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Come la morte di August Ames sta cambiando l’industria del porno

Tre mesi dopo la scomparsa della pornostar, l'assistenza medico-psichiatrica è più semplice da ottenere per chi lavora nel settore. Tutti gli altri problemi, però, sono ancora lì.

Sono passati poco più di tre mesi dal suicidio della pornostar August Ames, e suo marito, il regista e produttore Kevin Moore, è preoccupato dal poco supporto ricevuto dai suoi colleghi. La tragedia si è trascinata dietro un’enorme controversia a proposito di online shaming, dello stigma dell’HIV e del problema dell’assistenza medico-psichatrica per tutti i professionisti del settore. Moore, però, è convinto che la storia di sua moglie verrà presto dimenticata.

«Il business del porno non vuole affrontare quello che è successo perché non è sexy», dice. «L’industria vuole infilare la testa nella sabbia e aspettare che sparisca tutto».

A dicembre la Ames aveva scritto su Twitter che non avrebbe girato con un attore con un passato nel porno gay, un “crossover performer”. Le sue dichiarazioni hanno incendiato un dibattito su omofobia e rischio di HIV, una polemica che da Twitter si è allargata ai media mainstream. Poi, due giorni dopo il tweet, le autorità di Ventura County hanno trovato il corpo senza vita della giovane attrice. Si era impiccata, aveva solo 23 anni.

La notizia della morte ha scavato una spaccatura sempre più profonda nell’industria. Moore è convinto che sia stato il cyberbullismo a portare sua moglie al suicidio, e i professionisti del settore sono divisi: da una parte chi si è speso perché i performer possano decidere liberamente con chi recitare, dall’altra chi crede che ci siano dei pregiudizi da sconfiggere, senza compromettere il diritto alla cosiddetta “body autonomy”.

August Ames

Con il passare del tempo l’attenzione dei media si è fatta sempre più pressante: altre quattro giovani pornostar – Shyla Stylez, Olivia Nova, Yurizan Beltran e Olivia Lua – sono morte nei tre mesi che hanno portato al 35esimo Adult Entertainment Expo and Adult Video News Awards, la convention più importante del settore. Alcune di queste donne erano tossicodipendenti, altre avevano problemi psichiatrici; la loro morte, comunque, ha segnato un trend disturbante all’interno dell’industria, che fatica ad affrontare il problema e che per certi versi è ancora in lutto, come si è visto all’ultima convention.

Grazie a mille magliette con un’illustrazione di August Ames in stile Dios de los Muertos – distribuite da Evil Angel, lo studio di Moore -, il viso della ragazza era ovunque. Di solito ai porn awards si celebra la fantasia, il piacere, il vivere l’attimo; questo abbondare di magliette celebrative, invece, ha toccato corde solenni.

La dissonanza era particolarmente evidente per chi la conosceva di persona. «Era una ragazza davvero solare», dice la collega e amica Abella Danger, che non ha ancora cambiato la sua foto Twitter, dove appare insieme alla collega scomparsa. «Mi ha sconvolto scoprire che nascondeva tutto quel dolore».

I membri dell’Adult Performer Advocacy Committee si sono impegnati ad affrontare i problemi che questo caso ha messo sotto gli occhi di tutti. Il loro lavoro si suddivide sia con l’AEE che con i social media. E se c’è qualche verità nelle affermazioni di Moore sull’apatia dell’industria, l’APAC sta cercando di combatterla. Stanno compilando un database di professionisti senza pregiudizi verso chi lavora nel porno: terapisti, avvocati, anche commercialisti. Tutti vedono il porno come una “valida fonte di reddito” e non vogliono “salvare” i loro clienti dalla professione che esercitano. Secondo Riley Reyes – performer e vice presidente dell’APAC – le richieste per entrare nel database sono raddoppiate.

Nei set che usano i test PASS l’HIV non è trasmesso da decenni, ma la paura dell’omosessualità continua a perseguitare l’industria

L’APAC non è l’unico gruppo al lavoro. Moore ha intenzione di fondare The August Project, un numero verde di prevenzione al suicidio, gestito da professionisti in grado di capire i problemi emotivi di chi lavora nel settore. «Se non ci prendiamo cura dei nostri attori», ha detto. «Siamo esattamente come ci dipinge il mondo esterno». Ma nonostante questi sforzi, molti nell’industria sono convinti che non si stia facendo abbastanza per risolvere il problema più grave emerso da questa storia: l’idea che chi abbia avuto rapporti omosessuali sia più a rischio HIV degli altri.

«Nonostante si utilizzino le stesse forme di controllo, gli stessi esami, c’è ancora un pregiudizio verso i crossover performer», spiega Michael Vegas, che ha recitato in film gay e non. Il protocollo è conosciuto come Performer Availability Scheduling Services (PASS). Tutti gli attori, a prescindere dalla loro storia personale o professionale, devono presentarsi sul set con un PASS test, in maniera tale da poterlo mostrare alla troupe e ai colleghi.

