventa co-protagonista della legge Merlin del 1958, quella che ha chiuso le case di tolleranza e che ancora oggi regolamenta il sex work italiano. Sì, sessant’anni e parecchi ribaltamenti culturali dopo.

Fast-forward all’Italia del 2018: la prostituzione è legale e lo è sempre stata, anche quando la Carfagna ha cercato di criminalizzare quella in strada nel 2008. Sospiro di sollievo per le stimate 90 mila persone che si prostituiscono sul territorio e che per il Codacons hanno generato un fatturato di 3,9 miliardi di euro solo l’anno scorso. E dico “persone” perché spesso ci si dimentica che la prostituzione non è una prerogativa femminile.

È vero che le donne dominano il mercato con un solidissimo 95%, ma è anche vero che il 5% sono transessuali e che, anche se gli studi italiani non ne tengono conto, la prostituzione maschile non è decisamente di nicchia o prerogativa della comunità LGBT+, come spesso vuole lo stereotipo.

Il nostro sistema attuale riconosce due reati principali, l’induzione e lo sfruttamento, più una serie di illeciti amministrativi collaterali per vie traverse. Ad esempio, fare sesso all’aperto è comunque un atto osceno in luogo pubblico e mostrare zone erogene in strada è un atto contrario al pubblico pudore.

Negli anni anche il limite del favoreggiamento si è decisamente ammorbidito, basti pensare che gestire un sito per annunci di escort è completamente legale, a patto che non si intervenga nella ricerca e nel rapporto col cliente, tanto quanto lo è affittare a prezzo di mercato un appartamento a chi si prostituisce, anche quando si conoscono le attività svolte al suo interno.

Nel 2016 persino la Cassazione ha abbracciato due dei miei slogan preferiti, quelli che recitano “i soldi sono soldi” e “sex work is work”, stabilendo che anche chi offre servizi di escorting deve emettere regolare fattura e pagare le tasse, non importa che per il diritto civile il contratto con chi si prostituisce sia nullo. Regola numero uno della vita adulta: non si fugge dalla maledizione della partita IVA.

Insomma, nel nostro paese, almeno sulla carta, da secoli siamo molto più avanti di quanto si pensi. E con la Chiesa in casa. Assurdo.

Ma il problema della legge italiana è quello di essere una disinteressata scrollata di spalle più che una strizzata d’occhio a paesi in cui la prostituzione non solo è legale, ma è anche regolamentata. L’esempio più famoso è forse l’Olanda con i suoi red light district ad Amsterdam, lì i sex worker pagano le tasse, hanno un sindacato e lavorano in strutture che possono pubblicizzarsi come se fossero un qualsiasi McDonald’s.

Non posso e non voglio fare stime sul beneficio economico che l’Italia potrebbe trarre da un’eventuale legalizzazione completa, ma la logica suggerisce un po’ a tutti che a livello umano e sanitario si andrebbe incontro a un giovamento bilaterale: tutelare la salute di chi offre prestazioni e garantire il sesso protetto equivarrebbe a tutelare anche i clienti, così come assicurare la consensualità dei sex worker potrebbe aiutare a mettere in crisi i sistemi criminali di sfruttamento.