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‘Across the Universe’, la parola a un ingegnere NASA sul sistema Trappist 1

Dopo la scoperta della scorsa settimana di sette nuovi pianeti simili alla Terra, abbiamo parlato con Roberto, ingegnere italiano 27enne, assunto dalla NASA come ‘cacciatore di pianeti’

Per non accorgersi di quanto successo la scorsa settimana bisognava trovarsi, per l’appunto, su un altro pianeta quando la NASA, con la consueta pompa magna che contraddistingue tutti i suoi comunicati ufficiali, tramite i propri canali social ha annunciato al mondo intero la scoperta di Trappist 1, un sistema solare distante ‘solo’ 40 anni luce dal nostro.

Oltre alla lontananza relativamente breve che ci separa dalla stella madre del nuovo sistema, ciò che rende straordinaria la suddetta scoperta è il fatto che, all’interno del suo campo gravitazionale, siano stati scoperti sette esopianeti rocciosi simili alla Terra. In altri termini, pianeti al di fuori del nostro sistema solare di cui addirittura tre sarebbero collocati in quella che dagli scienziati è considerata la cosiddetta fascia abitabile, vale a dire posizionati a una distanza tale dalla stella per cui le temperature potenzialmente permetterebbero la formazione di acqua allo stato liquido e quindi, nella migliore delle ipotesi, la presenza di forme di vita.

Per capire meglio la portata del risultato raggiunto e dei suoi sviluppi futuri, e per comprendere quanto effettivamente sia lungo il passo verso la risposta a uno dei quesiti fondamentali della scienza – ovvero il celebre “Siamo soli nell’Universo?” – ho contattato Roberto Carlino, ingegnere italiano 27enne, ormai da un anno assunto a tempo pieno dalla NASA per lavorare in un team di ricerca concepito proprio con lo scopo di andare a caccia di esopianeti potenzialmente adatti a ospitare vita sulla propria superficie. «Attualmente lavoro al progetto TESS – mi ha raccontato Roberto – un telescopio spaziale ora in fase di costruzione di cui il lancio è previsto entro giugno 2018 e che, grazie a una tecnologia appositamente sviluppata, sarà per la prima volta in grado di estendere lo sguardo su tutta la volta celeste, scoprendo così altre centinaia o addirittura di migliaia di stelle e sistemi solari simili Trappist 1».

Fa impressione riflettere sul percorso che ha portato Roberto a raggiungere il sogno covato sin dall’età di 12 anni di poter lavorare per la NASA, anche considerando il fatto che, qualora fosse rimasto in Italia, avrebbe dovuto fronteggiare i continui tagli cui la ricerca viene costantemente obbligata mentre dall’altra parte dell’Oceano – mi racconta – vengono impiegati centinaia di milioni di dollari per sviluppare progetti di studio, come nel caso degli esopianenti, pianificati dalla NASA per i prossimi 20/30 anni. «Tra Italia e Stati Uniti c’è un abisso; qui in America c’è un enorme sinergia fra università e aziende per cui, spesso, sono queste ultime a foraggiare la ricerca e lo sviluppo mentre in Italia questa collaborazione non esiste quasi mai, anzi, spesso un ragazzo pur uscendo con il massimo dei voti dall’università non possiede alcuna conoscenza pratica di quello che in futuro dovrà essere la sua occupazione».

«La missione cui sto lavorando – continua Roberto – farà leva sullo stesso procedimento usato per scoprire il sistema Trappist 1, il cosiddetto Transit Method, che studia le stelle finora scoperte catturandone le eclissi, delle variazioni di luminosità dovute, non sempre ma anzi piuttosto raramente, alla presenza di un pianeta in orbita attorno alla stella». Una volta scoperta l’esistenza di un pianeta attorno a una stella, lo step successivo che verrà fatto dalle future missioni astrofisiche spaziali della NASA – come per esempio col James Webb Space Telescope (JWST), il telescopio spaziale piu costoso della storia dell’uomo (circa 9 miliardi di dollari) – sarà esaminare, tramite un sistema denominato Transit Spectroscopy, la possibilità che nella composizione atmosferica del pianeta vi sia la presenza di ossigeno e metano, indizio altamente probabile per la formazione di vita extraterrestre.

