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Dall’HIV non si guarisce

Nella Giornata Mondiale contro l’AIDS, che ricorre il 1 dicembre in tutto il mondo, ricordiamo quanto sia importante prevenire un virus ancora difficile da combattere

Foto via Getty Images

Dal virus dell’Hiv non si guarisce mai. Lo ripetiamo, in occasione della Giornata Mondiale contro l’AIDS, che ricorre il 1 dicembre in tutto il mondo. Lo ripetiamo soprattutto ai giovani. Sono loro, oggi, la fascia più vulnerabile.

Lo confermano gli ultimi dati diffusi dall’Istituto Superiore di Sanità: nel 2018 le nuove infezioni da Hiv in Italia sono state 2.847 (4,7/100.000 residenti), con una riduzione dei casi in tutte le regioni. I nuovi casi di Aids sempre nel 2018 sono invece stati 661, in lieve diminuzione. Ma tra i giovani la riduzione è molto più limitata: l’incidenza è cioè più alta tra i 25-29 anni (11,8 nuovi casi) e 30-39 anni (10,9 nuovi casi).

In breve: le nuove infezioni sono diminuite del 20 per cento e le morti sono quasi sparite ma l’incidenza più alta di nuove infezioni da Hiv è quella che si registra nelle persone con età compresa tra i 25 e i 29 anni. Come mai?

«Dobbiamo innanzitutto specificare che se diagnostico un infezione da Hiv oggi, potrebbe essere avvenuta diversi anni fa e questo non possiamo saperlo» spiega il Dott. Enrico Gringeri, direttore del Dipartimento di Epidemiologa e Ricerca Clinica dell’Istituto Nazionale di Malattie Infettive, “L. Spallanzani” di Roma. «È difficile pensare oggi che il rischio non sia conosciuto. Sicuramente ci sono delle persone che continuano ad avere comportamenti a rischio, molto spesso anche persone che ne hanno una certa consapevolezza». Su di loro è necessario intervenire con campagna d’informazione ma soprattutto alternative reali.

«Ci sono vari modi. Uno importante che in Italia è poco utilizzato è la PrEp». La Profilassi Pre-Esposizione, una pillola (costosa) che è uno strumento di prevenzione per l’Hiv e chi ha comportamenti sessuali ad alto rischio dovrebbe prendere. In Francia è garantita dal sistema sanitario nazionale, in Italia no. «Non possiamo poi pensare che basti dare informazioni sul profilattico perché la gente lo usi. Non è la soluzione».

Stride ma alcune delle cause di alta incidenza tra i giovani potrebbero essere la scarsa conoscenza del virus e la tendenza a sottovalutarlo. «È una fascia in cui alcuni comportamenti che ci espongono sono più frequenti e non si teme l’Hiv perché non è più un rischio mortale». Ma si muore ancora, anche se molto di rado. «Se l’infezione viene diagnosticata in tempo e curata correttamente, l’aspettativa di vita tende ad avvicinarsi sempre di più a quella delle persone senza infezione da Hiv».

Oggi, a 36 anni dalla scoperta del virus dell’Hiv, le terapie sono vincenti e anche l’ipotesi di un vaccino è più concreta. «Ci sono due casi però: uno è che esistono ancora persone diagnosticate in uno stato molto avanzato di malattia (quando ci sono già manifestazioni di AIDS, per esempio) e in questi casi il rischio di morte è presente, infine perché funzioni la terapia dev’essere fatta bene ma anche seguita in maniera costante nel tempo».

La diagnosi dovrebbe arrivare quando il sistema immunitario non è ancora stato danneggiato. «Persone che hanno comportamenti a rischio dovrebbero eseguire il test con una certa regolarità, ripetendolo nel tempo. Una cosa è scoprirlo dopo sei mesi, una cosa è scoprirlo dopo sei anni». E sebbene nelle scuole s’inizi a parlarne, sono ancora molti diffusi i luoghi comuni e le informazioni errate su questo virus. Così come molti adolescenti preferiscono non comprare preservativi «per vergogna».

«A tutti questi ragazzi dobbiamo ricordare che oggi non siamo in grado di guarire questa condizione. Per cui è un problema di salute che, se uno acquisisce, si porta avanti per tutta la vita. È vero che non è più quella cosa drammatica di diversi anni fa, però è anche vero che siamo ancora ben lontani dall’avere delle cure che mandino via l’infezione. Se si contrae si deve, ad oggi, trattare per sempre».

Nel quotidiano si traduce nel prendere più farmaci ogni giorno, rispettando orari di somministrazioni e condizioni specifiche, come a stomaco pieno, vuoto, eccetera. «Chi contrae il virus non può interrompere la cura, allo stato attuale perché nel momento in cui si ferma la cura, l’attività dell’infezione riprende nell’arco di giorni o settimane. Per ora, non si guarisce».