Berlinguer ti voglio ancora bene

La "questione morale" tanto sbandierata dai grillini non è altro che l'ultima battaglia combattuta da Enrico Berlinguer.

Enrico Berlinguer nel 1976. Foto Fotogramma / IPA


Sbandierando la «questione morale», i cinque stelle sono diventati il primo partito italiano, raccogliendo più del trentadue per cento dei voti. La prima volta che Enrico Berlinguer parlò del tema era il 1981 e quella sarebbe diventata la sua battaglia finale, etica prima ancora che politica. «I partiti di oggi – denunciò in un’intervista diventata celebre – sono sopratutto macchine di potere e di clientela. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi. Hanno occupato lo stato e le sue istituzioni». È a quell’invettiva del segretario del partito comunista che Gianroberto Casaleggio pensa quando sale sul palco di San Giovanni, a Roma, nel maggio del 2014, durante il comizio finale della campagna elettorale per le europee. Lo definisce «una persona onesta» e chiede alla folla di gridare il suo nome talmente forte da farlo sentire sino a Palazzo Chigi, dove al momento risiede Matteo Renzi. Pochi attimi e l’urlo sale: «Ber-lin-guer!», «Ber-lin-guer!».

Quell’intervista al segretario comunista divenne il manifesto della linea politica del Pci per l’intera prima metà degli anni ottanta. L’aveva realizzata il fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari. E nel suo libro, Meglio liberi, Alessandro Di Battista racconta che quando incontrò Scalfari per la prima volta nel salottino degli studi di La7, prima che i due partecipassero alla trasmissione Otto e Mezzo, «per rompere il ghiaccio» gli ricordò «l’intervista che proprio lui aveva fatto» a Berlinguer trentasei anni prima. Lo fece quasi come un ammonimento, per la nettezza con cui in quella conversazione Berlinguer si scagliava «con grandissimo coraggio – ricorda – contro la partitocrazia, descrivendo la degenerazione dei partiti politici», già prima che nascessero i «clan Renzi, Boschi e Verdini» e quando «Berlusconi era soltanto un imprenditore». Eppure, osserva Di Battista, «Berlinguer pare stesse parlando di loro».

Il Berlinguer che nel 1981 pronunciò quelle parole era il segretario di un partito all’opposizione, che aveva giocato la partita della solidarietà nazionale dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro e l’aveva persa. Era un partito che aveva smesso di sperare nella possibilità di andare al governo nel breve termine e aveva acquartierato le sue truppe in una ridotta che gli consentiva di attendere, casomai ci fosse stata, una seconda possibilità per andare alla guida del Paese. Fu il rifugio dello splendido isolamento, della diversità comunista, della volontà di differenziarsi da tutti gli altri partiti. Fu l’angolo in cui si rinchiuse, dopo aver perso milioni di voti da quando aveva raggiunto il massimo storico nel 1976 (34,4%), per tracciare il profilo di un’identità antropologica che faceva del Partito comunista uno stato nello stato, «un paese pulito in un paese sporco», come l’aveva definito Pier Paolo Pasolini.

Adatto al Movimento 5 stelle che doveva aprire il parlamento italiano come una scatoletta di tonno, il Berlinguer della «questione morale» si è ora trasformato nel Berlinguer meno appropriato al Luigi Di Maio che vuole andare al governo. La purezza è un abito che si indossa con comodità quando si sale sulla barricata della contestazione, ma diventa un vestito stretto, se non addirittura una camicia di forza, quando si lavora alla formazione di un governo in una repubblica parlamentare, il momento in cui occorre saper rinunciare a qualcosa di sé e dei propri obiettivi di lungo termine per realizzare alcuni dei punti del proprio programma.
L’orizzonte di Enrico Berlinguer era la società comunista. Eppure, nel 1973, pubblicò quattro articoli su Rinascita per spiegare al suo popolo che «l’avanzata delle classi lavoratrici e della democrazia» sarebbe stata «contrastata con tutti i mezzi possibili dai gruppi sociali dominanti e dai loro apparati di potere». Il governo socialista di Allende in Cile era stato appena rovesciato con la forza dal generale Pinochet, aiutato degli Stati Uniti d’America. Un fatto che preoccupò moltissimo Berlinguer e lo convinse che – per via degli equilibri internazionali – il Partito comunista non avrebbe potuto governare l’Italia neanche con il cinquantuno per cento dei voti. Ecco perché era necessario «tenere saldamente in mano la causa della difesa della libertà e del progresso» e che, per farlo, era indispensabile «ricercare ogni possibile intesa e convergenza tra tutte le forze popolari».

Era la teoria del «compromesso storico», la mano tesa del Partito comunista alla Democrazia cristiana. Era l’altro Berlinguer. Non il Berlinguer fotografato nel momento del massimo isolamento e splendore, nobile nell’altera distanza che aveva messo tra il suo partito e tutti gli altri. È il Berlinguer che i 5 stelle hanno letto di meno (se lo hanno letto). Quello che non hanno mai citato. Quello che dalla prima linea dell’opposizione, sulla quale fino a pochi mesi fa stavano, era inutile alla causa del sono-tutti-uguali . Il Berlinguer uomo politico accorto, conoscitore delle astuzie del mestiere, consapevole dei rapporti di forza, della fragilità della testimonianza di principio. E che oggi, a un passo dal governo, potrebbe invece essere l’unico Berlinguer in grado di portarli dove dicono di voler andare: al governo. Invitandoli a scegliere una strada da percorrere e, in base a quella, individuare dei compagni con i quali percorrerla. Anche se non saranno per sempre.