Dal paradosso di Fermi all’equazione di Drake, passando per le più disparate forme di cultura pop o presunta tale – dai film di Ridley Scott a Scientology fino alle elucubrazioni à la Roberto Giacobbo – chi non ha mai preso in considerazione la possibilità dell’esistenza di forme di vita aliena? «Nella nostra galassia esistono 400 miliardi di stelle – mi spiega ancora Roberto – e per ora, analizzandone solo una minuscola percentuale, siamo riusciti a scoprire centinaia di pianeti potenzialmente simili alla Terra. Statisticamente – continua – almeno ogni stella ha un pianeta, per cui esistono almeno 400 miliardi di pianeti soltanto nella nostra galassia, e su 400 miliardi di pianeti potrà mai essere possibile che solo la vita sia presente soltanto sulla Terra?».

Il poster ironico diffuso dalla Nasa per promuovere viaggi verso Trappist 1

Il poster ironico diffuso dalla Nasa per promuovere viaggi verso Trappist 1

Data l’improvvisa – e improvvisata – passione per l’astrofisica che, dopo la scoperta di Trappist 1, ha contagiato un po’ tutti, compreso il sottoscritto, la fantasia corre veloce suggerendo la domanda riguardo la concreta possibilità di mettersi in contatto con gli eventuali abitanti del sistema recentemente scoperto, data anche la sua relativa vicinanza alla Terra. Infatti, essendo lontano 40 anni luce dal nostro sistema solare, qualora dal SETI fossero inviati segnali verso Trappist 1, un’eventuale risposta impiegherebbe all’incirca 80 anni per essere captata dalle antenne del METI, ovvero il progetto preposto a captare messaggi di natura artificiale provenienti dallo spazio, laddove il primo ha invece il compito di inviarne tramite segnali radio.

Purtroppo ci pensa subito Roberto a frenare il sogno di festeggiare il raggiungimento dell’età pensionabile con l’arrivo di un messaggio alieno. «Sinceramente credo che la probabilità di vita sul sistema Trappist 1 sia molto bassa; i pianeti scoperti non soltanto sono molto vicini a una stella molto attiva radiativamente – per cui, mi spiega, i pianeti nella fascia abitabile hanno bassa probabilita’ di mantenere un’atmosfera ed acqua liquida – ma avendo questi pianeti un moto di rivoluzione estremamente basso, dagli 1,5 ai 20 giorni massimo, se comparato a quello della Terra di 365 giorni, beh il risultato dell’equazione è molto incerto… Inoltre, data la loro posizione di estrema vicinanza alla stella è probabile che con essa intrattengano un rapporto di tidal locking per cui, essendo il periodo di rivoluzione identico al periodo di rotazione, il pianeta rivolgerà alla stella sempre la stessa faccia e quindi è come se fosse perennemente giorno da una parte e notte dall’altra, rendendo quindi molto improbablile lo sviluppo di forme di vita… un po’ come succede alla Luna con la Terra, cui nasconde sempre un lato».

Tuttavia, nonostante il sogno di un mio viaggio interstellare sia – almeno per il momento – da archiviare, diverso è il pensiero di chi, come Roberto, tutti i giorni si impiega alla ricerca di forme di vita su qualche pianeta sperduto nell’Universo. infatti, considerando anche l’età relativamente giovane di Trappist 1 rispetto al nostro sistema solare, la vita potrebbe esserci, anche se in fase estremamente embrionale. «La scoperta di Trappist 1 è senza precedenti – conclude Roberto – d’ora in poi sarà studiato da tutti i centri del mondo e da tutti i più importanti telescopi spaziali dato che rappresenta un nuovo inizio per gli studi riguardanti la possibilità che ci sia vita oltre i confini del nostro pianeta».

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