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Con il nuovo ‘daspo’ urbano tornano gli sceriffi

Con un nuovo decreto sicurezza al limite dell'incostituzionalità, il governo Gentiloni consegna ai primi cittadini un potere enorme: bandire dalla città "soggetti non graditi" come writers o mendicanti

Da quasi vent’anni, periodicamente, viene sfornato in Italia un nuovo “decreto-sicurezza”, che introduce norme speciali per fronteggiare una perenne “emergenza criminalità”. Sin dall’inizio, però, l’emergenza di turno non coincide necessariamente con un aumento della criminalità. Al contrario, quasi sempre i decreti-sicurezza non guardano neppure ai dati sull’aumento o sul calo della criminalità e neppure a quelli che mettono a paragone la sicurezza nelle città italiane con quella degli altri Paesi occidentali. Si basano invece sulla “percezione” che i cittadini hanno della loro sicurezza, di fatto quindi soprattutto sui titoli dei giornali e sui servizi dei Tg, alla quale rispondono con misure ad alto impatto propagandistico e bassa o nulla efficacia.

Lo spiegò perfettamente l’allora presidente del consiglio Massimo D’Alema al momento del varo del primo decreto-sicurezza, nel 1999. Il decreto colpiva la cosiddetta microcriminalità, innalzando a dismisura le pene per i reati minori. L’allora ministra degli Interni Rosa Russo Jervolino, contraria alle leggi emrgenziali, squadernò una massa di dati per dimostrare che in Italia la criminalità era inequivocabilmente in calo. “Uno scippo a Milano crea più allarme sociale che tre omicidi a Palermo”, rispose ineffabile D’Alema.

La situazione, quasi vent’anni dopo, è identica. I dati affermano che la criminalità è in calo su tutti i fronti, a differenza che in molti altri Paesi e in particolare negli Usa, che hanno puntato tutto su politiche fortemente repressive col solo risultato di vedere i crimini moltiplicarsi e le prigioni straripare. Il ministro Marco Minniti, l’ “uomo forte” del governo Gentiloni, ha ugualmente varato un nuovo decreto sulla sicurezza urbana. Con una sensibile differenza rispetto ai precedenti: in questo caso l’obiettivo conclamato non è tanto la lotta alla criminalità quanto il ripristino del “decoro urbano”.

La norma fondamentale è stata subito ribattezzata “Daspo urbano“, dal momento che estende virtualmente a tutti il Daspo in vigore sinora per i tifosi sospetti di covare propositi violenti. I sindaci, con un’ordinanza amministrativa, potranno disporre l’allontanamento coatto e il divieto di accesso da un minimo di sei mesi a un massimo di due anni in alcune zone della città per chiunque “ponga in essere condotte che impediscano la libera accessibilità e fruizione” in determinate aree urbane. La definizione di queste aree è tanto vasta e vaga da poter essere di fatto estesa all’intera città, a parte le periferie. Basta la presenza di una stazione, un porto, una stazione di autobus, un museo, un parco, un monumento, un istituto culturale di interesse turistico. Altrettanto generica la definizione dei comportamenti a rischio: mendicanti, venditori ambulanti, ragazzi o adulti troppo rumorosi possono essere di fatto colpiti dal Daspo a discrezione del sindaco.

Il testo originale del decreto, poi emendato dal Parlamento, era in realtà anche più rigido. Per essere colpiti dal Daspo bastava “limitare” e non “impedire” l’accesso. Anche così però i singoli sindaci possono distribuire divieti d’accesso più o meno a volontà. Il decreto, infatti, estende notevolmente il potere di emettere ordinanze assegnato ai sindaci. Sinora potevano farlo solo in presenza di “emergenze sanitarie o di igiene pubblica”. Dopo il decreto Minniti l’area soggetta a possibili ordinanze del primo cittadino è diventata immensa. Potrà infatti procedere per via d’ordinanza “in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti“.

I primi esempi sono eloquenti. Il sindaco di Seregno, in Brianza, ha vietato “il bivacco in tutto il centro locale” e il consumo di bevande alcoliche fuori dai pubblici esercizi autorizzati. “Basta dare soldi a chi chiede l’elemosina”, ha spiegato, aggiungendo che in forza del decreto provvederà a vietare l’accesso nel centro cittadino a chiunque non si uniformi alle nuove regole.

La costituzionalità del Daspo urbano in realtà è molto dubbia. La strada dei sindaci-sceriffi era infatti già stata tentata nel 2008 dall’allora ministro degli Interni Maroni, con un decreto quasi identico a quello varato ora da Minniti e giudicato incostituzionale dalla Corte con sentenza del 2011. Il presidente Mattarella, inoltre, proprio nei giorni scorsi, a decreto-scurezza già emesso, ha severamente sanzionato il sindaco di Molinella, Bologna, che già dal 2015 aveva vietato ogni forma di accattonaggio.

Verranno certamente contestate al decreto le violazioni dei princìpi sulla libertà di circolazione e sulla presunzione d’innocenza, dal momento che, in nome della “prevenzione”, non ci sarà bisogno di commettere reati per essere sanzionati. Il governo però è sicuro di spuntarla, dal momento che i medesimi appunti si sarebbero potuti muovere al Daspo negli stadi, di cui quello urbano rappresenta di fatto solo un’estensione quasi illimitata.

Le altre norme di Minniti navigano lungo la stessa rotta. Vengono affidati nuovi poteri al prefetto per facilitare gli sgombri di edifici occupati. Si consente ai sindaci di limitare gli orari e i luoghi di vendita di alcolici. E’ introdotta la possibilità di vietare l’accesso nei locali pubblici a chiunque sia stato condannato negli ultimi tre anni, anche solo in appello e non in via definitiva, per spaccio ma anche solo per detenzione di stupefacenti. La Camera ha aggiunto al testo l’arresto in flagranza differita, in caso di violenza alle persone o alle cose. Una norma specifica è dedicata ai writers che, per usufruire della libertà condizionale, dovranno ripristinare l’oggetto danneggiato, ripulire scritte e murales oppure rimborsare le spese sostenute anche prestando servizi gratuiti di pubblica utilità.

Il decreto approvato in via definitiva dal Senato pochi giorni fa è stato subito oggetto di critiche molto severe, anche da parte della stessa magistratura. Lo scrittore Robero Saviano è stato durissimo: “Ma davvero il Pd ha permesso che un decreto del genere potesse essere realizzato? Ha toni razzisti e classisti”.

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