Mike Stabile, il direttore delle comunicazioni dell’FSC (Free Speech Coalition, chi amministra i test) spiega che lo stigma è nato negli anni ’80, nel pieno dell’epidemia AIDS, quando tutti i casi di HIV nell’industria erano automaticamente collegati ai crossover performer. Secondo l’FSC l’ultimo caso di “contagio sul set” risale al 2004: Darren James, il performer malato, aveva lavorato a una produzione dove il foglio con i risultati dei controlli non era richiesto.

«Nei set che usano i test PASS l’HIV non è trasmesso da decenni, ma la paura dell’omosessualità continua a perseguitare l’industria», dice Reyes. «La maggior parte degli attori non sa che i test PASS sono più efficaci di quelli che si usano nelle cliniche. Possono scovare l’HIV dopo una decina di giorni dall’infezione, nei test classici servono mesi».

Reyes e Stabile pensano che la natura decentralizzata dell’industria del porno – dove quasi tutti gli attori sono freelance – impedisce di abbassare il rischio investendo sull’educazione alla sicurezza sessuale. «Invece di stigmatizzando le persone, dovremmo approfittare dell’era in cui viviamo: la scienza ci dice che i performer possono prevenire la trasmissione del virus in vari modi», spiega il Dr. Demetre Daskalakis, vice-commissario per la Division of Disease Control del dipartimento di salute e igiene mentale di New York City.

«Il sistema PASS è concepito per proteggere gli attori in tutte le situazioni possibili, sia sul set che fuori», spiega Stabile. «L’unica cosa che conta sono le due settimane precedenti al test. È un sistema tremendamente efficace». Per qualcuno, però, il problema non è il perché ci si rifiuti di lavorare con un attore, ma piuttosto la certezza di poterlo fare. «Bisogna garantire il diritto a non voler lavorare con qualcuno, anche se la ragione sono i suoi gomiti troppo appuntiti», dice Moore. «Una donna ha il diritto di fare ciò che vuole con il suo corpo. Anche se le sue ragioni non sono proprio politicamente corrette».

«Tutti i performer dovrebbero avere il diritto di rifiutare un partner, per qualsiasi ragione», dice Stabile. «Sì, può non essere d’accordo, ma è una decisione che va rispettata… allo stesso modo, però, nessun professionista del settore vuole sentirsi trattato come un infetto».

Jessica Drake, una professionista che lavora spesso con attori della comunità LGBTQ, e una delle voci più importanti contro la disinformazione sui crossover performers, era in prima linea per combattere questa battaglia anche prima della morte di August Ames. Non ha mai attaccato direttamente l’attrice, ma è stata comunque accusata da Moore di aver contribuito al peggioramento del suo stato emotivo. «Ha usato i suoi follower e la sua influenza per bullizzare una ragazza giovane e impressionabile», ha detto.

Drake dice di aver ricevuto una valanga di messaggi e accuse, anche «minacce di morte e boicottaggio». Ha pensato anche di non presentare più gli XBIZ, un’altra premiazione del settore, poi «ho capito che fare un passo indietro sarebbe stato come dare ragione a Kevin», dice. «Ho avuto paura per la prima volta», dice a proposito della convention. «Ma con me c’era una guardia del corpo in più che non mi ha mai perso di vista».

«Ho sempre cercato di fare del bene, di educare le persone», dice. «Non capisco come tutta questa gente sia arrivata a pensare che io sia responsabile per il suicidio di una ragazza. Non ho bullizzato nessuno». Poi recita uno dei tweet di August a memoria: “I performer possono scopare chi vogliono, punto”. «Ma se scegli sulla base di chi ha lavorato nel porno gay, allora la tua logica è sbagliata».

Chi lavora nel crossover è sottoposto agli stessi rischi di tutti gli altri, spiega. Un attore che si ritiene etero può comunque assumere droghe per via endovenosa, fare sesso non protetto fuori dal set, o altre attività a rischio. «Ci sono attori che conosco che lavorano solo nel porno etero», dice Drake. «Le ragazze li accettano perché pensano che siano etero, ma lontano dalle telecamere fanno di tutto. Se vogliamo proteggerci, l’unico modo è usare i test, i preservativi e la prevenzione».

Drake non si è fatta vedere sul red carpet – non si sentiva al sicuro – ma ha comunque partecipato alla cerimonia degli AVN. La serata è andata avanti su toni allegri, i professionisti del settore si sono lasciati alle spalle le polemiche per godersi i cocktail e le battute sul sesso anale. Tuttavia, l’amore per Ames era onnipresente. Era nominata come Female Performer of the Year, e quando il suo viso è apparso sui megaschermi il pubblico si è lasciato andare a un lungo applauso. Angela White, la vincitrice, le ha dedicato il premio: «Ad August, che non è qui con noi stasera», ha detto. «Sono orgogliosa di essere stata nominata con te».

Più tardi Greg Lansky ha vinto il premio come miglior regista, e ha invitato sul palco Moore. «Non mi sento a mio agio qui», ha detto. «Ho deluso August e devo convivere con questa verità. Il fallimento, però, non è più un’opzione. Non voglio partecipare a una cerimonia degli AVN dedicata alla memoria di giovani ragazze morte, mai più».

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