Finalmente il populismo ha legittimato la nostra invidia, la linfa della vita

Per secoli ci siamo vergognati dell'invidia come se fosse un'ammissione d'inferiorità. Ora i social network ci hanno liberato: se l'universo è ingiusto, allora lo possiamo insultare

Il pannello dedicato all'invidia de "I Sette peccati capitali", dipinto attribuito a Hieronymus Bosch


Una notte mi rigiravo nel letto pensando al collega che era riuscito a smettere di fumare e finalmente l’ho ammesso: sono un invidioso. Mi ero sempre detto che al mondo non c’era nulla che valesse la pena invidiare. È evidente che chi ha più soldi, successo, donne, barche, vacanze, like, non vive più felice. Mentre è lì, alla felicità, che puntiamo tutti, mi dicevo.

Eppure già negli spogliatoi degli esordienti, quando iniziavo a elaborare una nebulosa mitizzazione del pene, non era la felicità che contemplavo nell’inguine dei compagni più sviluppati. Non pensavo alla felicità spiando il diario delle ragazzine che inscrivevano in un cuore il nome del compagno già tatuato. Invidiavo il mio cane che trotterellava sulla neve, distribuendo il peso su quattro zampe, invece io ci sprofondavo dentro come una pera con due piedini. Invidiavo Qui, Quo e Qua: facevano parte di una compagnia nella quale io non avrei mai potuto essere ammesso. Non è alla felicità che penso quando mi concentro sul progetto di un collega affermato, con i sensi acuiti dalla rancore e dalla paura, a caccia di un’ammirazione di cui pentirmi, di una sbavatura di cui indignarmi. Ho invidiato mio padre che era già adulto e poteva permettersi la birra, oggi invidio i bambini che non lo sono ancora e possono permettersi i capricci. Invidio i gay, che possono ostentare l’eccitazione, e le madri, che possono ostentare l’orgoglio. Invidio i numeri: maggiori percentuali di collagene e minori di adipe nel corpo degli altri, battute di un centesimo di secondo più veloci, cifre più alte accreditate sul conto degli amici, più metri quadri, meno chilometri di distanza dal duomo. Spero perdano la valigia dei passeggeri che partono in orario quando il mio volo è in ritardo di 30 minuti, che ai tizi seduti nel ristorante dove non sono riuscito a prenotare vada di traverso il foie gras, che il campione di una squadra avversaria – che la mia non può permettersi – si spacchi il crociato, spero che righino quella Ferrari, che lei lo tradisca, che scoprano le bugie di chi non meriterebbe la serenità, che il mondo intero bruci perché girerà ancora quando io sarò morto.

Adamo ed Eva hanno invidiato Dio per la conoscenza del bene e del male e da allora l’uomo non ha più smesso di invidiare. Senza invidia per selci scheggiate con più precisione, per cervi più grassi, per fuochi più rossi, oggi non esisterebbe Cape Canaveral. Per quanto capiamo che nulla vale la pena, che sono tutti infelici e soli e condannati, non possiamo controllare l’invidia: un istinto gastrico, un’erezione che monta non appena notiamo sulle labbra degli altri il rischio di un grazie che noi non potremmo pronunciare senza sarcasmo. L’invidia è la reazione fisiologica all’ingiustizia dell’universo.

Ma per secoli ci siamo vergognati dell’invidia come di un’ammissione d’inferiorità. I social network ci hanno liberato da questo pudore. Se l’universo è ingiusto e immenso noi però siamo tantissimi e uguali: tutti deformi, nevrotici, infantili, perduti. Ciò che non possiamo eguagliare lo possiamo almeno insultare. Forse l’appagamento non lo otteniamo, ma il sollievo dell’impunità sì. E adesso non riusciamo più a sopportare la vista di qualcuno immune dai nostri complessi. Che cadano le competenze che la nostra pigrizia ci ha impedito di acquisire, cada la gioventù che il tempo ci ha sottratto, cada la fama che un pubblico miope non ci ha accordato, cadano i ricchi e la loro fortuna vigliacca e senza corpo, cada la fede nel domani dei religiosi, la fedeltà all’oggi degli atei, cadano i mondi e gli imperi. Cadano qui giù, con noi, dove non c’è nulla da invidiare perché è tutta fatica e disillusione, dove è lotta a mani nude da pari a pari, dove niente è andato come doveva andare, dove noi cantiamo in coro la recriminazione contro ogni singola conseguenza del Big Bang.

Finalmente il populismo ammette che la nostra invidia è sacrosanta, che è la linfa della politica, della vita. Prima di essere spazzate via, élite, venite qui giù nel fango con noi. Per sopravvivere dovete umiliarvi. Grandi uomini, mostrateci che anche voi invidiate con tutto il cuore e che se vi rimanesse un’ultima scintilla di vita la impieghereste per invidiare che vi sopravvivrà, mostrateci che siete umani, come noi. Pubblicate le foto di quando compatite il vostro misero pene sul water, di quando maledite allo specchio la costellazione di nei sporgenti della vostra faccia, scrivete lì dove tutti possiamo leggere di come avete piagnucolato per il tradimento di vostra moglie prima di perdonarla per paura della solitudine, di quegli occhietti feroci che vi spuntano quando controllate il numero di like sotto i post del vostro avversario. Raccontateci a quali indicibili creature pensate per masturbarvi, indicateci dove avete appiccicato l’ultima caccola, quali superiori avete sognato di torturare nelle vostri notti insonni, con quali trucchetti depistate i sospetti sulle vostre scorregge. Solo allora, forse, vi perdoneremo per esservi elevati al di sopra delle nostre ambizioni e solo allora, forse, torneremo a fidarci di voi.