Burgez cerca personale filippino. Le italiane? Hanno la palestra

"Se ci chiedete perché la maggior parte delle cassiere sono ragazze filippine vi rispondiamo perché le italiane il sabato hanno il moroso, il mercoledì hanno la palestra, la domenica la stanchezza". L'annuncio su Facebook scatena la polemica.

Ieri è apparso in rete uno degli annunci di lavoro più strani di sempre. Una miscela “sessista e razzista”, secondo centinaia di commenti inferociti. L’autore dell’annuncio è Burgez, un’hamburgeria con tre punti vendita a Milano, ‘colpevole’ di una richiesta di lavoro da tanti considerata offensiva, ma in linea con una strategia di comunicazione volutamente scorretta. Il Burgez di via Savona cerca una commessa, ma che abbia voglia di lavorare, non come le ragazze italiane.

Stiamo cercando una cassiera per Burgez (via Savona).
Se ci chiedete perché la maggior parte delle cassiere sono ragazze…

Pubblicato da Burgez su domenica 11 marzo 2018

“Complimenti per il fantastico annuncio razzista e sessista – si legge in uno dei commenti più gettonati – Dovreste solo vergognarvi e invece fate pure gli spocchiosi arroganti. Prendete le filippine per pagarle due soldi, farle lavorare come muli, con contratti a chiamata, se sono fortunate”.
E Burgez risponde: “I nostri sono contratti regolari. (…) Gli italiani (donne e uomini) lavorano bene e tanto. Ma la scopa nel culo anche no!”. Un botta e risposta fra la pagina social del ristorante e gli utenti del web, tra indignati che accusano Burgez di sottopagare i dipendenti e risposte in cui si minacciano denunce per diffamazione. Come sempre, poi, c’è chi arriva e avvisa Burgez che avvierà una campagna infamante su Tripadvisor, che ormai è l’arma di ricatto 2.0 per eccellenza.

Abbiamo sentito al telefono Simone, il fondatore del ristorante in questione. «Chi ci conosce sa che usiamo sempre una comunicazione provocatoria – aggiunge l’imprenditore – ma quel post rispecchia la realtà». «Gli italiani ci chiedono il weekend libero: è ovvio che nel mondo della ristorazione si lavori durante il fine settimana». Insomma, le mail che arrivano al datore sarebbero piene di richieste preventive “assurde”, e che lavorare sì, ma che resti il tempo per la palestra o il fidanzato è quella più comune.

«Ci piacerebbe assumere personale italiano, ma spesso ci troviamo davanti a ragazzi ‘viziati’ dal proprio paese-chioccia, in cui i giovani credono di aver solo diritti e nessun dovere». In una società in cui si parla tantissimo ormai di crisi del lavoro giovanile, sembra che l’aspettativa dei ragazzi italiani sia troppo alta: lauree e titoli di studio “sono una perdita di tempo” – afferma Simone. «Laurearsi è importante solo se c’è necessità, solo se la professione lo richiede come per medicina o giurisprudenza, altrimenti studiare così tanto non serve, è una perdita di tempo e bisogna farsi una cultura del lavoro. Se uno poi vuole un pezzo di carta, può laurearsi la sera per corrispondenza».

«Il post è tutt’altro che razzista: noi collaboriamo meglio con gli stranieri, hanno la cultura del lavoro che avevamo noi 30/40 anni fa». Eppure, dati alla mano, sono tanti i ragazzi che emigrano, tra Londra e Berlino, disponibili a rimboccarsi le mani: «Perché fa figo. Ma anche all’estero gli italiani sono quelli che creano più problemi, hanno un’idea del lavoro e dei diritti del lavoro diversa da tutti gli altri. Siamo abituati a una cultura che mette in difficoltà, ma riuscire a farsi le ossa in Italia è una palestra incredibile, ci sono tanti ragazzi volenterosi ma dobbiamo dargli l’occasione di rimanere qui».

Un post forse ‘suicida’, stando alle recensioni negative spuntate come funghi in seguito all’annuncio, ma che racconta benissimo la distanza tra datore di lavoro e chi il lavoro lo cerca. È sicuramente discutibile affermare che il tempo passato a studiare sia inutile, così come può essere discutibile cercare il lavoro a 20 anni senza un minimo di flessibilità e spirito di sacrificio. «Viviamo in un mondo in cui tutti si credono vip, i media ti fanno credere che sia semplice raggiungere la vetta ma non è così. Io ho fatto uno stage non pagato a 33 anni e non mi sono mai lamentato», aggiunge Simone. «Alla fine quel post ha fatto bene, in mezzo ai commenti al vetriolo tanti nostri dipendenti ci hanno difeso senza nemmeno dichiarare di lavorare per noi, così come tantissime ragazze italiane hanno scritto per proporsi. Ci sono tanti giovani meritevoli, e questi dobbiamo premiare».