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Il web contro la pizza di Cracco

Nel fine settimana la Margherita rivisitata dello chef stellato ha scatenato un putiferio sui social media. "Non chiamarla Pizza, fai chiagn'r a Gesù"

Centinaia di tweet, 10 milioni di impression e decine di articoli sulle principali testate giornalistiche del paese. Niente discussioni sulle possibili maggioranze di governo o sull’ultima giornata di Serie A, nel fine settimana si è parlato solo della maledetta pizza di Carlo Cracco. “Dopo aver fatto la pizza gli hanno tolto le altre stelle Michelin, la cittadinanza italiana e la patente”, “Cracco lancia la sua nuova pizza Margherita, speriamo abbia centrato il bidone”, “Chiamala ammaccata con pomodoro e latticini, ma non chiamarla Pizza perché fai chiagn’r a Gesù” e così via.

L’hashtag è stato così utilizzato che è stato persino infilato nei tweet acchiappa click delle pagine di gossip – come uno sulla fine della storia d’amore tra due tronisti, #tronogay #pizzacracco – e in qualche battuta sull’uscita infelice di Maurizio Sarri nei confronti di una giornalista. Qualcuno è arrivato addirittura a raccontare un paese spaccato in due: da un lato i puristi, dall’altro i difensori del “libero arbitrio in cucina”.

Veloce passo indietro: poco meno di un mese fa Carlo Cracco ha aperto un locale nella Galleria Vittorio Emanuele di Milano. Nel menù c’è la sua versione della pizza Margherita: farine biologiche macinate a pietra – che trasformano la base in una specie di biscottone -, salsa densa di pomodoro San Marzano e mozzarella di bufala tagliata a fette e disposta come un fiore. Poi il basilico, ma in semi. A guardarla è brutta, c’è poco da aggiungere. Anche perché, come tutti quelli che ne hanno scritto nel week end, non l’abbiamo assaggiata.

Poi il nome e il prezzo. E qui il web è praticamente unanime: Cracco, cucina tutto quello che vuoi con lo stile che ti pare, ma non chiamare quell’affare Pizza Margherita e non venderlo a 16€, perché è patrimonio dell’umanità e piatto povero per eccellenza.

La questione è diventata talmente seria da coinvolgere Gino Sorbillo, uno dei pizzaioli più noti in assoluto. «Mi è piaciuta la filosofia onesta che sta dietro a quella creazione. La sua pizza contiene i suoi punti di vista», ha detto in un’intervista rilasciata a La Nazione. «A differenza di altri, Carlo usa prodotti di altissima qualità. Noi partenopoei scandalizzarci di più quando troviamo in giro pizze, vendute e pubblicizzate con l’aggiunta di riconoscimento Dop o Doc, ma con materiali scadenti. I critici sono invidiosi: invece di guardarsi dentro per fare bene il proprio lavoro, molti stanno lì a fare solo i censori».

Come con l’aglio nell’amatriciana o la cipolla nella preparazione della gricia, quando Carlo Cracco tocca la tradizione c’è sempre chi grida allo scandalo. Il problema è che nessuno l’ha assaggiata: ormai bastano una foto e un prezzo per dire tutto e il contrario di tutto. Un’attenzione spropositata che alla fine genera l’effetto opposto: pubblicità gratuita, curiosità e le prime pagine dei giornali. E poi diciamoci la verità: 16€ per una pizza in pieno centro e nel ristorante di uno degli chef più popolari d’Italia. Che volevate, l’all you can eat?

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