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A Fermo non è stato un ultrà: chiamate i razzisti con il loro nome

Un uomo nigeriano ha difeso la moglie da un 38enne che l'aveva chiamata "scimmia". È stato preso a botte, ed è morto ieri in ospedale. Qui le tifoserie non c'entrano nulla, c'entra solo il clima d'odio costruito negli anni

Emmanuel Chidi Namdi e la moglie Chinyery

Emmanuel Chidi Namdi e la moglie Chinyery

Era il 2004, con una compagna di classe stavo chiacchierando aspettando la metropolitana in una zona centrale di Milano. Un ragazzino della nostra stessa età, intorno ai 16 anni, si è avvicinato a lei e le ha detto «Lo sai che hai la faccia del colore della cacca?», e se ne è andato sorridendo verso il suo amico, a sua volta sorridente. La mia amica aveva gli occhi lucidi, era spaventata, e io con lei, che non riuscivo a capire come fosse possibile che un ragazzino pensasse una cosa simile e si sentisse in diritto di avvicinare qualcuno per dire una cosa simile. Era un razzista. Mi pento ancora di non essere riuscita a reagire chiamandolo con il nome che meritava.

Il 5 luglio 2016 a Fermo, nelle Marche, due uomini hanno insultato per strada Chimiary, donna nigeriana ospitata dalla comunità di Capodarco con il marito Emmanuel Chidi Namdi, che in quel momento era insieme a lei. Dopo averli sentiti urlare “scimmia”, Emmanuel ha reagito in difesa della moglie, e da lì è scaturita una rissa in cui l’uomo è stato ridotto in stato comatoso, dopo che uno dei due aggressori ha estratto un palo della segnaletica stradale e lo ha colpito. Ieri mattina è stata dichiarata la morte celebrale – anche la moglie ha riportato delle ferite, dovrà restare in ospedale cinque giorni. La coppia era arrivata in Italia dopo essere sfuggiti alle violenze del gruppo terroristico jihadista Boko Haram, a causa del quale hanno perso la figlia.

Quando la notizia è arrivata sui giornali, l’assassino è stato definito un ultrà. L’uomo fermato è Amedeo Mancini, 36enne titolare di un’azienda zootecnica, frequenta la curva “Duomo” dello stadio di Fermo. Don Vinicio Albanesi, responsabile della comunità in cui stavano Emmanuel e Chimiary, dice che Mancini chiama “scimmia” tutti gli africani. È un razzista. È conosciuto in paese per essere un estremista di destra. Far parte di una tifoseria non c’entra niente, c’entra essere fascisti.

L’Italia ha un problema, che viene prima di ogni altra considerazione: non riesce a chiamare le cose con il proprio nome. Non riesce a dire a un razzista che è un razzista. Non riesce a dire a un violento che è un violento. Non riesce a dire a un fascista che è un fascista. Piangiamo sui Social le azioni dell’ISIS e di Boko Haram, ci indigniamo per la violenza di Orlando ma quando il “male” esce dalla zona d’ombra e attacca il nostro quotidiano troviamo sempre dei distinguo, delle giustificazione, dei “ma” e, spesso, un immenso disinteresse. Lo facciamo perché piangere qualcosa di lontano è più facile, perché da noi troviamo sempre qualche scusa, quando in realtà si tratta della stessa, identica, cosa. Scrivere, come ha fatto questa mattina Matteo Salvini – un politico che da anni costruisce un clima d’odio e intolleranza per qualche punto di consenso in più – che Emmanuel è sostanzialmente un clandestino che se l’è andata a cercare («È sempre più evidente che l’immigrazione clandestina fuori controllo, anzi l’invasione organizzata, non porterà nulla di buono. Controlli, limiti, rispetto, regole e pene certe: chiediamo troppo?», dal suo profilo FB) vuol dire giustificarci, assolverci. Così come se la sono cercata le ragazze che subiscono violenze di sera, o le persone che lottano contro la mafia. Ma in questo caso siamo tutti colpevoli.

Parlare di ultras ci assolve dai nostri peccati perché categoria storicamente bollata come violenta. Parlare di fascismo ci mette davanti a uno dei grandi nodi non risolti della storia del nostro paese, che si traduce, poi, in comportamenti come questi. Ieri mattina un uomo che è scappato dalla guerra è morto vittima dell’intolleranza e dell’odio. In Italia. Nel 2016. Niente giustificazioni di comodo, per favore: oggi siamo tutti responsabili.