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In carcere per un ‘like’

Qualche giorno fa la Corte di Zurigo ha incriminato l’attivista Erwin Kessler per aver messo like a dei post razzisti e antisemiti. Ecco com'è andata a finire

Una vecchia statistica raccontava che, nel mondo, si fanno circa 500 milioni di “like” al giorno su Facebook. Oggi si stima che questo numero sia più che quadruplicato. Quindi, se la matematica non è un’opinione, là fuori ci sono almeno due milioni di potenziali criminali. Calma, calma, ora vi spiego.

Qualche giorno fa, la Corte di Zurigo ha incriminato l’attivista Erwin Kessler per razzismo e antisemitismo. Fin qui tutto normale (si fa per dire), non fosse che Kessler è stato considerato reo di aver messo dei “Mi piace” a commenti dal contenuto deprecabile. Non aveva scritto nulla, insomma, ma il fatto di metterci il fatidico Like è stato considerato, di per sé, un atto criminoso.

I commenti riguardavano alcuni post su quali gruppi animalisti invitare a un festival vegano. Come spesso accade nei social network, il discorso è poi degenerato nei commenti. A quel punto è scoppiato un putiferio, che ha dapprima portato alla condanna degli autori dei commenti inneggianti all’odio. Successivamente, tuttavia, la condanna è stata estesa anche a Kessler e i suoi Mi Piace.

La Corte, nel giustificare la rivoluzionaria scelta, ha sostenuto che l’uomo, mettendo Like ai post sconvenienti, li ha fatti propri. E per questo va punito. Non solo: la Coorte ha sentenziato che i semplici Like di Erwin Kessler hanno contribuito ad aumentare la visibilità di quei commenti razzisti e antisemiti, e che l’imputato non è stato in grado di confermare la veridicità dei medesimi.

Per tutto questo, a Kessler è stata comminata un’ammenda di 4000 franchi svizzeri (3670 euro). L’attivista, a questo punto, potrebbe appellarsi, ma il suo avvocato sostiene che, probabilmente, non lo farà. Al di là della questione monetaria, il pericolo derivante dal caso di Kessler ha una portata ben più ampia. Si crea, cioè, un precedente che potrebbe essere preso come esempio nella legislazione di altri paesi.

Sappiamo tutti, noi popolo da due milioni di Like al giorno, quanto e come mettiamo Mi Piace: troppo spesso, con facilità, di stomaco, impulsivamente. Tutti prodromi della tempesta perfetta che non scoppia mai per il solo fatto che un Like viene visto e valutato con leggerezza. Da oggi potrebbe non essere così, anche se c’è da chiedersi se, davvero, un Mi Piace trovi corrispondenza sempre diretta col senso del post dove viene messo.

«Se le corti vogliono perseguire le persone per i like su Facebook, avremo facilmente bisogno di triplicare il numero di giudici in questo paese», ha detto Kessler. Aggiungendo: «Ovviamente, questo potrebbe anche facilmente diventare un attacco alla libertà d’espressione».

Non si tratta di un tema facile, ma le conseguenze, se possibile, sono ancora più complesse ed enigmatiche. Voi, per non sbagliare, dosate con cura i vostri Like.

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