Come il costume che doveva liberare le donne le ha rese criminali | Rolling Stone Italia
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Come il costume che doveva liberare le donne le ha rese criminali

Il veto di indossare il burkini in diverse spiagge francesi continua far discutere, tra chi lo vede come un affronto alla laicità e chi accusa il proibizionismo come contrario ai valori liberali. E l'inventrice del costume replica: l'ho creato per liberare le donne

Che per la Francia la questione immigrazione sia a dir poco spinosa lo sapevamo anche prima del Bataclan, di Nizza o di Rouen. Si prendano come esempio i primi film francesi che vengono in mente come L’Odio di Kassoviz o la celebre commedia Quasi Amici: pur visto attraverso prospettive opposte il tema centrale rimane lo stesso, ovvero la complessità dell’integrazione. Quest’estate un nuovo macigno si è aggiunto al dibattito quando 15 città hanno proibito di indossare il burkini in spiaggia.

Ora, il tema può anche far sorridere se paragonato al bombardamento mediatico cui quest’anno si è assistito a proposito del mondo islamico, tuttavia non si può non leggere dietro al veto imposto alle donne musulmane una sfumatura da isterismo collettivo. Le foto scattate a Nizza pubblicate sui quotidiani di mezzo mondo sono quanto mai esplicative: una donna circondata da poliziotti armati viene obbligata a spogliarsi in pubblico della parte superiore del burkini che copre spalle e capo. Come riportato da alcuni testimoni, l’intervento della polizia è stato applaudito da una larga parte dei presenti mentre alcuni bagnanti non si sono trattenuti dal gridare alla donna, che era in spiaggia assieme ai suoi figli, “tornatene a casa!”. La pubblicazione della foto è stata in seguito denunciata dal comune di Nizza, che l’ha definito un atto provocatorio e diffamatorio nei confronti della polizia municipale.

Sebbene la Francia non sia nuova a divieti di questo genere già dal 2010, quando venne proibito alle donne musulmane di indossare il niqab, da quest’estate il raggio della norma si è ampliato anche alle spiagge, a partire dalla cittadina poco a ovest di Nizza, Villeneuve-Loubet, dove le autorità hanno bollato il burkini come “Poco rispettoso della morale e della laicità”, mentre suona ancor più emblematico – e per certi versi grottesco dato l’attentato dello scorso 14 luglio – il veto imposto a Nizza, per cui indossare il burkini “Manifesta apertamente l’adesione a una religione in un momento in cui la Francia e i suoi luoghi di culto sono bersaglio di attacchi terroristici”.

In proposito è intervenuta con un suo articolo sul Guardian Aheda Zanetti, la stilista australiana di origini libanesi che ha creato il burkini. «Volevo creare un abito che consentisse alle donne e alle ragazze musulmane di far sport, di andare in spiaggia, di integrarsi meglio con l’Australia e con i costumi occidentali – ha spiegato – non dovrebbe essere strumentalizzato politicamente come sta accadendo ora».

La stilista racconta di come l’idea originaria sia stata concepita guardando ai pregiudizi e alla diffidenza con cui erano guardate le donne islamiche con abiti tradizionali, a partire dal undici settembre passando per gli scontri di Sydney del 2005, quando per le strade di Cronulla Beach una folla inferocita di centinaia di persone ha dato il via a una caccia allo straniero di stampo neo-nazista durata per ore.

«Le mie creazioni riguardano l’integrazione e l’uguaglianza, il non essere giudicati affinché le donne musulmane non abbiano più paura di vestirsi come credono – ha aggiunto la stilista – sono sconcertata da quanto sta accadendo in Francia e spero che dietro tutto ciò non ci sia il razzismo ma che l’indumento non sia stato capito dato che rappresenta la libertà di poter far sport, andare al mare e nuotare; stanno forse chiedendo alle donne musulmane di non andare in spiaggia ma di rimanere chiuse in cucina?».

In Italia il ministro degli interni Angelino Alfano si è espresso contrario alle multe per il burkini, sottolineando come non sia necessario inasprire il clima di tensione già esistente con questioni di poco conto, scatenando il dibattito mediatico tra chi vede l’indumento come un affronto al corpo della donna o alle vittime del terrorismo di matrice integralista e chi, al contrario, ricorda come alla base dei valori occidentali vi siano l’integrazione e i principi libertari, basati sull’inclusione che non proibisce al diverso di reclamare un propria identità, culturale o religiosa che sia. È scontato, poi, ripetere come il proibizionismo non sia il modo migliore di debellare ciò che si ritiene un problema, giacché dopo il divieto nato sulle spiagge francesi, le vendite dei burkini sono schizzate del 200%.